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La recensione di Assassin’s Creed Black Flag Resynced: bentornati a bordo!

C’è un momento, nelle prime ore di Assassin’s Creed Black Flag Resynced, in cui la Jackdaw prende il largo per la prima volta sotto il sole del Caraibi con il vento in poppa e l’equipaggio che intona uno shanty, e ci si ritrova a sorridere come degli idioti davanti allo schermo. Non per nostalgia, o almeno non solo per quella, ma perché si capisce immediatamente che questo non è il solito “remake con qualche ritocco grafico” fatto per spillare qualche euro ai fan affezionati.

Ubisoft Singapore ha rimesso le mani su uno dei capitoli più amati della serie con un rispetto e un’ambizione che si sentono in ogni singola sequenza. Tredici anni dopo, Edward Kenway è tornato. E non ha perso nemmeno un grammo del suo carisma.

Una storia che regge ancora… e che adesso respira meglio

Partiamo subito dall’elefante nella stanza: sì, Assassin’s Creed Black Flag Resynced è un remake, e la storia principale è quella che è. Chi aveva già vissuto l’avventura di Edward nel 2013 ritroverà lo stesso pirata ambizioso che per caso si ritrova coinvolto nella guerra secolare tra Assassini e Templari, la stessa ricerca dell’Osservatorio, gli stessi compagni di viaggio. E onestamente? Fa ancora la sua figura. Anzi, a distanza di anni si apprezza ancora di più quanto la narrativa originale sapesse bilanciare il grande conflitto storico con qualcosa di molto più intimo, un racconto di amicizia, di perdita, di cosa significhi davvero costruirsi una famiglia. Non era un videogioco che raccontava la solita storia di eroi e villain: era molto più sfumato di così.

Quello che Resynced aggiunge, però, vale la pena di sottolinearlo. Il team di sviluppo ha introdotto nuove missioni che espandono gli archi narrativi di alcuni personaggi secondari dell’originale, spiegandone il lascito oltre i confini della storia principale. Soprattutto, vengono reclutati tre nuovi ufficiali per la Jackdaw, Il Padre, Lucy Baldwin e Tobias “Deadman” Smith, ciascuno con la propria storia autonoma da seguire, e chi li raccoglie tutti e tre sblocca una missione finale che si ricollega a un momento cruciale della campagna principale. Una trovata narrativa che funziona sorprendentemente bene. Blackbeard e Stede Bonnet ricevono nuove sequenze che ne approfondiscono la caratterizzazione, e vedere la genesi di Barbanera, prima ancora che diventasse il pirata leggendario che tutti conoscono, è uno dei momenti più riusciti dell’intero pacchetto narrativo. Le odiose sezioni nel presente ambientate negli uffici di Abstergo, che nell’originale rompevano il ritmo dell’avventura con sequenze di puzzle poco ispirate, sono state rimosse. Al loro posto, quattro “squarci” nella simulazione, scenari ipotetici su strade alternative che i personaggi avrebbero potuto percorrere, tengono vivo quel filo metalinguistico senza interrompere la storia con parentesi anacronistiche. Chi se li ricordava con poco affetto può dormire sonni tranquilli. Va anche detto, per completezza, che il DLC Freedom Cry, il capitolo autonomo incentrato sul nostromo Adéwalé, non è incluso nel pacchetto base.

Assassins Creed Black Flag Resynced

Tecnicamente, è un altro pianeta

Parliamo della parte più facile: Assassin’s Creed Black Flag Resynced è uno dei giochi più belli del 2026, e non è nemmeno una gara particolarmente combattuta. Il motore Anvil nella sua iterazione più recente, lo stesso che ha fatto un figurone su Assassin’s Creed Shadows l’anno scorso, viene qui applicato a un contesto che gli si addice ancora di più: acqua, cieli aperti, vegetazione tropicale, luce caraibica che cambia col tempo e con le condizioni atmosferiche. Il sistema meteorologico dinamico non è solo un vezzo visivo: le tempeste in mare aperto interagiscono con l’illuminazione globale in tempo reale, scuotono il cielo, sferzano lo scafo e cambiano concretamente le condizioni dei combattimenti navali. Stare alla ruota della Jackdaw durante un uragano con la colonna sonora di Brian Tyler che sale di tono è una di quelle esperienze che difficilmente si dimenticano.

