Il Pianto Rosso: un’epidemia può piegare l’Erondar? – Recensione

Il Pianto Rosso, il nuovo numero di Dragonero in edicola in questi giorni, mostra come dalle macerie di un mondo distrutto possano trovare nuove prospettive anche personaggi poco raccomandabili. Può sembrare un aspetto secondario, ma vedere come figure poco trasparenti del passato di Ian possano tornare in azione in questo nuovo Erondar è un ottimo segno.

Il Pianto Rosso ammorba l’Erondar, riuscirà Ian a fermare l’epidemia?

Pensiamoci. Se un personaggio scaltro e poco raccomandabile in passato ha cercato di ricavare la propria fortuna in un periodo di solidità sociale come era l’Impero Erondariano, perché non dovrebbe cogliere l’occasione ora che questa comunità spezzata cerca di trovare un nuovo equilibrio?

Enoch sembra aver deciso che una vecchia conoscenza dei nostri eroi meritasse di tornare in scena, trovando un ruolo che in futuro potrebbe riservarci diverse sorprese. Ma serviva un’occasione precisa, disperata, che fornisse la giusta occasione per questo ritorno. Già in passato le epidemie hanno offerto agli sceneggiatori della serie l’occasione per imbastire storie d’effetto, e Il Pianto Rosso è potenzialmente una delle peggiori pestilenze che abbia mai colpito l’Erondar.

Arrivato sulla scia del conflitto con le Regine Nere, il Pianto Rosso è una febbre emorragica che non lascia scampo, letale e rapido a diffondersi. Questa pestilenza diventa un ennesimo problema per l’Impero ormai frantumato, soprattutto perché le autorità sembrano incapaci di fronteggiare l’emergenza.

Contrariamente, parrebbe, ad un uomo che in mezzo alle rovine di un antico tempio si erge a guaritore, diventando simbolo di un culto che rischia di offuscare i Khame. Attenzione, non è la prima volta che le divinità erondariane vengono citate in una storia finendo sullo scranno degli imputati, impotenti e non più così saldi nella venerazione del popolo.

Il rifiorire di vecchie tradizioni e di religioni dimenticate, ma non morte, è una dei punti essenziali del nuovo corso di Dragonero. Pur nella sconfitta, le Regine Nere hanno inferto una ferita letale all’Impero, ben oltre una capitale rasa al suolo, colpendo direttamente al cuore del popolo: la tradizione.

Il regime imperiale, come accaduto anche nella storia, ha cercato di fondare la propria forza su un’unità sociale che toccasse ogni aspetto, dall’amministrazione alla religione, anche ricorrendo alla repressione e all’imposizione di un culto unico.

Il Pianto Rosso ribadisce come esistano, specie nei luoghi più reconditi dell’Impero, vestigia di tradizioni antiche, sopravvissute anche all’unificazione imperiale. In un periodo come quello successivo ad una guerra, queste voci flebili possono tornare a farsi sentire, minando pericolosamente il già fragile impero.

Con abilità, Enoch utilizza la paura di un morbo inarrestabile come punto di rinascita di una fede disperata, capace di cercare rifugio in miracoli apparentemente inspiegabili. L’intero albo è giocato in modo intelligente sulla figura del misterioso guaritore, la cui identità è presto svelata ai lettori, che riesce a costruire un culto sulla sua persona sfruttando malattia e disperazione.

La trama lascia un senso di dubbio se si tratti di magia o di coincidenza con un normale decorso infettivo, ma i poteri del santone sono più minacciosi di quanto si creda, soprattutto la sua astuzia.

Vedere la mente geniale di Leario progettare la sua ascesa è avvincente, parte di una trama in cui si vede come ogni personaggio cerchi di tenere assieme, a proprio modo, i pezzi di una vita infranta.

Lo stesso Nahim, erede al trono, è in preda ad una disperazione che sembra volerlo distruggere. Nelle sue prime apparizioni appariva come il classico rampollo nobile, viziato ed incapace, ma durante la guerra è emersa una vena da regnante promettente. Quello che ci era mancato era scoprire il modo in cui, a spade deposte, il giovane re avrebbe affrontato, in primis, le proprie perdite.

Enoch ritrae un Nahim distrutto, incapace di reggere così tanta pressione e ancora bisognoso di una guida. Questo ruolo, a parere di Ausofer, è ideale per Ian, per cui Nahim nutre profondo rispetto. Tocca quindi al nostro scout impedire al re di commettere errori nella sua marcia verso il decantato guaritore, intenzionato a demolirne il mito per preservare il culto dei Khame.

Ovviamente, la storia prenderà una piega inattesa. Ma è appassionante vedere come Ian sia in grado di tenere testa al fumantino monarca, passando con saggezza dalla comprensione allo sdegno. Facile, dato che il Pianto Rosso ha spinto l’Erondar in un incubo, in cui la sopravvivenza spinge a fare scelte umanamente strazianti, in nome di un bene superiore.

La storia di Enoch, in alcuni punti, è impietosa, colpisce per la schiettezza con cui mostra la reazione del popolo a questa piaga, con picchi di grande intensità. Questa necessità nasce dal voler segnare l’Erondar sul piano emotivo, preparando il lettore a degli stravolgimenti che hanno già iniziato a manifestarsi, ma che sono ancora in fase embrionale.

In questa visione, è interessante la presenza del vecchio Gmor, utilizzato come narratore nostalgico di un periodo cupo dell’Erondar, in cui eroismo e oscurità andavano di pari passo. Aprire Il Pianto Rosso , dopo aver letto le Cronache dell’Erondar del buon Barbieri, e trovare il volto invecchiato dell’orco è segno che la storia ci porterà a vivere un’avventura oscura, un punto essenziale della vita dell’Erondar nel suo percorso di rivoluzione.

Interprete ottimo di queste spinte emotive è Salvatore Porcaro. Il disegno di Porcaro è suggestivo, soprattutto per la sua interpretazione dei volti dei protagonisti. Possiamo goderci espressioni convincenti, con una cura particolare nei momenti più drammatici e disperati. Porcaro è abile nel creare una buona dinamica fisica dell’espressività delle scene, focalizzando lo sguardo dei lettori su particolari importanti e valorizzando le ambientazioni in cui si muovono i personaggi.

Il Pianto Rosso consente, per la tematica trattata, di creare una copertina particolarmente intensa e drammatica, una sfida che Giuseppe Matteoni vince pienamente. Il suo Ian è travolgente, visibilmente addolorato ed inserito in un contesto di malattia e disperazione che inquieta ed attrae. Una sensazione che viene ribadita nell’albo grazie alla mano attenta di Marina Sanfelice al lettering.

Dopo Il Pianto Rosso, appuntamento a giugno per L’invasione delle tenebre, che avrà in omaggio anche il numero zero dell’ultimo arrivato in casa Bonelli, Odessa.

E ricordate: Diverso è il passo, uguale è il cuore

Leggiamo altro?
Similo, un gioco da tavolo in 30 carte – Recensione
>