L’invincibile shogun è il nipote di uno dei protagonisti de L’Era dei Samurai di Netflix

Shuke invincibile shogun

Fin dal primo episodio de L’Era dei Samurai – La nascita del Giappone (Age of Samurai: Battle for Japan), la splendida docuserie storica di Netflix approdata sul catalogo streaming lo scorso 24 febbraio, la mia attenzione è stata catturata da un simbolo che ha subito risvegliato in me il ricordo di un anime che ho amato particolarmente: L’invincibile shogun (Manga Mitokōmon).

Riconoscete questo simbolo? È quello dello shogun Mitsukuni Mito! Inchinatevi al suo cospetto!

L’invincibile shogun e il clan Tokugawa

Queste parole hanno risuonato nella mia mente non appena i mie occhi si sono posati sul “mon” (il blasone l’emblema) del clan Tokugawa, uno dei clan protagonisti dello show Netflix il cui capo, Tokugawa Ieyasu, è uno dei primi alleati di Oda Nobunaga, il daimyō che inizia la riunificazione del Giappone durante il periodo Sengoku.

Il Mitsuba aoi (三葉葵?) o “triplo malvone”(petalo di malvarosa) è proprio quello che viene mostrato nella serie dal samurai Shuke, braccio destro di Mitsukuni Mito ogniqualvolta si smascheravano le nefandezze o soprusi dei vari signorotti locali, costringendo questi ultimi a chiedere perdono prima di essere arrestati e processati per i propri crimini.

emblema clan tokugawa

La storia dell’invincibile shogun, infatti, ricalca abbastanza fedelmente la leggenda e le gesta di Tokugawa Mitsukuni, daimyō della casata Tokugawa la cui storia si svolge circa 50-60 dopo gli eventi narrati ne L’Era dei Samurai. Mitsukuni era il nipote dello shōgun Tokugawa Ieyasu, uno dei protagonisti della guerra di potere che ha insanguinato il Giappone tra il XVI e il XVII secolo, lotta intestina tra i vari casati che portò poi all’unificazione della nazione asiatica.

Mitsukuni Mito

Il personaggio di Mitsukuni Mito, a cui che nella versione italiana viene erroneamente associato il titolo di shōgun (quando invece era vice-shōgun), è molto famoso nell’immaginario collettivo nipponico grazie a un racconto popolare (kōdan) che ne narrava le gesta. La sua particolare storia, ripresa come detto quasi fedelmente dall’anime del 1981, racconta che il nobile Mitsukuni Mito amava vestirsi da contadino e girovagare per il suo feudo accompagnato da due guardie del corpo, Suke, un abile spadaccino, e Kaku, omone dotato di forza straordinaria.

Durante queste sue peregrinazioni, il daimyō controllava in incognito l’effettiva amministrazione della giustizia da parte dei vassalli del clan Tokugawa e, in caso di soprusi, angherie e malversazioni, si rivelava attraverso il suo si punendo l’infedele amministratore.

Anche la serie anime, arrivata in Italia con 46 episodi nel 1982, vedeva le puntate seguire un canovaccio più o meno fisso: l’improbabile e umile vecchio contadino, cercava di portare a galla i loschi affari e gli abusi degli amministratori locali per smascherarli. Successivamente, prima che i signorotti e i loro sgherri possano, in qualche modo, prendersela con quello che sembra solo un contadino impiccione, intervengono Shuke (Sukesaburô) e Kaku (Kakunoshin) che mostrano l’emblema dello Shōgunato Tokugawa, scena diventata un vero cult per gli appassionati di anime giapponesi anni ’80.

Dell’anime non possiamo inoltre non ricordare la sigla originale giapponese che faceva da opening anche alle puntate italiane.arrivata

Rivisitazione fantascientifica de L’invincibile shogun

Una rivisitazione fantascientifica della leggenda Mitsukuni Mito è stata realizzata tramite l’anime mecha Saikyō Robo Daiōja, prodotto nel 1982 da Sunrise. Il robot protagonista dell’anime era il risultato dell’unione Ace Redder (pilotato da Mito in persona), Aoider (pilotato da  Suke) e Cobalter (pilotato da Kaku), tre robot più piccoli che avevano sul petto un simbolo a forma di foglia stilizzata. Dopo l’unione il mecha risultante Daiōja sfoggiava  il “mon” del clan Tokugawa.

0 Commenti
Feedback in ordine
Vedi tutti i commenti
...e questo?
Le Superchicche
Superchicche: in rete spuntano le prime immagini della serie live action e… non ci siamo