Mindhunter 2, tra sociologia e oscurità – Recensione

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Serial killer è un termine che dovrebbe spaventare, ma in realtà sembra affascinare molto.

La curiosità di arrivare a comprendere la radice del male è irresistibile, e il mondo dell’entertainment non poteva certo rimanere indifferente a questa smania dell’animo umano, trasformandola in una importante risorsa creativa.

Questo viene dimostrato con l’arrivo su Netflix di Mindhunter 2, la seconda stagione della serie TV ideata da Joe Penhall che ci riporta agli albori del profiling.

Mindhunter 2 unisce ricostruzione storica e spessore psicologico, ve la raccontiamo con la recensione della seconda stagione

Difficile comprendere quando sia nato questo complicato rapporto tra assassini seriali e grande pubblico.

Probabilmente, tutto è legato all’Hannibal Lecter di Anthony Hopkins de Il silenzio degli innocenti, ma questo filone narrativo si è arricchito nel tempo di altre opere che hanno presentato al grande pubblico il difficile ruolo del profiler, consacrando al successo una serie longeva come Criminal Minds.

La maggior parte delle serie che affrontano questi temi, però, ci mettono di fronte a team di agenti che sono già addestrati e consapevoli del loro ruolo. La domanda che rimaneva sempre senza risposta era come fosse nata l’arte del profiling, quale sia stato il primo criminale ad esser riconosciuto come il primo serial killer.

La serie di Netflix, pur romanzata per ovvi motivi, sceglie di rispondere proprio a queste domande.

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Assistere alla nascita di quella che, negli anni successivi, diventerà una vera e propria scienza, ossia la profilazione, è un’esperienza costruita in modo accorto ed emozionante.

La prima stagione di Mindhunter si prefiggeva di mostrarci il primo incontro di questi agenti “da scrivania” con un nuova forma di crimine, finora mai riconosciuta.

Mindhunter 2 condivide, invece, un elemento di successo con un’altra produzione di Netflix, Glow: il contesto storico.

Per dare consistenza ad una storia come quella di Mindhunter, che presenta una svolta epocale all’interno di una società, è necessario offrire allo spettatore una contestualizzazione del periodo storico che sia quanto più possibile vicino alla realtà storica.

L’America di fine anni settanta non era ancora avvezza alla violenza feroce di un serial killer. Si potrebbe ricondurre questo aspetto alla struttura di condivisione delle informazioni ancora rudimentale, in assenza di una rete informatica, o ad una questione di cultura, ancora troppo limitata da un’ingenuità confusa con sicurezza, complice una mentalità in cui si vede solo il buono, spesso sostenuto da una forma di ipocrita riservatezza.

Senza dimenticare una componente sociale essenziale nella seconda stagione di Mindhunter: il razzismo. Al centro di questi nuovi episodi, non a caso, c’è la caccia al primo serial killer di colore, Wayne Bertram Williams. La complessità da caccia all’uomo non è solo vincolata alla difficoltà di fare approvare una nuova metodologia di indagine, ma anche svolgere questa delicata missione in un contesto urbano come quello di Atlanta, profondamente diviso tra popolazione nera e bianca.

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Quando a cavallo tra anni settanta e ottanta Atlanta viene sconvolta dalla sparizione di un gran numero di giovani, quasi tutti afroamericani, la città è attraversata da una sfiducia da parte della popolazione di colore che si sente abbandonata. La situazione pare cambiare quando l’agente Ford entra in contattato con una donna appartenete ad un gruppo di madri disperate per la sequela di sparizioni.

Ford, come in passato, rappresenta il lato più umano della squadra ma, pur convinto della sua missione di innovatore all’interno del Bureau, pecca di ingenuità e mostra un attaccamento emotivo al compito svolto. La sua curiosità per i criminali, in alcuni momenti, rasenta l’ossessione, portandolo anche a essere in contrasto con i suoi colleghi.

Reduci da un’indagine interna per una serie di infrazioni al protocollo del Bureau, la neonata sezione di scienze comportamentali è ora divenuta il futuro incerto dell’agenzia. In piena epoca reganiana, sotto la direzione di Bush Padre, l’FBI stava cercando di mettersi al passo coi tempi, una dimostrazione di forza che ben si sposava con la politica repubblicana del periodo. Nella seconda stagione di Mindhunter questo aspetto viene intrecciato in modo netto alla politica interna dell’agenzia, con un cambio ai vertici che si ripercuote anche sui protagonisti della serie.

Tench, in particolare, si trova a dover conciliare la sua carriera nel Bureau con una complicata situazione familiare. Il nuovo capo dell’unità, Gunn, intende trasformare il lavoro dell’unità di scienze comportamentali in un successo politico. Se da un lato Ford non riesce a concepire questa intenzione con il ruolo di agente, complice la sua difficoltà nel relazionarsi con gli altri, Trench è invece più che a suo agio con la gloria che deriva dall’appoggiare un astro nascente del Bureau.

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La costruzione di questo complesso mosaico che è la trama della seconda stagione di Mindhunter è ineccepibile.

La cura con cui viene mostrato l’impatto del lavoro sulla squadra è netto ed evidente, narrato con delicatezza e, all’occorrenza, lucida freddezza. Che si tratti di affrontare le difficoltà familiari di Trench o la ricerca della Carr di una dimensione personale che vada oltre il suo lavoro, affrontando la difficoltà della sua omosessualità in una società che ancora non accetta la diversità.

La seconda stagione di Mindhunter doveva portare lo spettatore a vivere la crescita di questa piccola unità di investigatori all’interno di un apparato burocratico monolitico e reticente alle innovazioni. Dimenticate l’azione pura e semplice, l’investigazione classica fatta di ricerca di indizi e inseguimenti, la seconda stagione di Mindhunter ribadisce come al centro della serie a governare siano la schiettezza dello spirito umano, affaticato e spesso corrotto. Si potrebbe pensare che scopo ultimo della serie, dopo l’aver mostrato la nascita di una scienza che ha rivoluzionato la lotta al crimine, sia quello di mostrare la verità della società e dell’animo umano oltre le maschere.

Non a caso, nella seconda stagione di Mindhunter compare il simbolo stesso del fascino del male che ha coinvolto la società americana: Charles Manson. Pochi psicopatici hanno generato sulla società americana un fascino simile a quello di Manson, più del Figlio di Sam o di Zodiac. La seconda stagione di Mindhunter introduce questo personaggio, un’aggiunta imperdibile, andando a mostrare la verità dietro l’aura da leader corrotto di Manson. Resta da vedere come si svilupperà in futuro questo relazione tra Manson ed Ford.

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L’arrivo di Mindhunter 2 è un’aggiunta efficace al catalogo di Netflix, che in agosto ha mostrato di poter calare sul tavolo dell’offerta televisiva assi pesanti, dopo Glow.

Big N deve però trovare un equilibrio nel rilascio delle serie di maggior impatto sul pubblico, cercando di compensare l’approdo a catalogo di prodotti decisamente scadenti come Another Life.

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