Russian Doll: cento di queste morti, Nadia! – Recensione

Russian Doll

Preso com’ero dalla curiosità di vedere come Netflix avrebbe reso omaggio alla fantascienza firmata Martin con Nightflyers, ho rischiato di perdermi il vero gioiello dello scorso week end in casa Netflix: Russian Doll. Metabolizzata la nuova delusione fantascientifica di Big N, mi sono lasciato tentare dalla seconda nuova proposta del colosso dello streaming. E per fortuna, visto che Russian Doll è una vera e propria chicca.

Loop temporali e cinismo al centro di Russian Doll, la nuova, entusiasmante serie originale Netflix

Sinceramente, all’inizio non ero particolarmente convito, visto che alla base della serie torna l’ormai trito e ritrito concetto del loop temporale. Dai tempi di Ricomincio da capo, con Bill Murray (ripreso in Italia da Antonio Albanese con il suo E’ già ieri), sino al più recente The Edge of Tomorrow, l’idea di rivivere in continuo lo stesso giorno è stata già sfruttata. Questo non significa che si debba accantonare una promettente idea, ed ecco quindi che Russian Doll si propone di offrire un’avvincente variazione sul tema.

La prima puntata è il punto di partenza di questo appassionate viaggio nella vita di una newyorkese decisamente insolita. Nadia (una stupefacente Natasha Lyonne) ci accoglie nel bagno dell’appartamento in cui si festeggia il suo trentaseiesimo compleanno con un party organizzato dall’amica Maxine (Greta Lee), che non sembra esser particolarmente gradito alla festeggiata. Seguiamo Nadia che flirta con uno sconosciuto, prima di abbandonare la festa per mettersi in cerca del suo gatto, assente da casa da parecchi giorni. È proprio durante questa passeggiata notturna per New York che Nadia incontra il suo destino: morire investita da un’auto.

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Ma anziché trovare Nadia nell’aldilà, ritroviamo la donna nello stesso bagno visto in apertura di serie. E qui inizia il loop che caratterizza Russian Doll, con Nadia costretta a rivivere questa serata ad oltranza, vittima di quel loop temporale di cui accennavo prima.

Ad onor del vero, le prime tre puntate hanno rischiato di allontanarmi da Russian Doll. Dopo l’iniziale curiosità scatenato dal primo episodio, ho faticato a trovare nel cinismo di Nadia lo sprone per continuare la serie. L’idea non originale ed uno sviluppo che sembra seguire strade già note erano fonte inizialmente di un certo sospetto, ma proprio quando ero pronto ad arrendermi e cercare altro, Russian Doll ha mostrato in pieno il suo fiore all’occhiello: Natasha Lyonne.

In un mondo in cui i personaggi secondari non sono particolarmente dettagliati, costretti a ripetere una parte che non pare mutare mai veramente, tutto poggia sulle spalle della Lyonne, costretta ad esser assolutamente impeccabile. E Nadia risulta incredibilmente affascinante, in quella sua progressiva presa di coscienza della propria vita.

Quella che inizialmente sempre una donna cinica e disincantata si rivela pian piano una creatura unica, in cerca di una rivelazione che ne motivi le scelte di vita. Scoprire il suo passato travagliato e le conseguenze avute sul suo presente è un’esperienza avvolgente, in cui i toni della commedia cinica si mescolano con le suggestioni emotive che fioriscono nei momenti più impensabili.

In diversi punti di questa prima serie di Russian Doll, dopo aver ammirato il modo in cui Nadia affronta la vita mi sono ritrovato a provare un senso di tenerezza nell’assistere al mutamento della protagonista man mano che questo travolgente loop costringe Nadia a confrontarsi con scelte mai fatte e parole mai dette.

A dare sprint a Russian Doll è l’arrivo di Alan (Charlie Barnett), anche lui rapito in questo loop. Personaggio antitetico a Nadia, Alan, pur non raggiungendo la complessità della protagonista, riesce a creare con Nadia un’alchimia intensa, basata su un mutuo soccorso tra due persone che difficilmente, in condizioni ‘normali’, avrebbero potuto trovare un punto di contatto.

Invece la loro interazione si trasforma rapidamente nell’aspetto meglio riuscito di Russian Doll. Vedere come queste due anime intrappolate cerchino di aiutarsi, dopo un’iniziale incomprensione e qualche titubanza, è a tratti romantico. Il modo in cui lentamente comprendono la reciproca necessità è gestito al meglio, il ritmo narrativo non viene mai forzato, ma scorre tra una battuta ed una caratterizzazione emotiva che ti prende all’improvviso, rapida come un gancio al mento e calda come una lacrima.

Da notare come l’intero cast creativo di Russian Doll sia composto da donne, un dettaglio che chiarisce come mai Nadia sia così vera. Il team autoriale non vuole dare un’idea stereotipata della donna newyorkese indipendente, ma con lucida onestà sveste lentamente Nadia delle sue maschere e delle sue artificiose sicurezze, mettendone a nudo una natura brutalmente sincera. Ma è proprio questo viaggio interiore, tanto più complesso quanto più cupo si fa il loop, a diventare il punto di svolta nella vita di Nadia.

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Russian Doll funzione anche per il suo approccio linguistico libero, con dialoghi sboccati ma realistici, che vanno un conformismo televisivo che, negli ultimi tempi, sembra esser meno rigido, specie in produzioni che mirano ad una verosimiglianza tangibile con il quotidiano. E Nadia è dannatamente vera, con quel suo cinismo verbale che inizialmente sembra un vezzo, ma col tempo si presenta come una difesa di un’anima in cerca di una propria espressività che ne veicoli l’autenticità.

In tutto questo bailamme, silenziosamente respira una New York notturna che accoglie la maggior parte degli eventi di Russian Doll. La Grande Mela è un perfetto teatro per questa vicenda, mettendo a disposizione della serie le sue mille anime e i suoi cento volti, che in Russian Doll diventano elementi essenziali, a volte opportunamente estremizzati, per veicolare un’intensa storia di comprensione ed accettazione del proprio io.

Dopo tante delusioni, finalmente Netflix offre una serie decisamente interessante, che fortunatamente è già stata rinnovata. Quindi auguriamo alla nostra Nadia altre cento di queste morti!

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