Mar 21 Maggio, 2024

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Barbie, la recensione dello spot mascherato da film

Barbie è il film del momento, quello di cui tutti stanno parlando ed elogiando, che ha creato un fenomeno assurdo come il Barbenheimer, e che ha trasformato un giocattolo in un film… più o meno.

Diretto da Greta Gerwin, il film vede Margot Robbie come protagonista nei panni della Barbie stereotipo, ovvero la barbie perfetta, quella che ha stabilito dei canoni di bellezza quasi inarrivabili, e chi meglio di Margot Robbie poteva “interpretare” questi canoni?

Il problema è che nelle intenzioni della regista e del sceneggiatore (Noah Boumbach), Barbie, non dovrebbe essere un film indirizzato ad un pubblico prettamente giovane, ma vorrebbe trattare temi adulti come il patriarcato, il femminismo e l’accettazione di sé stessi. Tutti temi che vengono affrontati nel film ma in maniera grossolana e banale, forse proprio perché il pubblico di riferimento doveva essere quello dell’infanzia, e il messaggio doveva essere il più chiaro possibile.

Il risultato però è che tutto viene sbattuto in faccia con una banalità disarmante.

Che trama può avere un film su Barbie?

Il film inizia con la parodia del capolavoro di Kubrick, 2001 Odissea nello spazio, dove letteralmente delle bambine interpretano la parte che avevano le scimmie nel film del 1968.

Barbie vive a Barbieland, un mondo parallelo abitato da tutti i modelli di Barbie realizzati, dove vige il matriarcato e gli uomini, o meglio i Ken, sono dei vuoti imbecilli che vivono solo in funzione delle rispettive donne. I problemi iniziano quando Barbie stereotipo inizia ad avere pensieri non felici e vedere le prime crepe nella sua vita perfetta.

Dopo aver scoperto di avere la cellulite si rivolge a Barbie stramba, per capire cosa non va. La stramba spiega che i suoi problemi sono dovuti alla bambina che nel mondo reale sta giocando con lei. Decisa a tornare ad essere uno stereotipo, Barbie parte per il mondo reale, accompagnata suo malgrado, da Ken (Ryan Gosling).

Il miglior spot per Barbie

È legittimo pensare che una volta messo in produzione un film sulla bambola più famosa di sempre, quelli della Mattel, la casa di produzione del giocattolo Barbie, volessero capitalizzare il più possibile questa occasione. Se, come detto, nelle intenzioni si voleva realizzare un film di contenuti, quello che ne esce è uno spot di Barbie di circa due ore, con annessi accessori e gadget della bambola, con tanto di fermo immagine su quello che c’è da acquistare.

Barbie

La finta autoindulgenza di Mattel

Anche Mattel stessa si ritaglia una parte in questo film. La sede della casa di produzione si trova nel mondo reale, ma è più finta e frivola di Barbieland. La ruffianata della casa di produzione è talmente ingombrante all’interno del film da oscurare tutto il resto. Per tutta la pellicola sembra che alla Mattel vogliano scusarsi di aver creato un modello irraggiungibile per le bambine di tutto il mondo, ma allo stesso tempo sponsorizzano il loro brand.

Il CEO della Mattel, interpretato da Will Ferrell, è perfettamente consapevole dell’esistenza di Barbieland e crede che la conoscenza della sua esistenza rappresenti una sorta di minaccia per L’America. Il problema è che la sceneggiatura si dimentica di spiegare perché è normale che esista un mondo parallelo fatto di bambole in carne ed ossa e in che modo possa essere un problema.

Certo, su un film di Barbie, nessuno si aspetta che sia plausibile, ma almeno dare un senso alla storia che si vorrebbe raccontare mi sembra il minimo. Forse era meglio concentrarsi su una trama sensata invece di sciovinare facili messaggi woke.

Matriarcato e patriarcato

Barbieland è un luogo dove vige il matriarcato, ma quando Ken torna dal mondo reale riesce a rovesciare lo stato delle cose, trasformando il mondo di Barbie in un patriarcato, leggendo un paio di libri e sviluppando una fissa assurda per i cavalli.

Ken viene mostrato per tutta la prima parte come perfetto idiota (e in questo Ryan Gosling riesce benissimo), che in un attimo riesce a rendere tutte le Barbie delle perfette fidanzatine, dedite ai loro uomini.

Ad occhio e croce non sembra un bel messaggio quello che passa da questo momento del film.

Margot Robbie Barbie

Le Barbie e i Ken

Tra le interpreti delle varie versioni di Barbie ci sono Emma Mackey, Alexandra Shipp, Hafi NEf, Dua Lipa e tante altre, tutte uguali e perfettamente intercambiabili fra loro. Stesso discorso per i Ken di Simu Liu, Kingley Bem Adir, etc.

Le eccezioni sono Kate McKinnon che è la Barbie stramba, e Michael Cera che interpreta Allan, un bambolotto fuori produzione che non viene per nulla approfondito e sembra buttato lì un po’ come direbbe Rene Ferretti. America Ferrera e Ariana Greenblatt sono madre e figlia che hanno a che fare con Barbie nel modo reale.

La voce di Helen Mirren, Will Ferrell, e un inutile cameo di John Cena completano il cast.

Ryan Gosling Ken Barbie

Reference

Oltre all’omaggio iniziale a 2001 Odissea nello Spazio, Barbie cita una serie di altri film direttamente e indirettamente. Se vediamo fotogrammi di film come Grease e Il Padrino, possiamo trovare anche dei riferimenti un po’ meno evidenti al Mago di Oz o a The Truman Show. La citazione più grande, che potremmo definire quasi una scopiazzatura, è però a Lego Movie. Il film di Phil Lord e Chris Miller, oltre ad essere inspirato da un giocattolo, ha praticamente la stessa trama anche se il film sui mattoncini è decisamente di tutt’altro spessore e anche molto più divertente.

Il successo di Barbie

Barbie è stato accompagnato da una campagna marketing estenuante, che ha reso il film un successo ancora prima dell’uscita delle sale. Cosa perfettamente normale per un blockbuster, ma ha alzato anche l’asticella delle aspettative per chi voleva godersi il film.

A giudicare da quello che si legge in giro, Barbie è un film che legittimamente è piaciuto a molti ma, forse per l’eccessivo utilizzo del colore rosa, la pellicola non è mai veramente ne divertente ne interessante.

Se l’interesse nel film si perde nelle banalità e nell’autocelebrazione, la comicità sembra proprio non essere il pane di sceneggiatore e regista:

Verso la metà del film, una giovane adolescente grida alla Barbie Stereotipo: “Rappresenti tutto il marciume della nostra cultura… uccidi il pianeta con l’esaltazione del consumismo rampante: Fascista!”, Barbie, in un lago di lacrime grida: “Pensa che sono fascista. Io non controllo le ferrovie o il flusso del commercio.”

Questo scambio di battute rappresenta perfettamente il sense of humor di Barbie e il goffo tentativo di rendere la discussione “alta”. Se vi ha fatto ridere potreste divertirvi al cinema, se invece questo humor non è nelle vostre corde, meglio dedicarvi alla lettura di qualche vecchio numero di Topolino, più divertente e più di spessore.

Chi ha criticato il film è spesso accusato di non capire il femminismo o, peggio, di essere maschilista. Il punto è che Barbie è un film vuoto, banale, perfetto per la vacuità dell’era dei social media in cui viviamo, dove è più importante apparire invece che essere.

Se Barbie è il punto di riferimento per il femminismo allora vuol dire che, purtroppo, siamo ancora lontani da raggiungere la parità fra uomo e donna.

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