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Spielberg rifiutato due volte da James Bond: “Ora non possono permettersi di avermi”

C’è qualcosa di quasi poetico nel fatto che l’uomo che ha rivoluzionato il cinema con capolavori come Lo squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo e Indiana Jones abbia passato anni a cercare di entrare nel mondo di 007, solo per ricevere la porta in faccia due volte. Steven Spielberg ha raccontato questa storia durante il podcast The Rest Is Entertainment, dove era ospite per parlare del suo nuovo film Disclosure Day — nelle sale italiane dal 26 agosto 2026 — trasformando un aneddoto di rifiuto in uno dei momenti più divertenti e rivelatori della sua lunga carriera di intervistato.

Il primo no dopo Lo squalo, il secondo no dopo Incontri ravvicinati

Tutto cominciò con una telefonata. Dopo il successo travolgente de Lo squalo nel 1975 — il film che aveva letteralmente inventato il blockbuster estivo — Spielberg chiamò personalmente il produttore storico della saga di Bond, Albert “Cubby” Broccoli, offrendosi di dirigere uno dei prossimi capitoli. “Mi sono sempre voluto fare un film di James Bond dal giorno in cui ho visto Dottor No”, ha ricordato il regista. “Così ho chiamato Cubby dopo che Lo squalo era diventato un grande successo e mi sono offerto volontario. Ho detto: ‘Se ha bisogno di un regista, mi piacerebbe molto dirigerne uno.’ E lui ha detto no.”

Spielberg non si arrese. Qualche anno dopo, dopo il trionfo di Incontri ravvicinati del terzo tipo, fu Broccoli a farsi vivo — ma non per offrirgli la regia. Il produttore voleva usare la celebre melodia in cinque note del film nel nuovo capitolo della saga, Agente 007 – Moonraker operazione spazio (1979). Spielberg vide l’apertura e propose uno scambio: i diritti sulle cinque note in cambio della possibilità di dirigere un Bond. Risposta: no. “E ho dato le cinque note comunque”, ha aggiunto il regista, con la flemma di chi sa di potersi permettere il gesto.

lo squalo steven spielberg

Da un rifiuto a Indiana Jones: l’effetto farfalla più famoso di Hollywood

La storia prende una piega ancora più interessante quando Spielberg la racconta all’amico George Lucas, nel 1977, durante una vacanza alle Hawaii alla vigilia dell’uscita di Star Wars: Una nuova speranza. Lucas lo ascoltò, poi gli disse che aveva qualcosa di meglio di Bond: si chiamava Indiana Smith. “Mi ha raccontato la premessa della serie di Indiana Jones, ed è così che ho ottenuto quel lavoro”, ha spiegato Spielberg. “Quindi se mi chiedessero ora di fare un film di Bond, la mia risposta sarebbe: ‘Non possono permetterselo.'”

È uno di quegli episodi che riscrivono la storia del cinema se si tira il filo. Senza quel doppio rifiuto di Broccoli, non ci sarebbe stata quella conversazione in spiaggia, e forse niente frusta, niente cappello e niente Harrison Ford in giacca di pelle ad aprire una cassa dell’Arca dell’Alleanza.

Harry Potter e la scelta di stare con la famiglia

Bond non è stato l’unico grande franchise a sfiorar Spielberg senza mai concretizzarsi. Il regista ha ricordato anche il caso di Harry Potter: a lui fu offerta la regia del primo film, e rifiutò. Ma questa volta non fu una porta sbattuta in faccia — fu una scelta consapevole. “Ho scelto di rinunciare al primo Harry Potter per trascorrere quell’anno e mezzo con la mia famiglia, con i miei figli che stavano crescendo. Ho sacrificato un grande franchise, e oggi guardando indietro sono molto felice di averlo fatto, per stare con la mia famiglia.”

Tre franchise da sogno — Bond, Potter e Indiana Jones — e due rifiuti, una rinuncia e una delle collaborazioni più fruttuose nella storia del cinema. Il bilancio finale, a guardarlo oggi, è difficile da contestare.