Black Mirror 4×06: Black Museum – Recensione

black mirror black museum

Black Museum ha un ruolo non da poco all’interno di questa stagione di Black Mirror. L’ultimo episodio di una stagione ha sempre il compito arduo di salutare gli spettatori con un’emozione forte, mostrando il meglio di quanto finora vista per lasciare un buon ricordo fino alle prossime puntate. Nel caso di Black Museum, potrebbe anche essere l’episodio finale dell’intera serie. Brooker aveva un accordo con Netflix che contemplava la creazione di dodici episodi, divisi in due stagioni, e al momento non si hanno notizie certe sul destino della collaborazione tra Brooker e la piattaforma di digital streaming.

Considerando questo dettaglio, sembra da rivalutare anche il titolo dell’episodio. Il museo a cui si allude è una sorta di attrazione macabra in cui sono raccolte alcune delle invenzioni più letali mai concepite, ognuna con una propria storia. Black Museum riesce a racchiudere in questo racconto antologico l’essenza degli spunti narrativi salienti dell’intera serie, ossia le diverse declinazioni del rapporto uomo-tecnologia. In quest’ottica, potremmo vedere l’attrazione di Rolo Haynes come un museo di Black Mirror, una raccolta di tutta le suggestioni che il serial ha cercato di instillare negli spettatori.

Black Museum chiude la quarta stagione di Black Mirror, divenendo potenzialmente anche il finale di serie!

Questo senso di familiarità è la vera spinta narrativa di Black Museum. La quarta stagione di Black Mirror mi è parsa la meno incisiva dell’intero serial, come se la verve narrativa di Brooker e la sua voglia di critica ragionata all’incedere della tecnologia fossero divenute delle stanche abitudini, prive della loro incisività. Nonostante l’intento di Brooker di dare a Black Museum un’enfasi finora solo insinuata sul tema portante della serie, l’intenzione dell’autore viene svilita dall’assenza di una narrativa sorprendente per gli spettatori, che ormai sanno dove andrà parare la trama. Il valore di Black Museum è il suo tono da amarcord, in cui veniamo accompagnati in una sorta di viaggio dei ricordi dell’intera serie. A tal proposito, Black Museum andrebbe visto come ultimo episodio dell’intera serie, proprio per potersi godere il giochino citazionista messo in piedi da Brooker.

Il Black Museum del titolo, tornano alla trama, è un’attrazione ormai fallimentare messa in piedi da Rolo Haynes (Douglas Hodge) in mezzo ad uno sperduto deserto americano, vicino ad una stazione di rifornimento. Al suo interno, sono contenute delle invenzioni incredibili e causa di indicibili sofferenze. I più accaniti fan della serie non tarderanno a cogliere i rimandi ad episodi chiave del mito di Black Mirror, dando corpo a quel senso di affettuoso ricordo che è alla base di questo episodio.

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Da un punto di vista stilistico, Black Museum è interessante. Brooker sembra muoversi su due diverse impostazioni narrative. Da un lato, si ha come l’impressione di volersi staccare dalla linea guida principale della serie, portando lo spettatore a vivere un’esperienza dalle forte tinte horror, creando un crescendo emotivo che viene esaltato dalla storia che lega i diversi episodi contenuti nella macrotrama. D’altro canto, è innegabile come in questo episodio, per la prima volta, il sottinteso rapporto uomo-tecnologia, con il lato oscuro sempre pronto ad emergere, sia messo in primo piano. Ironicamente, quando Black Mirror mette in risalto la sua tematica principale sembra perdere di consistenza, come se il suo segreto fosse nascondere la sua natura in modo da lasciarcela scoprire.

Solitamente il tono narrativo di Black Mirror cerca di muovere una critica all’uso della tecnologia in modo scriteriato, andando ad analizzare l’impatto sull’intero iter sociale. Black Museum, pur tenendo in conto l’abuso tecnologico, si concentra su un aspetto più intimistico di questo malsano rapporto. La dipendenza del medico, la segregazione della madre nel peluche o lo sfruttamento degli ultimi istanti di vita di un condannato a morte per un macabro intrattenimento diventano la critica non alla società, ma alla nostra coscienza, alle bassezze dell’animo umano. Se in precedenza Black Mirror presentava i suoi protagonisti come vittime di una società che creava tecnologie per una pura esigenza di mercato, in Black Museum questo spunto lascia spazio alla voglia del singolo di maggior potere, di un controllo viziato dalle proprie egoistiche priorità. Non si era mai vista una possibilità di scelta sull’utilizzo di questi pericolosi ritrovati della scienza, ma Rolo diventa il diavolo tentatore che offre la scelta. Ironicamente, lui stesso è la prima vittima di questa possibilità, e come tutti deve poi affrontarne le conseguenze.

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Le storie con cui Rolo accoglie la sua ultima ospite sono ben ideate. Le prime due sembrano inizialmente solo dei racconti per mostrare le conseguenze di un patto scellerato con la black science, in cui Rolo ha quasi il ruolo del diavolo in una sorta di contratto faustiano. La bravura di Brooker consiste nel riuscire a sviare la nostra attenzione fino al momento rivelatore, in cui tutto finalmente si rivela intrecciato, essenziale allo svolgimento dell’episodio.

A dare spessore a questo finale di Black Mirror è anche la regia suggestiva di Cold McCarthy (La ragazza che sapeva troppo). La scelta di concentrare l’occhio dello spettatore su alcuni dettagli, la particolare gestione dell’episodio del peluche e l’attenzione con cui sono sempre inquadrati Rolo e la sua visitatrice (Letitia Wright) sono accompagnate ad una fotografia che rende sempre cupo e torbido. Il tono da Cicerone mellifluo di Rolo o l’ansia sul volto della sua ospite nell’assistere agli inquietanti racconti sono i segnali di un crescendo emotivo acuito dal rapporto mutevole dei due, costruito su piccoli cambiamenti, sia nelle espressioni che nell’emotività, fino alla rivelazione finale. Ci si aspetta un cambio repentino come da tradizione in Black Mirror, e quando arriva colpisce, anche se con meno efficacia che in passato. La debolezza di questo episodio, comunque gradevole, è che la costruzione di uno stato di ansia e morbosa attesa nello spettatore ormai non funziona più, siamo troppo abituati a questa struttura per farci pienamente sorprendere.

Black Museum, preso singolarmente, ha lo stesso pregio di Metalhead: godibile, intrigante. La sensazione che ho avuto è stata quella di rivivere i tempi di Zio Tibia, con un’intrigante storia che leghi i piccoli racconti contenuti all’interno. Visto così, Black Museum potrebbe esser un interessante film dalla tinte horror e fantascientifiche. Se invece lo inseriamo all’interno del contesto di Black Mirror, questa sperimentazione che ha investito in modo massiccio la quarta stagione, in particolare con U.S.S. Callister o Crocodile, ha come creato una perdita di consistenza rispetto al canone della serie. L’impressione che ho avuto è che Brooker, anche se supportato da registi e attori capaci, abbia finito il suo lavoro con Netflix più per dovere contrattuale che non per ispirazione, mostrando una certa stanchezza nel trattare lo stesso tema. Personalmente, sarei più che lieto di accogliere Black Museum come finale definitivo di Black Mirror, preferibile a nuovi episodi privi di sostanza che scimmiottano il valore di precedenti gioiellini della narrazione.

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