Glow 3: sul ring sentimenti e animi affranti – Recensione

Glow

Netflix è quell’universo in costante espansione che rischia di trasformarsi da potenziale contenitore di storie incredibili a dispersivo nemico che ci solletica con serie promettenti, riservandoci poi cocenti delusioni, stile Another Life. Sarà per questo che quando viene rilasciata una nuova stagione di una serie sicura fonte di divertimento e qualità si tira un sospiro di sollievo. E Glow 3 è arrivata al momento giusto, proprio quando in un ipotetico paragone con l’altro colosso dello streaming, Amazon Prime Video, Big N stava patendo non poco l’incredibile successo di The Boys.

Glow 3 mette in mostra il vero animo dei personaggi, andando oltre le maschere del wrestling

Glow è uno dei prodotti migliori usciti sinora su Netflix. Nonostante il rinnovo per una terza stagione sia stato a lungo rimandato da Netflix, fortunatamente questo spauracchio è stato evitato e l’arrivo di Glow 3 lo scorso venerdì è stata la conferma di come anche su Netflix siano presenti prodotti che fanno della qualità un marchio di vanto.

Sin dalla sua prima comparsa, Glow ha sorpreso tutti per la sua natura poliedrica, capace di far sorridere, a volte con un tono amaro, e al contempo di rappresentare una società in fermento come quella americana dei primi anni ’80. La presenza dell’elemento del wrestling, in rapida ascesa in quegli anni, è stato essenziale nella prima stagione, utilizzato per connotare le paure e le ansie di una cultura instabile e ancora profondamente basata su stereotipi, trasformando le protagoniste nell’incarnazione del pensiero dell’americano medio.

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Ma questa impostazione poteva durare ancora a lungo? Forse. Il rischio era, però, di ridurre la serie ad una sequela di combattimenti ripetitivi e slegati dal contesto emotivo e personale delle protagoniste. Glow 3 ha voluto andare oltre questo potenziale limite, sondando in modo ancora più intimo le difficoltà delle diverse lottatrici, senza pietà. Il wrestling rimane ancora un elemento importante della serie, attorno a cui ruota gran parte della vita delle protagoniste, ma giustamente viene messo in secondo piano, grazie all’effetto di estraniamento che solo una location come Las Vegas poteva offrire alla serie.

La città del peccato per eccellenza è un protagonista vero e proprio di questa terza stagione. Le tentazioni che questo luogo fuori dal mondo, sorto per una scelta del destino in pieno deserto, offre alle protagoniste sono gli elementi catartici tramite cui alcune di loro vengono costrette ad affrontare la realtà della propria esistenza, tra emozioni soffocate e fallimenti oramai opprimenti.

Le lottatrici di Glow sono divertenti, forti e appassionanti, ma dietro le maschere di Libery Bell, Zoya e Wellfare Queen si nascondo donne che sono molto più forti della loro controparte artistica. Salire su un ring sembra essere la loro possibilità di affermare una potere della donna che si mette in competizione con l’ingombrante figura maschile che la società del periodo ancora impone, ma la loro grinta ed il loro spirito indomito esplode lontano dal ring.

Sembra che mettere alla prova la resilienza delle protagonista sia lo scopo di Glow 3. Le tematiche tipiche di una serie femminile sono sviscerate senza remore, dal rapporto con la famiglia ai sentimenti sino al raggiungimento di una realizzazione personale che pare non arrivare mai. Ogni protagonista è spinta al limite, lucidamente e inesorabilmente, da una trama che affonda le mani nelle brutture dell’America del periodo senza sottrarsi a mazzate emotive.

Ad essere gestita con particolare sensibilità è la sessualità dei protagonisti. Negli anni in cui inizia a diffondersi il fantasma dell’AIDS, quando l’omofobia dilaga imperante e dichiararsi gay è come condannarsi all’ostracismo della società, Glow 3 sceglie di esplorare questo aspetto con attenzione e garbo, senza privarsi di scene particolarmente dure e spietatamente realistiche. Sarebbe stato facile scomodare riferimenti storici come Stonewall (nell’anno in cui ricorrono i cinquant’anni, poi…), invece nemmeno una menzione, tutto viene imbastito sulla difficoltà di Artie (Sunita Mani) nell’accettare la propria natura, nella sua complicata relazione con Yolanda (Shakira Barrera).

