Ambrose – Recensione

La fantascienza, quella scritta ma anche quella più generica, in Italia è una materia delicata.

In molti la danno per morta, in moltissimi per moribonda, soffocata da romanzi d’amori sofferenti e da storie di criminali.

Ecco che quindi, quando mi capita fra le mani un romanzo sci-fi scritto da un autore italiano, le antenne cibernetiche della mia attenzione si sintonizzano all’istante.

La recensione del romanzo Ambrose, epopea sci-fi pischedelica dell’italiano Fabio Carta edita da Scatole Parlanti

Prima di tuffarci a capofitto nella recensione, un piccolo assaggio della sinossi del romanzo disponibile QUI su Amazon:

Controllore Ausiliario (CA) è uno dei pionieri ad aver sposato la causa della missione Nexus, la frontiera virtuale dove scrivere un nuovo e pacifico capitolo della storia umana.

Ma durante la preparazione terapeutica, il suo corpo rimane vittima di danni irreparabili. Logorato dalle metastasi, è costretto a vivere in una speciale tuta eterodiretta da pazzi esaltati, che combattono una guerra in bilico tra realtà e spettacolo.

Il suo destino è la morte, mentre un suo gemello elettronico continuerà a simulare la sua esistenza nel ciberspazio.
L’infelicità di CA, figlio delle stelle, alieno agli usi terrestri, subisce uno stravolgimento con la comparsa di Ambrose, un’entità che si presenta come una rosa stillante ambra, una irriverente voce che lo guida verso sviluppi imprevedibili.

Come ribellarsi al proprio destino e scoprire cosa si cela realmente dietro i grandi cambiamenti ai quali l’umanità dovrà far fronte.

La storia narrata da Carta si apre in medias res, non ci è dato sapere quindi cosa l’ha preceduta, anche se, durante la narrazione, ci vengono suggerite più volte le fattezze drammatiche dei suoi antefatti.

In un mondo futuro, indicativamente lontano almeno un secolo dal nostro orizzonte temporale, le tensioni politico-religiose fra oriente islamico e occidente polireligioso o ateo razionalista, hanno raggiunto un picco allarmante; ciò significa guerra, morte, desolazione e, fra le altre cose, una sorta di diaspora spaziale fra le genti che un tempo abitavano il suolo della Madre Terra.

Già dalle prime pagine veniamo introdotti ad una ridda di citazioni, più o meno palesi, tratte da alcune delle fonti che hanno quasi sicuramente ispirato almeno in parte l’autore nella creazione delle idee di base del racconto.

Si parla di spazionoidi che abitano lontane colonie spaziali (come nel franchise di Gundam), di robot da guerra pilotati grazie alla simbiosi uomo macchina favorita, fra le altre cose, da un liquido simile negli intenti a quello presente nel ventre materno (come in Evangelion, i cui concetti di base tornano, senza fare spoiler, anche nel Nexus anelato dagli spazionoidi) e di divisione sociale in classi più o meno agiate, con queste ultime che vivono sospese in orbita geostazionaria in città ricchissime ed eticamente decadenti (come, ma è solo un esempio, in Elysium).

Trova anche spazio una riflessione sull’utilizzo della realtà virtuale ultrarealistica come forma di svago e di sostituzione alla vita quotidiana in carne ed ossa; ma una delle colonne portanti della narrazione è il rapporto fra la coscienza umana e l’emergere di nuove forme di interiorità artificiale.

Prima di approfondire il discorso sulle IA, però, è interessante parlare del modo in cui Carta descrive la guerra e del ribaltamento che fa di alcuni dei Topoi più classici facenti parte delle opere della cultura pop che, per prime, ho citato fra le sue ispirazioni più, a mio parere, evidenti.

L’autore ribalta l’abusato topos dell’adolescente mandato da adulti codardi a morire in guerra a bordo di una macchina

In Ambrose, infatti, sono un gruppo di adulti selezionati a salire a bordo dei mostruosi “mobile suit”, i quali letteralmente noleggiano il proprio corpo ad una serie di “giocatori” a distanza che agiscono sullo scenario di guerra comportandosi né più né meno alla stregua di un qualsiasi player mentre gioca a Fortnite.

Si tratta di gruppetti di adolescenti o post adolescenti ricchi e famosi, che comandano i robot (e la carne al loro interno) come se si trovassero all’interno di un reality show o di un video di gameplay su YouTube.

Nell’operare questo ribaltamento, l’autore, ci offre una visione ancora più dolorosamente insulsa del concetto stesso di guerra, che diventa, nelle mani dei burocrati e dei “vip”, un macabro spettacolo offerto al pubblico ludibrio di masse anestetizzate da droghe e lussi, o da distanza etica e morale da qualsiasi concetto solido ci fosse alla base di quello stesso battagliare

Si combatte e si uccide per il puro gusto di farlo, così come si riempiono le tribune politiche di vuoti concetti che servono solo a garantire i famosi 15 minuti di fama a chi se ne fa latore.

In questo il romanzo è spietato, così come lo è nel mostrare la profonda ignoranza e il becero razzismo che permea quasi ogni strato e substrato sociale, zuppo di preconcetti legati a religioni che, nel mondo di Ambrose, ormai non hanno quasi più alcun senso.

