Stranger Things 3: mostri e adolescenza ad Hawkins – Recensione

Stranger Things

Netflix ha dimostrato di poter incassare critiche e derisioni con nonchalance, potendo calare degli assi che ribaltano ogni scherno in puro amore, soprattutto quando si gioca coi sentimenti degli spettatori più malinconici e con qualche annetto sulle spalle. Chi si è vissuto in pieno il 1984, ad esempio, ovvero l’anno  in cui veniamo riportati da Stranger Things 3, il nuovo capitolo delle avventure del coraggioso gruppo di giovani eroi di Hawkins.

Stranger Things 3, adolescenza, primi amori e mostri implacabili

Stranger Things  è, assieme a Ready Player One, il monumento visivo agli anni ’80. Se il romanzo di Clyne è però pensato per esaltarne i simboli in modo spiccatamente nerd, la serie di Duffer Bros ha preferito raccontare quel periodo storico, compreso i riferimenti alla pop culture, in modo più dinamico e personale, adattandolo ad una narrazione che consentisse di vivere con gli occhi e lo spirito dei ragazzini del periodo. Scelta che ha pagato sicuramente per la prima stagione, ma che ha iniziato a mostrare qualche debolezza nella successiva serie, facendo emergere qualche bruttura nella gestione dei tempi narrativi e dei rapporti tra i protagonisti.

Consci di questi limiti, i Duffer Bros hanno deciso di puntare proprio su questi aspetti per ridare sostanza alla propria serie, una scelta che ha sicuramente giovato a Stranger Things 3.

Il finale della seconda stagione della serie ci aveva lasciato con quella sensazione epidermica di tempesta in arrivo, una percezione esaltata dalle parole degli autori, che promettevano una visione più cupa della loro creazione. Inevitabile questo cambio dei toni, consentito anche da un aspetto centrale per l’intera serie: i ragazzi stanno crescendo.

Non solamente gli attori, come ovvio, ma proprio i protagonisti. Undi, Mike, Caleb, Will, Dustin e compagnia non sono più i ragazzini che abbiamo conosciuto nella prima stagione, stanno attraversando quella complicata transizione all’adolescenza che rischia di scomporre gli equilibri anche di un gruppo così unito. Non è un caso che questa soglia verso la dimensione degli adulti sia vista come l’occasione ideale per introdurre una connotazione più horror e cupa all’intera serie, che, pur mantenendo una certa leggerezza nel proprio spirito, lo mitiga con scene e situazioni che tradiscono la crescita dei personaggi.

Stranger Things 3, infatti, lascia emergere ancora più che nelle precedenti stagioni l’emotività dei protagonisti, non focalizzandosi solamente sui più giovani protagonisti, ma dando anche risalto ai ragazzi più adulti, come Billy, Nancy e Jonathan. Questa apertura viene sviluppata per introdurre l’elemento sentimentale che nelle precedenti stagioni era vissuto in maniera dolcemente adolescenziale, ma che negli otto episodi della terza stagione della serie diventa più realistico.

Se da un lato Mike e Undi rappresentano il primo amore, vissuto in modo diverso da quello che aveva unito Nacy e Jonathan, dall’altro i Duffer Bros decidono di mostrare quanto un sentimento così forte possa esser messo a dura prova quando si passa a scontrarsi con la realtà della vita adulta. Non è un caso che siano proprio Nancy e Jonathan a doversi confrontare con le prime asperità del mondo degli adulti, con l’aggravante per Nancy di dover affrontare un mondo profondamene maschilista.

Parlando di sentimenti, apprezzabile la modalità con cui viene introdotta l’omosessualità nella serie. Senza scene eclatanti, con una naturale fatica per il personaggio che fa un outing sofferto e in una situazione comica che addolcisce questa sua accettazione,  dando vita ad un plot twist esplosivo che riesce a mostrare la crescita interiore di un protagonista, Steve, che dalla prima stagione è in costante crescita.

