Mary e il fiore della strega (e l’eredità dello studio Ghibli) – Recensione

Le sale cinematografiche italiane continuano a strizzare l’occhio all’animazione giapponese, così, dopo il ciclo di eventi speciali dell’anno scorso che hanno visto approdare nelle nostre sale titoli come Sword Art Online o il capolavoro indiscusso di Makoto Shinkai Your Name, quest’anno è stata la volta di Mary e il fiore della Strega (Meari to majo no hana) di Hiromasa Yonebayashi, primo lungometraggio del giovane studio Ponoc, che accoglie tra le sue fila numerosi talenti cresciuti allo studio Ghibli sotto il maestro Hayao Miyazaki.

Mary e il fiore della Strega si pone in splendida continuità con la tradizione anime dello Studio Ghibli, quasi a voler raccogliere l’eredità della “creatura” di Hayao Miyazaki

Mary e il fiore della Strega è stato infatti recentemente distribuito nei nostri cinema da Lucky Red e per pochi giorni è stato possibile immergersi nuovamente in quel mondo fatto di chine, pennelli e fantasia a noi tanto caro.

In attesa di poter rivedere, si spera presto, l’opera di Yonebasyashi in versione home video, ecco alcune mie impressioni su un film e uno studio d’animazione di cui si parlerà molto in futuro.

Mary e il fiore della Strega, film ispirato al romanzo “La piccola scopa” della scrittrice britannica Mary Stewar, racconta la storia della piccola Mary Smith e della sua straordinaria scoperta fatta durante le vacanze in campagna a casa della prozia Charlotte.

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In uno dei tanti pomeriggi oziosi passati a girovagare per i prati, Mary insegue nel cuore di una fitta foresta una coppia di strani gatti e finisce per imbattersi in un misterioso fiore ed una scopa abbandonata.

Inizierà così un viaggio che la porterà ad aprirle le porte dell’esclusiva Scuola per Streghe Endors diretta dalla misteriosa Madama Mumblechook e a farla entrare in un mondo di magia, di nuovi incontri e anche nuovi pericoli.

Se Mary e il fiore della Strega rappresenta il lungometraggio di presentazione al grande pubblico per lo Studio Ponoc, non si può certo dire la stessa cosa per il suo regista Hiromasa Yonebayashi.

La sua collaborazione collo Studio Ghibli risale infatti ai tempi della principessa Mononoke (1997), dove aveva lavorato come animatore.

Il suo talento non doveva certo esser passato inosservato al grande maestro Miyazaki, se lo ritroviamo a lavorare come capo animatore su progetti sempre più impegnativi: dalla Città incantata (2001), al Castello Errante di Howl (2004) e Ponyo sulla scogliera (2008) per citare i più famosi.

Il grande salto alla regia avvine nel 2010 con Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento (2010) prima, e con Quando c’era Marnie (2014) poi.

Quando nel 2015, a seguito dell’ufficiosa (e speriamo mai ufficiale) uscita dello Studio Ghibli dal mondo della produzione cinematografica, Yonebayashi decise di co-fondare lo Studio Ponoc, in molti erano certi che presto o tardi avremmo sentito parlare di questo nuovo studio di animazione.

L’attesa è durata 3 anni ma le aspettative non sono state certo disattese.

Mary e il fiore della Strega è infatti un’opera che per molti versi merita il grande successo che sta ottenendo ai botteghini di tutto il mondo (specialmente in Giappone ovviamente) permettendogli già di superare i 35 milioni di incassi registrati da Quando c’era Marnie.

Lo studio Ponoc si presenta infatti con una storia curata in tutti i dettagli: dalla trama, ai disegni alla colonna sonora.

Paga positivamemte inoltre la scelta di porsi in continuità con la tradizione dello studio Ghibli, quasi a volerne raccogliere il testimone e l’eredità.

In Mary e il fiore della Strega sono infatti ben evidenti le influenze visive e d’atmosfera dei grandi capolavori del noto studio d’animazione ai quali Yonebahashi aveva lavorato.

Ma più in generale è forte la presenza di quegli elementi iconici che hanno reso celebri le storie di Miyazaki, come il rispetto della natura, che mai dovrebbero essere abusate dall’uomo, o la condanna alla bramosia di ricchezza e potere, capace di corrompere il cuore uomano o ancora la difficile ricerca di sé stessi tra il desiderio di cambiare e il sapersi accettare e voler bene per quello che si è.

In questa sua determinazione di attestarsi agli occhi del pubblico come il leggittimo erede dello studio Ghibli, Yonebahasy mostra però anche le principali fragilità “giovanili” dietro a questa aspirazione.

Se da un lato infatti sono abbastanza evidenti i punti di contatto tra i due studi di animazione è pure altrettanto evidente che Mary e il fiore della Strega è un’opera ancora non pienamente matura, che sa divertire ma che non riesce ancora a far sognare, ad elevare lo spettatore a quella dimensione fantastica e poetica alla quale il maestro Miyazaki ci ha abituati col suo tocco gentile e deciso.

Sembrerebbe quasi che per paura di non sbagliare, di non deludere le tante aspettative, Yonebahasy abbia deciso di giocare sul sicuro, senza osare fino in fondo, finendo peró col conferire una personalità un po’ debole alla sua opera.

Lo Studio Ponoc e i suoi autori dovranno crescere bene e in fretta se vorranno continuare a confrontarsi non solo colla tradizione Ghibli (e speriamo col ritorno del suo maestro al grande cinema) ma anche con le nuove promesse come Makoto Shinkai e il suo Your Name, film che ha saputo convincere con uno stile ma anche con una maturità ben diversa da quella mostrata da Mary e il fiore della Strega.

Insomma questi si confermano tempi interessanti per il futuro del cinema d’animazione giapponese.

A noi non resta che metterci comodi e goderci lo spettacolo.

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