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Uguale delicatezza viene riservata a Bash (Chris Lowell). Da sempre caratterizzato come l’ingenuo in cerca di riscatto da una famiglia che lo vede come un fallito, non ha mai mostrato una propria definizione, ma la terza stagione lo costringe ad affrontare i propri dubbi interiori, spingendolo ad accettare parti di sé che potrebbero mettere in crisi il suo rapporto con Britannica.

In Glow 3 diventa centrale questo tema della diversità, inteso non solo nella concezione sessuale dei protagonisti, ma come accettazione di sé stessi. Diversità dal pensiero comune, diversità sessuale e diversità razziale vengono amalgamati con abilità, senza andare troppo nel sociale per evitare un’etichetta che avrebbe sminuito l’impegno del cast, ma senza voler nemmeno sfiorare i temi perché attuali e di tendenza. È una narrazione pulita, emotiva, convinta del proprio ruolo, che sa fin dove spingersi e dove fermarsi per non diventare stucchevole.

Anche perché bisogna ricordarsi che ci sono due figure fondamentali che richiedono una maggiore cura nel presentare i cambiamenti vissuti a Las Vegas.

Debbie (Betty Gilpin) è probabilmente il personaggio che maggiormente subisce il trasferimento a Las Vegas. Un figlio di pochi mesi distanti, una carriera che sembra non decollare e il costante ruolo subalterno di produttrice associata allo show la innervosiscono. La ricerca di continua amanti, il volersi emancipare e trovare una propria relazione la portano, in Glow 3, a maturare di puntata in puntata, rendendola forte e spietata. In una giungla dominata dallo strapotere maschile, Debbie dimostra come una bella bionda possa essere più spietata e capace di tanti macho man dalla parlantina sciolta, decisa a non esser più il trofeo da esibire.  Con una zampata finale da vera leonessa, anche se con una punta di amarezza.

Alison Brie continua a dare alla sua Ruth un’aria che costantemente oscilla tra speranza e rassegnazione. Forse la stagione più dura per Zoya, costretta ancora una volta a dover assumere il ruolo della cattiva suo malgrado, in cerca costante di una realizzazione personale che la porti oltre questa sua disperata caccia al successo. Difficoltà nelle relazioni, nel trovare il proprio percorso e una catarsi emotiva che potrebbe rivelarsi essenziale nella prossima stagione.

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In Glow 3 ci sono anche momenti di svolta per tutti, anche se a beneficiarne maggiormente sembrano essere Sam e Sheyla.

Il regista dello show (uno spettacolare Marc Maron) ha l’occasione di tornare a dirigere un film, grazie all’ottima sceneggiatura della figlia. Per lui sembra prospettarsi un ritorno ad Hollywood, una scelta che lo costringe a dover pesare l’importanza del successo e dei suoi sentimenti.

Sheyla è invece la vera rivelazione di Glow 3. Gayle Rankin aveva già mostrato ottime doti interpretando la fragilità della peculiare donna lupo, ma ora viene messa a dura prova dovendo portare su schermo il cambio di pelle di questo personaggio sui generis. In una delle puntate più intense dell’intera serie, dove tutti sembrano mettere a nudo le proprie fragilità, Sheyla trova sé stessa, si libera di un personaggio che la stava soffocando anziché proteggerla.

Viene quindi da chiedersi quanto del wrestling siamo rimasto in Glow 3. Personalmente, direi il giusto. Gli scontri ci sono, sono però asserviti alla trama senza diventare ingombranti. La crescita personale dei personaggi è una dinamica avvincente ed emotivamente coinvolgente, che rende la visione di questi episodi un’esperienza televisiva appagante.

Sono questi gli spettacoli su cui Netflix deve puntare, senza cercare ad ogni costo una nuova serie da inserire per riempire i lunghi tempi di lavorazione. Poche serie, ben distribuite durante l’anno e curate nei minimi dettagli sono preferibili ad una mole soffocante di proposte in cui la qualità viene sacrificata in nome della quantità.

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