Daredevil: le travagliate origini del Diavolo Custode!

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Daredevil è uno dei personaggi più complessi di casa Marvel, potevano le sue origini essere da meno? Scopriamole assieme

Daredevil è oggi un personaggio conosciuto e apprezzato, specialmente grazie al serial Netflix che ha mostrato al grande pubblico il fascino del supereroe newyorkese. Quello che pochi sanno è che questo personaggio ha avuto un esordio editoriale incredibilmente travagliato, al punto che il rischio è stato quello di non vedere proprio le edicole!

Prima di parlare di Daredevil, dobbiamo fare un salto negli anni ’40, quando alla Lev Gleason Publication si presentò un problema: colmare una lacuna per le ultime otto pagine della loro serie Silver Streak. Jack Binder inserì allora un nuovo personaggio, un nuovo supereroe che chiamò…Daredevil!

L’anno seguente, Jack Binder riprese questo personaggio dandogli una certa profondità finora latente, ma solo con l’arrivo di Charles Biro (1943), Daredevil venne finalmente curato al punto di diventare un personaggio chiave del periodo della Golden Age. Inizialmente, Bart Hill (il vero nome di Daredevil) da bambino assistette alla morte violenta del padre e venne marchiato con un ferro incandescente dall’assassino, rimanendo muto per lo shock. Venne cresciuto da una tribù di aborigeni ed in onore alla sua cicatrice sul petto adottò come sua arma il boomerang. Inizialmente indossò un costume diviso simmetricamente in giallo pallido e blu scuro, poi definitivamente trasformato in rosso e blu.

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Una copertina di Daredevil, edito dalla Gleason

La vita editoriale del Daredevil della Gleason durò fino al 1956, con punte di sei milioni di albi venduti. Il personaggio era così amato che come Capitan America anche lui affrontò Hitler (insieme a Silver Streak in Daredevil battles Hitler) nel marzo 1941, anticipando effettivamente l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Con il numero 134 del settembre 1956 si chiuse la serie dedicata a Bart Hill, ed il nome Daredevil venne dimenticato fino al 1963, quando alla Marvel Bullpen un giovane Stan Lee stava cercando un nuovo eroe per creare una nuova testata.

Martin Goodman, editor della Marvel, voleva sfruttare la passione per i supereroi, e impose a Stan Lee, suo direttore responsabile, di dare vita ad un nuovo personaggio che potesse replicare l’ottimo risultato visto con I Fantastici Quattro e Spider-Man. All’epoca erano già presenti supereroi come Thor, Iron Man, Hulk e Ant-Man.

L’idea era quella di creare un personaggio diverso, più complesso e meno invincibile del solito (una linea guida che portò poi alla creazione degli X-Men, tra gli altri). Goodman si ricordò del Daredevil della Gleason, i cui diritti erano di pubblico dominio, e indirizzò Lee su quella linea.

Lee decise che il suo nuovo personaggio dovesse avere un handicap fisico come il suo omonimo. Anche altri personaggi Marvel avevano problematiche con cui convivere (Peter Parker era un nerd squattrinato, Tony Stark conviveva con le schegge di metallo nel petto) ma nessuno aveva un handicap tale che potesse essere impensabile vederlo nel ruolo di supereroe. In un’intervista raccolta per Son of Origins of Marvel Comics (Simon and Schuster, 1975) Lee dichiarò

Tutti i nostri eroi erano personaggi con grandi poteri e debolezze compensatorie. Tuttavia, era sempre il potere l’elemento predominante. Provai dunque ad immaginare un eroe che partisse con u grande handicap, dandogli una debolezza che fosse molto più forte del suo potere. Mi tornò in mente il detective cieco Duncan McLain e pesnai che se un uomo privo di vista può essere un investigatore, chissà che fantastico personaggio sarebbe stato come supereroe! Ma come renderlo credibile? Beh, quando un uomo perde la vista è risaputo che migliora gli altri sensi, mancava solo un evento che facesse da catalizzatore. E come in passato, ricorso all’incidente radioattivo!

Lee alla fine decise che il nuovo eroe Marvel dovesse esser cieco, una scelta che comunicò a Jack Kirby. Il Re iniziò a fare qualche studio sul personaggio, elaborò anche una prima versione del bastone per ciechi multiuso (il billy club), ma alla fine Stan Lee decise di coinvolgere un esponenete del mondo dei comics degli anni 40-50: Bill Everett. Ad onor del vero la prima scelta era stata Steve Ditko, uno dei creatori di Spider-man, che rifiutò date le premesse, temendo di creare un clone del suo personaggio.

Creatore di Namor, Everett era una leggenda di quel periodo. Nel 1963, Everett lavorava come direttore artistico per la Eaton Paper Corp., ditta specializzata nella creazione di cartoline; molti dei grandi esponenti del fumetto degli anni 40-50, in seguito alla crisi del settore, si erano riciclati come grafici. Caso volle che Everett, sempre appassionato del suo precedente lavoro, si tenesse in contatto con Stan Lee, suo editor del periodo d’oro, sperando di rientrare nel giro. Everett raccontò che:

Chiamai Stan per sapere quali progetti fossero in corso d’opera e lui mi confessò di voler lanciare u nuovo personaggio, Daredevil, completamente da ideare. Provammo a parlarne al telefono, ma non ci riuscivamo a capire, così mi presi due giorni di permesso e lo raggiunsi in redazione.

