Black Summer: gli zombie invadono Netflix – Recensione

black summer cover

Parlare di zombie e serie televisive inevitabilmente porta a citare The Walking Dead. Le avventure di Rick e soci hanno riscritto il modo di concepire il survival horror a base di morti viventi, creandosi una schiera di sostenitori non indifferente.

Dopo le prime stagioni, lo confesso, ho mollato il colpo, stanco di una ripetizione narrativa che si faceva forte di cinque minuti di alto pathos dopo interi episodi lenti e privi di mordente. Amando il mondo dei morti viventi, però, ho avuto la curiosità di seguire altre serie (come Z Nation), e quando Netflix lo scorso week end ha diffuso Black Summer non ho resistito.

Black Summer porta su Netflix un’emozionante invasione di non morti

E per fortuna, perché Black Summer ha dimostrato come ci sia spazio per interpretare il concetto dello zombie con una nuova grinta. Di base, rimane lo spunto narrativo iniziale, non si rinuncia alla formazione di un gruppo di sopravvissuti o alla spietata sfida per la sopravvivenza, ma il tutto viene presentato con nuovi suggestioni e, soprattutto, una nuova dinamica narrativa.

E tutto questo è ancora più ammirevole, considerando che Black Summer si pone come un prequel proprio di quel Z Nation che si è presentato come alternativa a The Walking Dead. 

Negli otto episodi che compongono questa prima stagione di Black Summer, veniamo spinti in un’apocalisse zombie in piena diffusione. Non assistiamo alla comparsa del morbo, non ci vengono date spiegazioni. Lo spettatore viene sbattuto nel vivo del dramma, ne è travolto senza che possa fermarsi a ragionare su cosa stia accadendo.

Nel primo episodio vengono presentati in modo intelligente i protagonisti di questa epopea. Una famiglia divisa che deve ricongiungersi allo stadio cittadino (la Mecca dei sopravvissuti), un criminale che finge di esser un eroe e altri esempi di umanità assortita si alternano sullo schermo, dando una sensazione di disperato dinamismo che incuriosisce, appassiona.

Il fiore all’occhiello di questa produzione è il buon racconto della vicenda. Alternare così tanti personaggi non è semplice, è necessario un filo logico che sia accettabile all’interno della macrotrama e che converga verso degli snodi narrativi che diano concretezza al tutto.

Black Summer è perfetto in questo aspetto. Durante gli episodi capita di vedere scene cardine da differenti punti di vista,  eventi che fungono da catalizzatore per la sopravvivenza dei nostri eroi. In diverse occasioni ho voluto sfidare i registi e tornare a scene precedentemente viste da altra angolazioni per trovare le similitudini e sono rimasto piacevolmente sorpreso da come i pezzi di questo intricato puzzle si incastrassero alla perfezione.

Questo è il segreto di Black Summer, la sua forza: cambiare le regole del racconto zombie. Sarebbe stato facile creare sin dall’inizio un gruppo di sopravvissuti che affrontasse unito il dramma, ma l’originalità della serie Netflix consiste nell’avere ideato un diverso plot, una modalità differente con cui narrare l’orrore. Che non è solamente il non morto che famelico cerca una vittima, ma la resa emotiva dei personaggi.

I protagonisti di Black Summer sono ben approfonditi, emergono nel loro io autentico lentamente, da piccole rivelazioni nei dialoghi ai loro gesti. Non ci sono sensazioni di prevedibilità, per quanto alcuni passaggi siano obbligati.

La modalità con cui la storia prosegue, gli intrecci di eventi e drammi, contribuiscono a mantenere un alto tasso emotivo, trascinano lo spettatore a seguire questo viaggio della speranza sapendo che ogni passo potrebbe esser l’ultimo per qualunque personaggio.

Contrariamente ad altre serie zombie, qui la morte non fa sconti. Colpisce quando deve farlo, senza riguardo, non esistono vie di scampo. Per quanto certe dipartite mi abbiano colpito particolarmente, ogni addio ha il suo senso, non è mai strumentale alla storia ma trae consistenza dal realismo imposto alla narrazione.

Certo, in alcuni casi sono rimasto sconvolto, ma sull’onda emotiva viene da imprecare o disperarsi perché ti tolgono il tuo preferito dalla scena, salvo poi comprendere che quella morte in particolare era giusta in quel frangente, perché serve a dare sostanza e corpo ad un altro personaggio, è necessaria per renderla brutalmente credibile.

Black Summer è il prequel di Z Nation, da cui si discosta per una narrazione personale e più seria

Black Summer mira a questa sensazione di forte impatto emotivo in ogni scena, in ogni aspetto.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla regia mai scontata, capace di imbastire le scene in modo da esaltare le sensazioni più cupe e drammatiche dei personaggi. In alcuni episodi i silenzi o le tensioni vengono trasmesse con precisione impressionante, grazie al citato gioco dei diversi punti di vista.

Non esiste un solo punto di vista di un evento, questo è un assioma della vita, e Black Summer porta su schermo questa regola, la fa diventare il suo punto focale, la trasforma in una lente mutevole con cui raccontare le tragedie personali dei personaggi inserendole nel contesto generale.

Ad esser convincente è il mondo in cui si dipana la trama di Black Summer. Non avendo un riferimento cronologico dell’epidemia, non abbiamo un base da cui sviluppare una nostra percezione dell’evento, ed inevitabilmente il nostro punto di vista e la nostra sensazione di pericolo viene mutuata da quella dei protagonisti.

Grazie a questo stratagemma possiamo vivere il disagio di chi deve stravolgere la propria concezione del mondo, accettando che ormai l’ordine sociale è crollato e si è tornati alla sopravvivenza del più forte.

In diversi momenti traspare questa disperazione, la spasmodica ricerca di una nuova forza, che sia disperazione o istinto di sopravvivenza, che consenta di vivere ancora un giorno.

Spezzare il ritmo ricorrendo alla struttura di micro-episodi all’interno delle diverse puntata è curioso, ma contribuisce a rendere la serie fluida ed avvincente. Se inizialmente questi racconti nei racconti sono intitolati con i nomi dei sopravvissuti, piano piano i titoli mutano in situazioni, in obiettivi da raggiungere, preparando lo spettatore a dei colpi di scena belli carichi.

Così facendo, Black Summer si libera dalle ombre ingombranti di nome più famosi e venerati del survival horror. Fare un paragone con altre serie sarebbe inutile, dato che la produzione Netflix non vuole seguire una strada già battuta e ‘comoda’, ma si vuole presentare con una freschezza propria. In una selva di storie di tutte uguali, Black Summer vuole esser l’alternativa, e adempie il suo ruolo in modo perfetto.

Il finale di Black Summer è perfetto, un crescendo emotivo con un climax finale che stringe in una morsa il cuore dello spettatore. E che apre ad una seconda stagione, anche se per come è stato concepito potrebbe esser visto come la degna conclusione di una storia angosciante e spietata.

Di sicuro, c’è più pathos e emozione in Black Summer che non in The Silence, l’altra proposta horror di Netflix dello scorso week end. Rimane però il dubbio che una seconda stagione possa ancora mostrare questa originalità e l’intensità emotiva dei primi otto episodi.

Vedremo se Netflix vorrà nuovamente investire in quella che oggi sembra esser la vera alternativa a The Walking Dead.

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