A questo si aggiungono i rapporti tra i protagonisti, che si scontrano con la scoperta delle prime tensioni amorose. Mentre tutti si stanno affacciando a questo nuovo universo chiamato amore, Will continua a rimanere attaccato alla sua infanzia, forse perché ultimo momento in cui si è sentito al sicuro prima di diventare la preda del Mind Flyer. Il suo ‘Ora giochiamo a D&D?’ ripetuto spesso nelle prime puntate è una preghiera ai suoi amici di non dimenticare la loro amicizia, temendo un distacco emotivo che non saprebbe affrontare.

I primi episodi di Stranger Things 3 sono strutturati per mostrare il gruppo storico di protagonisti oramai frammentato, come se la vita alla fine avesse presentato il primo ostacolo ai giovani protagonisti. Stephen King diceva in Stand By Me.

Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?

I Duffer vivono pienamente questo assioma, lo intrecciano in ogni aspetto della loro serie. Per quanto possano essere separati, per quanto si possano perdere di vista, i quattro giovani eroi sono comunque consci che quell’amicizia che li lega da sempre non può interrompersi facilmente, può al massimo allentarsi ma sarà sempre pronta a rinsaldarsi.

La trama di Stranger Things 3 è pensata proprio per esaltare questa sensazione. Nonostante gli episodi mostrino i diversi personaggi muoversi in gruppi autonomi, a partire dal quinto episodio le linee narrative iniziano a convergere con la precisione di un meccanismo ben oliato, dando modo alle emozioni di creare quel legame mai sopito che rende i ragazzi di Hawkins un inno all’amicizia.

Non solo teen drama e sentimenti, però. Stranger Things è da sempre un inno agli anni ’80, ne ama lo spirito e cerca di riprodurre quell’atmosfera che tanto gratifica lo spirito dei nostalgici, e forse ancora più di coloro che non li hanno vissuti.

Fedele a questo suo retaggio, Stranger Things 3 introduce lo storico nemico americano, i Russi. Non si può parlare di America reganiana senza far comparire Ivan, siamo onesti. La contrapposizione dei due blocchi, con il sovietico cattivo, è un cliché che mancava a Stranger Things, ma la sua apparizione in questa stagione è un atto dovuto bene orchestrato, soprattutto perché volutamente macchiettistico in certi punti, ed esaltato dalla tenera figura dello scienziato Alexie, probabilmente uno dei migliori comprimari dell’intera serie.

Di una cosa va dato merito a Stranger Things 3: aver dimostrato che i ragazzini si possono appassionare anche con l’orrore. Perché siamo onesti, Stranger Things è un prodotto intelligente, che unisce una struttura da serie adolescenziale con la nostalgia di un decennio che ha profondamente segnato la pop/nerd culture, creando un ponte tra differenti generazioni: il figlio si riconosce in alcuni aspetti Non servono film splatter, basta aver a disposizione una visione dell’orrore, magari dalle tinte lovecraftiane, che sappia allungare la propria ombra sui sentimenti e offrire un orrore, anche visivo, capace di premere sulle giuste corde, senza varcare certi confini.

Ovviamente non mancano i riferimenti alla nerd culture del periodo, dai film proiettati al cinema sino a citazioni forse più note agli spettatori americani (come la celebre nuova Coca-Cola del 1985), arrivando a un villain che è una vera e propria citazione vivente. Il DNA della serie non viene mai meno in Stranger Things 3, ma si rinnova per trovare una nuova dimensione che lasci lo spettatore stupito ma con il giusto senso di familiarità.

Stranger Things 3

E il finale è il migliore dell’intera serie, una lezione di vita, di emozione pura che commuove, diverte e appassiona, lasciandoci con una sensazione di perdita che in realtà ben si adatta con il tema portante di Stranger Things 3: la semplicità dell’infanzia è finita, bisogna crescere, affrontare i nostri mostri e sconfiggerli.

Stranger Things 3 ci ricorda nella sua ultima puntata, con la voce di Peter Gabriel, che anche crescendo nella vita reale, possiamo esser eroi.

Though nothing, nothing will keep us together
We can beat them, forever and ever
Oh, we can be heroes just for one day

Di sicuro, i ragazzi di Hawkins lo saranno ancora.

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