Philip K. Dick’s Electric Dreams: Safe & Sound – Recensione

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Adattare un’opera letteraria al cinema o al mondo delle serie TV non è mai un’operazione semplice, su questo non si discute. Rispettare l’idea originale, coniugando la necessità di aderire a concetto originario e l’utilizzo di una differente dinamica narrativa è una delle sfide più improbe che riesco a concepire. Philip K. Dick’s Electric Dreams, la serie TV di Amazon Prime Video, ha voluto farlo con l’opera di Dick, realizzando episodi in stile Black Mirror.

L’esito di questa operazione è altalenante, non tanto sotto l’aspetto puramente realizzativo, ma soprattutto riguardo all’aderenza della dialettica di Dick. Se in alcuni episodi come The hood Maker o The Commuter si è cercato di tenere una certa famigliarità, in altri casi si è andati a stravolgere completamente la funzione del racconto ispiratore di Dick.

Con Safe & Sound, Philip K. Dick’s Electric Dreams prova ad adattare all’attualità uno dei racconti più cupi di Dick

Safe & sound (tradotto letteralmente sarebbe Sano e salvo)è uno dei quegli episodi in cui, pur offrendo un intrattenimento che echeggia le paranoie e le paure tipiche di Dick, si discosta in modo completo da quelli che erano tema e ambientazione originarie. Concesso che un racconto del 1955 sia figlio di un’epoca ormai passata, ha senso snaturarne il concetto per adattarlo al 2017? La risposta che danno Kalen Egan e Trevis Sentell nell’introduzione al racconto Foster, sei morto nel volume Electric Dreams di Fanucci pare esser affermativa, ma quello che viene visto nella serie TV lascia qualche dubbio.

Se nell’opera originale tutto gira intorno ad un ragazzino vittima di una società fortemente condizionata dal consumismo, imposto tramite l’accesa spinta di una paura come quella di una guerra nucleare (erano gli anni della Guerra Fredda), in Safe & Sound questo viene messo in un secondo piano, lasciando emergere la critica alla dinamica della paura, utilizzata non più come spinta per il consumismo, ma per il controllo delle masse. Attuale come tema, innegabile, ma non era quello che animava il racconto di Dick. Safe & Sound, per ammissione degli stessi autori, è stato pesantemente influenzato dalla campagna elettorale americana che ha portato alla vittoria di Trump. E il meschino gioco sulla sfiducia dell’altro impiegato dal miliardario diventa una chiave di lettura di questo episodio. Preso come un racconto indipendente dalla sua origine, questo episodio di Philip K. Dick’s Electric Dreams è geniale e ben strutturato, va ammesso.

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La suddivisione in caste della società, con il loro netto distacco anche geografico, è un elemento particolarmente inquietante e forte, narrativamente parlando. La sfiducia reciproca dei due blocchi sociali è l’elemento scatenante, acuito dalla paura del terrorismo che spinge il mondo ‘civile’ ad imporre un controllo serrato della propria cittadinanza tramite il Dex, un braccialetto hi-tech allacciato ad ogni elmento informatico della progredita società, ma che monitora costantemente i cittadini.

È interessante assistere all’iniziale sconvolgimento di Foster (Annalise Basso), che dalla sua vita semplice nelle cupole, si trasferisce con la madre Irene (Maura Tierney) nella grande città, in cui scopre una dimensione sociale diversa. La difficoltà dell’integrazione sembra echeggiare il disagio del protagonista del racconto originario, ma in Safe & Sound tutto viene rapidamente portato al livello di critica del controllo del potere sui singoli. Foster si trasforma in un perfetto esempio di come l’omologazione sociale spesso diventi un’esigenza, una sindrome di Stoccolma per cui la nostra identità individuale assuma la forma di un ostacolo.

A questo va unito una costruzione dell’episodio perfetta. Potenzialmente, Safe & Sound è un thriller sociale ottimo, in cui lo sguardo di Egan e Sentell viene sapientemente interpretato da Alan Taylor alla regia. Le dinamiche giovanili, la contrapposizione tra la voglia di novità di Foster e il controllo quasi dogmatico in una madre attivista politica sono sempre ben valorizzate, complice una scenografia che sa come gestire il meglio la costruzione cromatica di diversi divari culturali e della difficile integrazione di Foster. A valorizzare la narrazione di questo episodio di Philip K. Dick’s Electric Dreams è la linea narrativa del complotto, la minaccia del terrorismo (il tocco di attualità) che lentamente si rende sempre più prominente, giocato anche sul dettaglio della malattie mentali del padre di Foster. La perfezione di questo racconto risiede nel finale, in cui si assiste alla vittoria del dominio del potere, tramite una rapida ricostruzione dei momenti salienti visti da una prospettiva completamente diversa, che consentono di studiare la meglio la manipolazione dell’individuo.

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Non si può dire che sia una brutta storia, anzi è un episodio che ha una propria solidità anche oltre al canone della narrazione di Dick. La pecca è che inserito all’interno di una serie che si chiama Philip K. Dick’s Electric Dreams, in cui si dovrebbero utilizzare le fobie e lo stile dello scrittore americano per rendere omaggio al suo lavoro. Safe & sound, invece, vorrebbe adattare un lavoro di Dick modellandolo alla società attuale, decontestualizzandone la natura e renderlo moderno ad ogni costo. La bellezza di Dick è il non necessitare di alcun lavoro di correzione cronologica, la sua potenza è proprio l’esser così preciso nella sua natura da esser un classico istantaneo, perfetto per ogni epoca.

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