Castlevania, i vampiri approdano su Netflix – Recensione

Castlevania

Castlevania lascia il mondo dei pixel per conquistare il pubblico di Netflix, ma riuscirà nel suo intento?

Parlare di Castlevania è una cosa seria.

Questo nome evoca nei videogiocatori, specialmente quelli che hanno qualche annetto in più, una sorta di profonda venerazione, specialmente quando viene in mente Simphony of the night, da molti considerato il capitolo migliore della saga videoludica.

Potete quindi capire come l’azzardo di portare su Netflix un anime ispirato al celebre videogioco di Konami sia stato un vero e proprio atto di coraggio!

L’importanza e l’impegno di Netflix nell’investire su questa idea è concreta, tanto che a soli due giorni dall’uscita nel proprio catalogo di questa prima serie formata da 4 episodi è già stato annunciato un secondo blocco di puntate che costituirà la seconda stagione.

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Il Dracula di Castlevania in versione Netflix

In effetti quattro puntate per poter giudicare una serie potrebbero sembrare pochi, ma tenendo conto del ritmo e della trama apparentemente lineare e molto action, questa prima stagione mostra già una certa anima. Certo aiuta non poco che a curare la trama sia un certo Warren Ellis, autore scozzese che al mondo dei comics ha dato e ancora da tanto (come dimostrano Injection e Trees, ad esempio). Castlevania mostra la presenza di Ellis all’interno del team creativo, grazie ad una costruzione tipica dell’autore; in questo anime il contrasto tra ragione e fede è marcato, una tematica che è cara ad Ellis.

In questa versione, Dracula non è uno spietato vampiro, ma un uomo di scienza, che tramite ricerca ed esperimenti cerca di porre rimedio alla propria condizione; nel primo episodio, lo vediamo spiegare questa sua missione ad una donna, Lisa, che diverrà sua moglie e verrà in seguito condannata al rogo, scatenando l’ira del Vampiro. Ora, non pensate vi abbia spoilerato il tema della stagione, perché questo è grosso modo il sunto dei primi cinque minuti dell’episodio pilota.

Anzi, vi ho fatto un favore, perché Castlevania soffre di un grave problema: dialoghi lunghissimi e a tratti altamente indigesti.

Considerando la lunghezza di un episodio (25 minuti) più della metà sono dialoghi dal ritmo lento e pesante, che dovrebbero creare una sorta di empatia e di base per attrarre lo spettatore ma sono al contrario un deterrente. Il fatto che Castlevania fosse un gioco d’azione non significa che per forza dobbiamo essere coinvolti in un turbinio di fruste e lame, ma nemmeno addormentati e blanditi in modo così ingenuo.

Ed è un peccato, perché il tocco di Ellis aveva offerto delle tematiche appassionanti su cui lavorare. Il personaggio di Dracula è presentato in modo diverso, quasi una vittima incompresa e osteggiata da una Chiesa spietata , una sorta di uomo illuminato che tenta di ribellarsi ad una gabbia sociale che vorrebbe il popolo soggiogato da ignoranza e superstizione. Viene quasi da simpatizzare con Dracula, comprendere le motivazioni che lo portano ad esser il villain di questi episodi.

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Trevor è ben lontano dall’eroe che abbiamo conosciuto nel Castlevania in pixel

Trevor Belfont è il protagonista di questa storia, ma dimenticate ogni familiarità con il personaggio in pixel. Siamo al cospetto di un uomo che non ha nulla dell’eroe, ultimo rampollo di una famiglia un tempo nota per essere cacciatori di mostri, ma che ora è considerata esempio di tradimento, dopo una scomunica con l’accusa di esser in combutta proprio con le forze demoniache. Trever è un ubriacone, che si infila in baruffe da taverna e non ha più una dignità, ma cerca di vivere al margine della società rinnegando il proprio nome.

Se cercate un anime dinamico ed action, preparatevi ad una brutta sorpresa. La cura Ellis somministrata a Castlevania spinge in modo maggiore sull’aspetto umano e psicologico dei personaggi, privando i quattro episodi di scontri veramente appassionanti e coinvolgenti. La chiave di lettura può essere che siamo in realtà di fronte ad un unico, gigantesco pilot, che narra come Trevor diventi l’eroe che conosciamo, una sorta di prequel del Castlevania conosciuto come videogioco.

Sarebbe stato lecito aspettarsi una cura estrema nei disegni, trattandosi di un anime ispirato ad un mito della cultura nerd, a cui era espressamente diretto. Ma il termine sufficiente è l’unico che si può associare alle animazioni e disegni, che spesso offrono prospettive sfalsate e una carenza di vis narrativa, che a parte rari momenti di vero impatto non si distingue mai per potenza o dettagli. Spesso e volentieri i personaggi a schermo sembrano pupazzi statici, con improvvisi guizzi che non nascondono una mediocre realizzazione. Si salva nell’audio originale la recitazione vocale di Richard Armitage che doppia Trevor, ma i lunghi dialoghi appiattiscono presto anche questa importante presenza.

Castlevania ha creato un forte senso di attesa negli appassionati, che hanno sperato in una trasposizione accurata, soprattutto nello spirito, del mito di Castlevania. Tranne l’episodio finale, l’unico davvero emozionante nonostante un colpo di scena finale prevedibile, il resto di questa prima stagione è un esperimento non pienamente riuscito che si spera possa far comprendere a Netflix e a chi di dover come realizzare una seconda serie che sappia portare su schermo il mito di Castlevania, sfruttando al meglio gli otto episodi promessi.

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