Star Trek Discovery: Mi prenderai per mano? (Finale di stagione) – Recensione

Il finale di stagione di una serie non è mai un episodio facile. Il pubblico si aspetta la fine di tutte le linee narrative, una conclusione che deve essere esplosiva, travolgente. Questa aspettative sono comuni ad ogni serie, ma quando il titolo è uno dei più amati di sempre, il discorso si fa ancora più complesso. Per una settimana i trekkies e gli appassionati di fantascienza sono rimasti in attesa per il finale della prima stagione di Star Trek Discovery, che si è materializzato in queste ore su Netflix.

Mi prenderai per mano?, il quindicesimo ed ultimo episodio della nuova forma di Star Trek ha avuto un compito che definire arduo è un eufemismo. Fin dalla sua prima puntata, la serie ha affrontato un percorso arduo, costellato di critiche (tante) e apprezzamenti (pochi inizialmente). Io stesso nei primi episodi ho faticato nel ritrovare quell’aria trekkie che da sempre associo alla mia serie preferita, facendo subito parte di quelli che ne hanno criticato l’estetica. Vi avviso, se non avete ancora visto l’episodio, più avanti saranno presenti riferimenti

Star Trek Discovery arriva all’ultimo episodio della prima stagione, ma saprà chiudere con una puntata all’altezza delle aspettative?

Sia chiaro, ancora fatico a concepire il nuovo aspetto dei Klingon, e su quello temo che non riuscirò mai ad andare oltre. Ma la forza di Star Trek Discovery, specialmente nella seconda parte della stagione, è l’aver reso omaggio non tanto all’immagine dell’universo di Gene Roddenberry, quanto al suo spirito. Il vedere la Federazione coinvolta in una guerra devastante e che mette a rischio la sua stessa esistenza è una nuova frontiera della narrazione in questo contesto, una novità che fa sorgere un interrogativo: quanto valgono i tuoi principi?

Abbiamo sempre visto la Federazione tenere alto il valore dei propri principi, usati in più di un’occasione quasi come un’arma. Non sono mancati momenti in cui elementi estremisti hanno mostrato la fine del sogno (come in Rotta verso l’ignoto, o la Guerra con il Dominio), ma in questa nuova serie il sottotono morale era sempre marcato, presente. Ed è stato uno dei punti di forza.

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Vedere la Flotta Stellare nella sua ora più buia, quando gli esploratori scoprono come sia una guerra interstellare contro un nemico implacabile, diventa anche il banco di prova dei principi che così nobilmente si sono sbandierati. Ora sappiamo che Lorca era un perfetto capitano per i tempi di guerra perché veniva da una dimensione in cui la violenza era una regola di vita, ma non per questo anche nella nostra realtà mancano persone capaci di compiere azioni spietate in nome della ‘giusta causa‘. Star Trek Discovery, con queste premesse, avrebbe potuto offrire un ottimo finale. Avrebbe, badate bene.

Veder Mi prederai per mano? diventa un’esperienza bipolare. La guerra con l’Impero Klingon volge al termine in un modo che definire stucchevole è ancora poco. Quello che era il punto di partenza di questa intera prima serie, la guerra con i Klingon, viene risolto in due episodi in cui il corpo principale della narrazione è focalizzato su altro. Come a dire, si c’è una guerra, la Federazione è messa male ma non è così importante.

Questo ultimo episodio, da un punto di vista di complessità narrativa, punta totalmente sulla retorica. Burnham, colei che ha scatenato la guerra, diventa la bussola morale dell’intera Flotta, l’unica a sceglie di difendere i propri principi in nome di una pace con l’Impero. Al punto che lascia nelle mani di L’Rell l’arma definitiva con cui la Federazione avrebbe potuto vincere. Siamo seri, questo buonismo e questo racconto sono presentati in una forma che è difficile non veder come una frettolosa chiusura di una stagione che poteva offrire molto di più.

Star Trek Discovery ha una natura incredibilmente altalenante. Prima parte da dubbio perenne, seconda parte nell’Universo dello Specchio incredibilmente affascinante, e conclusione di una delle trame più complesse e ricche di potenziale immaginabili condensata in due episodi. Il tutto con un’imposizione allo spettatore che non ha alcuna veridicità, troppo rapido.