Le città ricostruite, Havana, Nassau, Kingston, mantengono la loro anima riconoscibile, quel mix di splendore coloniale e caos portuale che le aveva rese memorabili nel 2013, ma adesso hanno una densità visiva e un’espressività che all’epoca erano semplicemente fuori portata. I volti di Edward, Barbanera e James Kidd sono notevolmente più espressivi e credibili nelle scene narrative. Con qualche eccezione: Anne Bonny, in certi frangenti, sfiora quello strano disagio estetico che si prova davanti a un personaggio realizzato quasi perfettamente ma non del tutto. Un dettaglio minore, ma che si nota. Come si nota, del resto, il classico “jank alla Assassin’s Creed” che non ha mai abbandonato del tutto la serie: qualche PNG fluttuante, qualche fisica del tessuto che va per i fatti suoi, qualche animazione di transizione che zoppica. Non rovinano l’esperienza, ma è giusto saperlo.

Il combattimento: finalmente una vera sfida

Qui è dove Resynced prende le sue decisioni più coraggiose, e la stragrande maggioranza funziona. Il sistema di combattimento dell’originale era onesto ma limitato: si aspettava l’icona rossa sopra la testa di un nemico, si premeva un pulsante, si ripeteva fino alla nausea. Efficace, ma meccanico. Il remake lo sovverte completamente introducendo una barra gialla sopra la barra vita di ogni avversario che rappresenta la sua difesa attiva: va spezzata prima di poter infliggere danni significativi, e farlo richiede un approccio più ragionato.

Gli attacchi ripetuti funzionano, ma i nemici si adattano ai pattern e iniziano a parare. Ecco allora che entrano in gioco le novità: uno spazzata alle gambe che manda a terra chi blocca, un calcio che proietta i nemici all’indietro, utilissimo vicino a un cornicione o a una parete per attivare un abbattimento ambientale, e un attacco caricato il cui effetto cambia a seconda del tipo di spada equipaggiata. Le sciabole falciano in arco tutti i nemici attorno, i fioretti infilzano in avanti con precisione chirurgica, le spade-pistola scaricano due colpi senza consumare munizioni. Ogni lama ha la sua personalità, e cambiarle durante il gioco non è mai solo una questione estetica. Il dardo con corda, che nell’originale arrivava quasi alla fine, viene consegnato molto prima, trasformandolo in uno strumento tattico che accompagna buona parte dell’avventura. La sensazione complessiva è quella di un combattimento finalmente adulto, che chiede di leggere lo scontro invece di eseguirlo meccanicamente.

La Jackdaw: qualche novità mirata, zero passi falsi

Ubisoft ha avuto l’intelligenza di non toccare ciò che non aveva bisogno di essere toccato. Il combattimento navale era già il punto di forza dell’originale, e rimane probabilmente il migliore della categoria ancora oggi, quindi le modifiche qui sono chirurgiche piuttosto che rivoluzionarie. Ogni tipo di arma della nave sblocca una modalità di fuoco alternativa avanzando nella campagna e liberando i forti: i cannoni possono sparare colpi incandescenti a corto raggio, le botti di fuoco diventano barili a frammentazione. Gli ufficiali reclutati portano abilità specifiche alla nave: uno permette un’improvvisazione difensiva perfetta che azzera quasi del tutto i danni, un altro scarica due salve di cannonate con un singolo tasto. La differenza si sente, soprattutto negli scontri più duri.

La rimozione più benvenuta, però, è quella delle sequenze di furtività navale forzata: nell’originale erano tra i momenti più frustranti in assoluto, con la Jackdaw che doveva muoversi nell’oscurità cercando di non incrociare la linea di visuale di fregate e vascelli di linea mentre seguiva un bersaglio su una minimappa caotica. Sparite. Addio. Non mancheranno a nessuno.

Black Flag Resynced

Verdetto: benvenuti a bordo (di nuovo)

Assassin’s Creed Black Flag Resynced si prende un posto di diritto tra i migliori remake degli ultimi anni, alla pari di lavori come Resident Evil 4 e Dead Space. Non si limita a lucidare la superficie di un classico: lo smonta, lo ricostruisce con gli strumenti del 2026 e lo restituisce con qualcosa in più: più profondità nel combattimento, più respiro nella narrazione, più bellezza visiva, meno frustrazioni accumulate in tredici anni di replay. Chi non ha mai giocato il Black Flag del 2013 ha tra le mani il modo migliore per viverlo. Chi lo ricorda come uno dei capitoli preferiti della serie troverà esattamente ciò che cercava: la stessa avventura, più viva che mai. Alzate le vele.

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