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Star Trek Discovery: Rotta verso l’ignoto per Michael Burnham nella seconda stagione

Con un dolore così dolce è terminata ieri la seconda stagione di Star Trek Discovery.

Per tutta la seconda stagione ho resistito alla tentazione di commentare, in positivo o negativo, le soluzioni narrative presentate dagli sceneggiatori, cercando di farmi  guidare da un solo stimolo: il senso della meraviglia. Che è il modo con cui ho sempre vissuto il mio esser trekkie, l’esplorare la galassia con la Flotta Stellare sentendomi parte di una saga fantascientifica che più di ogni altra (ebbene si, anche di Star Wars) ha influenzato pesantemente la società contemporanea.

La seconda stagione di Star Trek Discovery è giunta al termine, ma ha davvero onorato lo spirito trekkie?

Star Trek Discovery ha avuto sin dall’inizio un duro compito. Dopo aver chiuso con il mondo delle serie al brusco finale di Enterprise, il futuro immaginato da Gene Roddenberry ha provato a ripercorrere la strada del cinema, con la trilogia della Kelvine-timeline. Inevitabile che lo spettatore classico storcesse il naso, mentre il neofita della saga vivesse il tutto come una nuova esperienza, privo di riferimenti e, quindi, di basi su cui formarsi un giudizio sulla continuity. Discovery arriva dopo questa complicata rinascita del brand, non pienamente riuscita come dimostra la pesante batosta presa da Star Trek Beyond.

Ma come riportare i fan storici ad apprezzare Star Trek? Come unire storia e innovazione?

Teniamo presente che contrariamente a Star Wars, Star Trek non ha una continuity ufficiale, dato che lo stesso Roddenberry aveva deciso che quanto viene raccontato in seguito ha maggior validità delle cose svelate in precedenza. Criticabile, ma è la parola del creatore della saga, e come tale va accettata. Star Trek Discovery ha scelto, anche coraggiosamente, di presentare una Flotta Stellare diversa da come la abbiamo conosciuta prima, cercando comunque di mantenere una certa linearità con quanto abbiamo sempre conosciuto della saga.

Al termine della prima stagione aveva colpito duramente i fan con un finale epico che metteva in bella mostra uno dei simboli tipici di Star Trek, l’Enterprise. Dopo avere demolito il fascino dei Klingon, rendendoli irriconoscibili, era il minimo che potesse fare, ma come ha sviluppato questo potenziale nella seconda stagione?  Gli sforzi sono stati evidenti, e dal punto di vista visivo si è cercato di sviluppare una visione del futuro che trasmettesse al contempo una famigliarità a Star Trek ed una nuova idea di tecnologia futuribile. Dove difetta la seconda stagione di Star Trek Discovery è il suo voler imbastire il tutto principalmente sulla sfera emotiva, dando però una visione troppo artificiosa per esser credibile. In Discovery i protagonisti sono spesso forzati su un percorso che non ha una solida ragion d’esser, ma vengono invece utilizzati per travolgere lo spettatore, prescindendo dal realismo delle situazioni.

E quali sono i punti critici di Star Trek Discovery?

La via di Klingon

Dopo averli resi irriconoscibili, nella forma e nello spirito, ci si aspettava da Star Trek Discovery una seconda stagione in cui i figli di Qo’noS venissero in un certo senso resi più simili alla loro tradizione. Niente da fare. I Klingon hanno una presenza marginale, viene mostrato ridicolmente che hanno deciso di farsi ricrescere i capelli (non scherzo, è tutto vero!) e vivono in un modo talmente lontano dalle loro consuetudini da non poter esser motivato da un’evoluzione sociale in moto, da cui sarebbero i klingon futuri. Sotto questo aspetto, non c’è novità tecnologica dello show che tenga, i Klingon rimangono uno degli aspetti peggiori di Star Trek Discovery a mio avviso. Esteticamente stupendi, ma solo all’interno di una serie diversa o come razza mai vista, dato che solo il linguaggio gutturale tipico di questa specie ne tradisce la famigliarità con personaggi come Worf o Gorkon.

Senza contare che la loro presenza all’interno della seconda stagione di Star Trek Discovery è un immenso deus ex machina. Se rivediamo gli attimi in cui il loro ruolo interviene nella missione della Discovery, si può affermare che qualunque altra razza, inserita al loro posto, avrebbe potuto aver la stessa efficacia, se non superiore. Specialmente nel finale, la spettacolare battaglia spaziale vede un’entrata in scena dei Klingon scontata e prevedibile sin dall’episodio precedente. I Klingon di Star Trek Discovery sono tutto fuorché Klingon.