Praticamente come oggi, con in più i robottoni.

Il concetto di Singolarità legato alle intelligenze artificiali, in Ambrose, compie un deciso balzo in avanti verso la spirale della follia

Man mano che la storia prosegue, infatti, ci troviamo sempre di più ad accompagnare spalla a spalla CA, il protagonista, in un mondo di voci, coscienze plurime, avatar digitali nevrastenici, IA di bordo politicamente militanti (per sbaglio?) e, soprattutto, nel mondo follemente semi divino di Ambrose, il costrutto senziente autogeneratosi all’interno dell’esotuta di CA e che assume sempre più, pagina dopo pagina, connotati sia divini che anti-divini.

Veniamo messi davanti a paradossi dell’interiorità, nel rapporto che CA ha col suo avatar-gemello-clone virtuale, creato per far compagnia alla madre anziana e per rendere il suo (sicuro) trapasso meno doloroso per amici e parenti.

Ma CA ha davvero amici e parenti? Ha davvero una vita degna di essere vissuta e per la quale è razionale temere la morte?

Si è mai sentito vivo CA? Oppure la sua morte sarebbe solo un numero su di un elenco, degno nemmeno d’una alzata di sopracciglio da parte di qualche funzionario militare comodamente seduto su di una poltrona a migliaia di km di distanza dal fronte?

Non posso svelarvi nulla, ovviamente, ma è quantomeno interessante accompagnare il nostro recalcitrante protagonista (che, per inciso, è una persona decisamente spiacevole a mio avviso) alla scoperta di una sua propria umanità anche ferale, in alcuni punti del romanzo; soprattutto se si parla di sessualità.

Un romanzo con un evidente punto debole: il “folle” linguaggio utilizzato dall’autore

Lungi da me il criticare chi possiede, per sua fortuna, un eloquio forbito e ne fa sincero sfoggio.

Io stesso ho scritto un romanzo di fantascienza e mi sono reso conto più volte che il registro linguistico da me scelto era forse un po’ troppo greve, ma ho continuato sulla mia strada per una precisa scelta narrativa.

Lo stesso tipo di scelta che, credo, ha guidato la mano di Carta ( forse più che volutamente) nella stesura di Ambrose: la scelta di utilizzare un immenso numero di termini arcaici, manifestamente raffinati e decisamente “fuori luogo” in una storia che dovrebbe essere di “fantascienza”.

Al di là delle complicatissime (e a volte un po’ debordanti nella supercazzola) descrizioni scientifiche e pseudoscientifiche che trovano largo spazio nel romanzo e che sono giustificabili con la necessità di spiegare, tramite un tecnicismo un po’ esagerato, concetti e procedimenti tecnologici incredibilmente avanzati, è proprio nel parlato dei personaggi e nei toni descrittivi del narratore onnisciente che il romanzo, a mio avviso, arranca un po’ e “allontana” una parte dell’attenzione del lettore.

Termini come “invero“, “affettato“, “paupulare“, “sublime coscienza autopoietica“, “adiabatico“, “mugghiando” e migliaia di altri, sono lì, credo, per prendere per mano il lettore e drogarlo, come se fossero sostanze psicotrope, per far sì che egli possa discendere nei meandri della follia di CA e del mondo che gli sta e gli starà  attorno.

Quello che questi termini a volte fanno, però, è di far sembrare Ambrose quasi come se fosse scritto da Gabriele D’Annunzio e narrato da Andrea Di Prè.

Conclusioni

A mio giudizio Ambrose è uno di quei romanzi che vanno ceratmente letti, sia per non nascondibili meriti dell’autore, sia per una sorta di sentimento di rivalsa un po’ autarchico nei confronti della sci-fi nostrana, che andrebbe sempre sostenuta e, quantomeno, “assaggiata”.

Questo romanzo, infatti, potrebbe rivelarsi un boccone lauto, delizioso e, ad essere onesti, anche un tantino indigesto oppure tramutarsi in un’esperienza letteralmente ai confini della realtà (di tutte le realtà, anche quella lessicale) che vi lascerà, complice anche il finale “sospeso” (un po’ alla Evangelion, per riallacciarmi a quanto detto in apertura), con più fame di quanta ne abbiate potuta mai avere prima di cominciare a sfogliarlo.

In definitiva, date sicuramente una chanche ad Ambrose, ma preparate un vocabolario sul comodino.

68%

Ambrose

Un coraggioso e originale romanzo di fantascienza, che provoca e appassiona, nonostante pecchi molto sul lato dell'accessibilità.

  • Storia pungente e coinvolgente, a tratti spietata nei confronti dell'attuale clima internazionale
  • Il protagonista non è esattamente "piacevole", ma non per questo avrete meno voglia di saperne di più sul suo conto
  • Interessante ribaltamento di alcune tematiche ispiratrici
  • Il linguaggio usato dall'autore è volutamente forbito al limite del parossismo, cosa a volte fastidiosa e che potrebbe scoraggiare la lettura
  • Finale sospeso che lascia nel lettore sia la voglia di saperne di più, che una strana sensazione di coitum interruptum
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