Finito l’incontro con Lee, Everett tornò a Pittsfiled con poche idee e molto su cui lavorare. Qui inizia il primo mistero su Daredevil: chi stabilì il tipo di handicap? Lee si attesta la paternità dell’idea, ma già in passato ha mostrato di ricordare male alcuni aspetti o di romanzarne la realtà; in questo caso, l’idea della cecità di Matt Murdock potrebbe essere venuta a Everett, ispirandosi alla figlia Wendy, legalmente cieca e che avevo un udito ipersviluppato a compensazione. Stando a quanto raccontò Randy Everett, figlio di Bill:

L’idea della cecità fu di mia sorella Wendy, poi mio padre venne a chiedermi un consiglio per il costume. Ogni volta che mio padre mi chiedeva un parere, gli dicevo: ‘No, assomiglia a Batman, faccia troppo larga e orecchie troppo vistose’. Allora, lui rimpicciolì le orecchie e le mise sopra la testa, creando i cornetti. Il colore del costume non mi convinceva, continuavo a dirgli di farlo rosso, ma era irremovibile sul giallo e nero. Il vero problema erano le scadenze, lavorava di notte ed era costantemente assillato per il ritardo nelle consegne.

All’epoca Everett lavorava ancora alla Eaton, e il ritardo si accumulava al punto che Stan Lee, dopo avere pagato una penale alla tipografia, dovette decidere se cancellare Daredevil o rimandarne la pubblicazione, facendo uscire un altro fumetto al suo posto.

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Daredevil secondo Bill Everett

Il lancio era previsto per l’estate del 1963, e si era preventivato l’uscita di due testate. La prima, X-Men, affidata a Kirky esordì senza problema, ma la seconda era proprio Daredevil! Trovatosi a corto di soluzione, Lee fece l’unica cosa possibile: chiese un miracolo a Jack Kirby!

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Il primo numero di Avengers, creato per sostituire l’assente Daredevil!

L’idea fu quella di riunire in una testata tutti gli eroi finora usciti e creare un team-up. Venne escluso Spider-man per via della sua natura solitaria, e fu in quel momento che Iron Man, Thor, Hulk, Ant-Man e Wasp divennero i Vendicatori! Avengers 1 uscì puntuale con X-Men 1 il 2 luglio 1963. Stan Lee raccontò su Amazing Spider-Man 12 questo periodo di fuoco:

“La pubblicazione dell’albo (di Daredevil, NdR) è stato un festival dell’errore! Si sono perse parti della sceneggiatura, mancato la prima scadenza, litigato sul costume ogni volta e ridisegnato la copertina milioni di volte!”

Alla fine, un disperato Lee mise su un team composto da Steve Ditko, George Roussos e Sol Brosky, che ultimarono le tavole di Everett (principalmente realizzando gli sfondi), fece realizzare la copertina al solito Kirby (poi inchiostrata da Everett) e finalmente Daredevil arrivò in edicola il 2 febbraio del 1964. Stravolto e oberato di lavoro, Everett lasciò subito la testata, e il numero due vide le matite di Joe Orlando.

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La prima, sofferta copertina di Daredevil!

Fine dei problemi? Assolutamente no! Orlando fece un ottimo lavoro, dando a Daredevil il carattere necessario per valorizzare le atmosfere ideate da Lee; comparvero villain come Il Gufo e Killgrave (Uomo Porpora), ma il rapporto tra Lee ed Orlando si inasprì a causa delle continue lamentele e imposizioni di Lee, che fecero decidere ad Orlando di abbandonare la serie.

Fortuitamente, nell’abbandonare la sede della Marvel, Orlando incrociò per strada Wally Wood, suo vecchio amico in cerca di un ingaggio, che saputo del suo abbandono si precipitò da Lee, ben lieto di accogliere un professionista del suo calibro. Wood rese Daredevil più drammatico, ma soprattutto creò il costume classico del personaggio, che in Daredevil 5 sfoggia per la prima volta la doppia D sul petto, e in Daredevil 7 finalmente appare il costume rosso con i riflessi neri. Ma ancora una volta il modo di fare di Lee fece danni. Wood chiese un aumento visto il suo apporto alla stesura delle storie, ma Lee si limitò ad offrigli la possibilità di scrivere un intero episodio (Daredevil 10), una sceneggiatura che una volta presentata venne così pesantemente riarrangiata da Lee da far infuriare Wood che iniziò disegnare sempre meno, fino all’abbandono della serie!

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Daredevil visto da Wally Wood

Nonostante gli esordi non certo incoraggianti, Daredevil ebbe comunque un buon successo. Giovò non poco che negli anni siano passati su questa serie autori del calibro di Frank Miller (Rinascita è forse una delle run migliori del mito del Cornetto), Quesada, Mark Waid, Ed Brubaker e ora Charles Soule, ma la vera forza di Daredevil è l’essere un personaggio tormentato, il primo a scontrarsi con motivazioni morali facilmente comprensibili (il suo forte legame al cristianesimo è una chiave di lettura importante del personaggio) e la sua voglia di fare sempre la cosa giusta, ma nel limite della legge che tanto ama. Sembra quasi giusto che un supereroe così afflitto abbia avuto una genesi tanto ardua, è il punto di partenza adatto per raccontare la storia del Diavolo Custode di Hell’s Kitchen!

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