La pelle del male 

In Star Trek, le morti hanno sempre avuto un impatto fondamentale sui protagonisti. Da Tasha Yar a Spock, in Star Trek gli addii non sono mai mancato e Discovery non poteva fare eccezione. Ma ogni morte deve avere una propria ragione ed una conseguenza. Quanto il dottor Culber morì nella prima stagione, questo fu un catalizzatore per eventi successivi, dal ferire il marito Stamets al rivelare la natura reale di Tyler. Ma le resurrezioni? Tasha Yar non resuscitò, arrivò una figlia con odio represso. Spock tornò in vita con una spiegazione a metà tra scienza e filosofia. Il ritorno in scena di Culber è invece una forzatura inutile, che non porta di nulla di più alla dinamica personale dei protagonisti, compreso Stamets. La presenza di Culber in questa stagione è una forzatura, un voler premere più sull’emotività dello spettatore per spostare la sua attenzione da una trama scontata e priva di vere spinte narrative.

Dove nessun fanservice è mai giunto prima

Come si fa leva su un fan di Star Trek? Gli dai un assaggio di ciò che vorrebbe, senza mai realmente darglielo. E con me ha funzionato, almeno in parte. Se vedere l’arrivo dell’Enterprise nell’ultimo episodio della precedente stagione di Star Trek Discovery è stato il premio per avere retto sino alla fine. il richiamo a Talos, uno dei punto centrali della serie classica, è stato un colpo basso ma efficace. L’aver costruito una serie di episodi attorno ad una figura essenziale come quella del capitano Pike è stato intelligente e, soprattutto, ben pianificato. Già sapevamo che Pike fosse un eroe, ma ora ne abbiamo un senso dell’onore e del sacrifico che amplifica la sua aura eroica. Anson Mount è stato perfetto nel suo ruolo, toccando una vetta emotiva nell’episodio in cui vede il suo futuro.

Alla ricerca di Spock

Da quando venne annunciato l’arrivo di Spock nella seconda stagione di Star Trek Discovery, tutti hanno sperato che arrivasse la risposta alla domanda da un milione di barre di latinum: come mai Spock non ha mai parlato della sorella umana? Peck ha offerto una buon interpretazione dell’indole vulcaniana, ma rimane comunque poco coerente se inserito all’interno della storia di Star Trek. Ho faticato parecchio a ritrovare lo Spock autentico,  capire come si inserisce la figura di Burnham nella sua esistenza era una chiave essenziale per dare solidità a Star Trek Discovery all’interno della complessa continuity di Star Trek. Se nel caso di Pike il lavoro svolto è stato convincente, con Spock non ci si è sforzati a sufficienza per dargli una solidità tale da renderlo essenziale come fece a suo tempo Leonard Nimoy. Se a questo aggiungiamo una forzata battuta di Burnham sul futuro di Spock che pare esser il vero fulcro del suo futuro rapporto con Kirk, si perde tutto il fascino di una delle migliori amicizie della storia del cinema.

Generazioni

Star Trek Discovery è un prodotto moderno, che naturalmente ha da accontentare un diverso pubblico. Sono cambiati i tempi, oggi c’è un gusto diverso e il concetto stesso di serie è cambiato nel tempo. Star Trek ha sempre interpretato in modo accorto le tendenze sociali contemporanee, cercando di fornire uno specchio attraverso cui mostrare i difetti dell’umanità offrendo una via per un miglioramento della stessa. Il tutto, ovviamente, rivestito da una trama avventurosa e che mantenesse un legame tale da motivare un percorso di evoluzione sociale. Star Trek Discovery, al contrario, cerca di imbastire una trama frettolosa e poco approfondita, superficialmente interessante, ma che quando si va a cercare in profondità rivela delle fragilità tali da privare Star Trek Discovery di una solidità narrativa che supporti l’intreccio di spettacolo visivo e emotività artificiale.

Ieri, oggi, domani

Della continuity di Star Trek se ne è già parlato, ma come è possibile che si siano perse le basi? Non solo per quanto riguarda la costruzione della Federazione, ma anche per alcune scene che hanno puntato maggiormente all’effetto scenografico e spettacolare, che non alla struttura tecnologica tipica di Star Trek. Tralasciando l’inevitabile e necessario nuovo look tecnologico, quello che viene meno è la storia di Star Trek, il riferimento ad alcuni dei punti fermi della saga, andando a costruire degli eventi epocali (la prima guerra con i Klingon e il primo ufficiale ammutinato) o strutture familiari che avrebbero dovuto risultare nelle avventure successive. Star Trek Discovery conta più che altro ad impressionare emotivamente lo spettatore, puntando su un gioco fatto di battute ad effetto e colonne sonore azzeccate, ma che a cuore calmo non riescono a coprire una serie di discutibili scelte e scene che sono talmente assurde e fuori luogo da risultare più ridicole che non portatrici di ansia.

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