Arabelle & Pica: La sirena rosa – Recensione

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Arabelle & Pica – La sirena Rosa, l’esordio di Alice Berti per Upper Comics

Approfittando della disponibilità dei ragazzi di Upper Comics che abbiamo avuto il piacere di conoscere di persona a Lucca, ecco la recensione di Arabelle & Pica – La sirena rosa, albo d’esordio della giovanissima Alice Berti edito dall’altrettanto giovane casa editrice.

Il volume è un giallo dalle tinte fantasy ambientato nella Parigi degli anni ’50 e rivisita la classica storia della caccia a un serial killer.

Facciamo una premessa: mi sono avvicinato a Arabelle & Pica con quel misto di puzza sotto al naso e voglia di stroncatura spietata che chi mi conosce bene sa riconoscere all’istante.

Le ragioni sono molteplici: innanzitutto, sono sempre stato abbastanza diffidente nei confronti dei manga (?) realizzati da autori Italiani (certo, è un pregiudizio bello e buono, ma io, essendo un metallaro di quelli tosti, ho fatto del pregiudizio la mia ragione di vita).

In secondo luogo, da amante del giallo tradizionale, ho sin da subito bollato come eresia qualsivoglia contaminazione con il fantastico, di cui sono comunque un ammiratore, sia chiaro.

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Invece, dopo aver sfogliato questo albo, ho cambiato idea e in me si è subito accesso un certo interesse. Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio, ovvero dalla sinossi della storia raccontata nell’albo.

Arabelle è una giovane scrittrice francese dalla particolarità di avere i capelli d’inchiostro (sì, sì, lettore, non fare lo gnorri, hai capito benissimo, stacce) che è sempre accompagnata da Pica, una gazza ladra magica che non solo parla, ma ha anche il potere di rubare le storie.

La protagonista è una Jessica Fletcher rompico***oni molto attenta al mondo che la circonda e ha l’abitudine di andare a impicciarsi delle cose che non la riguardano. Una notte viene ritrovato un cadavere orrendamente assassinato e Arabelle non vuole certo starsene con le mani in mano, decidendo di dare una mano alla polizia a scovare l’assassino.

Dopo aver terminato la lettura mi sono chiesto come valutare l’albo e come approcciarmi alla sua recensione.

Ci ho riflettuto un po’, rischiando anche di allungare inevitabilmente i tempi di stesura e, alla fine, sono giunto a questa conclusione: in questo Arabelle & Pica ci sono cose che mi sono piaciute e cose che non mi sono piaciute.

Partiamo con quello che mi è piaciuto di questo albo.

Lo stile del disegno sono le cose che mi hanno convinto finta subito, una sensazione a pelle che non mi ha tradito.

Prima di cominciare a leggere l’albo ero convinto (i soliti preconcetti di cui tutti soffriamo) che mi sarei trovato di fronte al classico manga all’italiana, invece ho scoperto che non è affatto così. Certo, in Arabelle & Pica il lavoro della Berti è ovviamente ispirato alla scuola orientale, ma l’influenza principale non è certo quella, bensì la scuola francese (non a caso la storia è ambientata a Parigi), non solo a livello fumettistico, ma anche pittorico, con alcune vignette che non sfigurerebbero in una mostra dedicata alla Belle Epoque.

Uno stile abbastanza originale, insomma, che pesca da varie sorgenti che accompagnano la giovane illustratrice verso uno stile personale e riconoscibile. Alice Berti è giovane, le basi ci sono tutte e quindi siamo molto fiduciosi.

La trama: sono un appassionato di gialli e adoro le storie sui serial killer e qui Arabelle & Pica vince facile con la sua intrigante storia dal ritmo veloce, anzi, velocissimo scandito da dialoghi brevi e da repentini cambi di scena.

Il volume si legge davvero tutto d’un fiato.

Il ribaltamento di prospettiva è qualcosa che dona “movimento” ed emozione a tutto. Non posso approfondire ulteriormente questo aspetto, perché altrimenti farei uno spoiler grosso come una casa. Mi limiterò a dire che, solitamente, le storie dove l’antagonista è un serial killer hanno tutte determinate caratteristiche. In La sirena rosa, alcune di queste caratteristiche vengono piacevolmente ribaltate. Non vado oltre.

I personaggi son uno dei punti di forza dell’albo, con Arabelle che mi ha ricordato subito Jessica Fletcher, la leggendaria Signora in Giallo interpretata dall’altrettanto leggendaria Angela Lansbury e quindi mi è subito piaciuta, spero che l’autrice prenda questo come un complimento perché per me lo è davvero!

Il commissario Lalonde è il classico poliziotto che non vede di buon occhio le interferenze esterne, un po’ come Lestrade per Sherlock Holmes o il recente Carpenter per Dylan Dog. I suoi battibecchi con Arabelle rientrano nella più classica tradizione del genere, ma hanno il loro perché e ben si inseriscono nell’intera vicenda.

Gli altri personaggi sono tutti ben caratterizzati e, benché a volte ricadano in certi cliché scontati, risultano sempre simpatici e divertenti.

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Poi ci sono degli aspetti che avrei preferito si fondessero con maggiore omogeneità in un’avventura che ha tanto potenziale.

L’atmosfera della Parigi anni ’50, per esempio, è davvero poco presente: è difficile apprezzare qualcosa che non c’è. Si fa un po’ di fatica a capire il momento storico durante il quale si svolgono gli eventi se non fosse per gli abiti indossati dai protagonisti e quanto evidenziato nella prima pagina dell’albo che ci notizia del periodo in cui si svolgono gli eventi, con la storia che avrebbe potuto benissimo avere luogo anche ai giorni nostri.

Le inquadrature strette, strettissime con una sovrabbondanza di primi e primissimi piani non mi hanno certo entusiasmato. Questo tipo di “taglio visivo”, che non è certo un male, sia chiaro, penalizza proprio la possibilità di capire dove e quando ci troviamo realmente: mi sarebbe piaciuto avere più inquadrature larghe che potessero spaziare su panorami e ambienti tipici della Ville Lumière degli anni ’50.

L’influenza fantasy mi è sembrata un qualcosa di forzato e non propedeutico alla storia: l‘elemento fantasy (i capelli d’inchiostro di Arabelle in primis)  è limitato, ma quando compare confesso che faccio fatica a vederne l’utilità, tanto che non hanno praticamente nessuna influenza all’interno della storia. Idem per la gazza Pica, la cui capacità di rubare le storie degli altri (in pratica osserva e poi riferisce) sa di deus ex machina un po’ troppo forzato

L’elemento fantasy in Arabelle & Pica conferisce una certa originalità alla storia, ma a parte questo sembra essere un po’ troppo fine a se stesso, il che è un peccato.

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Un po’ di disappunto anche per quanto riguarda i dialoghi che avrebbero meritato molta più consistenza e spessore visto il genere di storia affrontata nell’albo. Osando di più con i dialoghi, rischiando anche di annoiare il lettore in alcuni passaggi, si sarebbe regalato più corpo e godibilità all’intero albo.

Con Arabelle & Pica parliamo di un albo d’esordio, con tutti i pregi e i difetti che esso questo tipo di opere contengono. Abbiamo tante cose buone in questo volume e anche qualcosa che non ci ha convinti, ma queste ombre vengono annullate da tante luci, su tutte lo stile di disegno e la personalità dei protagonisti.

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