L’Impero che era frammentato si riunisce sotto la guida di L’Rell, in un modo così puerile che più che Klingon sembrano Ferengi spaventati. La cerimonia finale di premiazione nel palazzo della sede della Federazione Unita dei Pianeti è di una retorica incredibilmente pesante e irreale, con la Burnham, un neo promosso comandante, che sembra guidare l’Alto Comando su cosa dire, ad ogni onorificenza corrisponde una sua frase, stucchevole come pochi.

Ora, come copri queste pecche vistose? Come imbonisci il fan della serie, ancor più dello spettatore che si approccia con Star Trek Discovery all’universo di Roddenberry? Semplice gli offri quel finale che ha atteso con tutto il cuore, gli dai quella speranza che lo lega inesorabilmente al mito. Gli dai l’Enterprise.

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Il finale, le ultime scene, della prima stagione di Star Trek Discovery, son uno dei migliori fan service mai visti. E funzionano benissimo, sia chiaro. Quando inizia a compare quel numero del registro di flotta, il cuore inizia a pompare, come si sente il nome Pike, sei lì che stringi le mani e aspetti solo che compaia lei, LA nave di Star Trek. E puntualmente lei, arriva, ti appare in pieno schermo, accompagnata dalla sua musica, e la serie si chiude con la sigla della TOS che ti fa scappare un gridolino da adolescente in crisi ormonale.

Poi ti ricordi che hai quarant’anni e gli ormoni lasciano lo spazio ad una domanda: era davvero necessario? Per tutta questa prima stagione di Star Trek Discovery ti fanno capire come non serve l’Enterprise per respirare aria trekkie, ti portano ad un passo da mostrarti l’altra faccia del sogno della Federazione, ed ecco che proprio sul finire non resistono e ti piazzano questa colossale, gigantesca, adorabilissima paraculata. Perché siamo onesti, è una paraculata da oscar. Stupenda, la amo e la rivedrò ancora decine di volte (stilisticamente perfetta), ma sempre paraculata resta, eh.

Tutto per lanciare la seconda stagione futura con un’ansia senza pari. Ma quindi ora Burnham vedrà il fratello, Spock? Come mai l’Enterprise lancia un segnale di soccorso?

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Per farla breve, il finale di Star Trek Discovery, funziona o no? Dipende.

Se si cerca un finale ragionato, che dia risposte sensate e non palesemente forzate, se si detesta la retorica buonista ad ogni costo, se vogliamo una storia degna di questo nome e delle reazioni vere, no, questo è uno dei peggiori finali di stagioni che si potesse pensare.

Se invece siamo degli appassionati di quell’ottica ottimista, inguaribilmente speranzosa che accompagna alcune delle migliori avventure di Star Trek, se pensiamo che una sola scena possa dare il senso a tutta una stagione, allora Mi prenderai per mano? è il migliore finale di stagione che potevamo augurarci.

Personalmente, continuo ad avere un atteggiamento piuttosto ambiguo su Star Trek Discovery. Lo ritengo una buona serie, con un impatto visivo moderno e al contempo comprensibilmente vicino all’ottica fantascientifica di Star Trek, un prodotto di cui apprezzo moltissimo la voglia di mostraci una nuova Flotta Stellare, in ginocchio e costretta a dimostrare quanto realmente creda nei suoi principi.

Rimango però ancora dubbioso sulla gestione dei tempi narrativi, su questo imporre un finale così rapido a quello che è l’evento clou non solo di questa stagione di Star Trek Discovery, ma anche della vita politica del Quadrante Alfa. Non è credibile, non è da Klingon. Sa tutto di retorica, mi spiace, questa fretta nel fare la cosa giusta, una conclusione così ‘facile’ ad un conflitto che è alla base anche degli sviluppi futuri di Star Trek.

Ma c’è l’Enterprise. Arriva bella e potente, con una musica perfetta e il cuore trekkie batte così forte che soffoca le grida di protesta dei dubbi. Sarebbe da capire se uno spettatore qualunque sia pronto ad accettare questo finale, non venendo investito da questa forte ondata emotiva che travolge chi è cresciuto con Kirk e Picard.

Lunga vita e prosperità.

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