Dylan Dog: Profondo Nero, Dario Argento arriva a Craven Road

profondo nero cover

Come sono pericolose le aspettative! Ti seducono, ti spingono a crearti un immaginario che spesso viene soffocato impietosamente dalla realtà, così mediocre in confronto alla nostra idealizzazione. Era questa la mia personale sfida con Profondo Nero, il numero che si potrebbe definire epocale di Dylan Dog uscito in questi giorni.

Se la scorsa estate Dyd ci aveva affascinati con il primo crossover bonelliano, quest’anno ha calato una asso non da poco: una storia scritta da Dario Argento. Che per me è ancora inarrivabile in quanto a orrore, non inteso come senso di paura fatto di sangue e violenza, ma scaturito da una tensione psicologica che ti cresce dentro e ti prende all’improvviso. Profondo Rosso, ancora oggi, è uno dei mie film preferiti, sintesi perfetta di storia, immagine e musica.

Profondo Nero, Dario Argento entra nel mondo di Dylan Dog per lasciare il segno

Negli anni in cui rimanevo suggestionato da Argento, mi avvicinavo a quel detective inglese fuori dalle righe, quel Dylan Dog che ti viene presentato come l’Indagatore dell’Incubo, ma che trova il buono nei mostri e il mostruoso nei normali. Come Argento, anche Sclavi, e poi i suoi successori, hanno reinterpretato l’orrore calandolo nell’animo umano, nella quotidianità, non spettacolarizzato ma più interiore.

Se a questo incontro si aggiunge il fatto che le matite le mette quel mostro (sacro, s’intende) di Corrado Roi, era inevitabile che avessi alte aspettative. E anche timore, a questo punto, che non so se ve lo ho detto, le aspettative sono pericolose.

Leggere Profondo Nero è stato invece un’esperienza particolare, che ho dovuto ripetere prima di comprendere pienamente quello che l’albo rappresenta per Dylan Dog. O meglio, per il mio Dylan Dog, quell’ideale del personaggio che mi son costruito negli anni.

profondo nero 1

La sfida principale credo sia stata conciliare il personaggio con la narrativa di Argento, un compito in cui Recchioni, curatore della serie, è stato aiutato da Stefano Piani, che viene indicato nell’introduzione come il punto di congiunzione tra Dyd e Argento.

L’anima di Profondo Nero richiama fortemente lo stile di Argento, in cui orrore e thriller si intrecciano, divenendo un’unica storia. Veniamo accompagnati in una ricostruzione del passato che si incunea con il presente, in un’alternanza perfetta che accresce la tensione della lettura, mitigata con arguta precisione dai tempi comici di Groucho.

L’elemento che maggiormente mi ha stuzzicato è l’aver valorizzato il tono british di Dylan Dog, attingendo sia alla storia della società britannica che alla voglia inserire un gradevole, seppur sfuggevole, contrasto tra nobiltà e plebe .

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La trama di Profondo Nero, infatti, è fortemente condizionato dalla figura del whipping boy, che nell’800 veniva usata dai precettori privati come capro espiatorio per i rampolli delle famiglie nobili. Da questo spunto, viene costruita una storia in cui ci si lancia verso temi più scottanti, come il bondage e il sadomaso, andando oltre i preconcetti e presentandolo come una diversa visione di un rapporto tra due persone.

Come spesso accade nelle storie di Dylan Dog, una delle forze maggiori in gioco è l’amore, irrazionale e esplosivo, capace di condurre il nostro amico Dyd in un’indagine fuori dagli schemi o di condurre altri a gesti estremi per un rifiuto. Profondo Nero si inserisce al meglio nella visione ‘tradizionale’ di Dyd, rispettandone lo spirito, spingendolo verso nuove direzioni, giocando anche con la mente del personaggio.

Dylan non è un personaggio violento, ha sempre evitato di ricorrere a ciò che Asimov definì ‘l’ultimo rifugio degli incapaci’, ma in questo albo in cui ci scontra con dominatrici e schiavi, l’investigatore sembra cedere, seppur oniricamente, ad una pulsa di violenza, per lui liberatoria e per altri pura libido. I puristi del personaggio potrebbero storcere il naso, ma all’interno della trama di Profondo Nero questo passaggio è non solo necessario ma naturale, essenziali in questa dinamica di dominazioni, master e schiavi.

profondo nero copertina

Mi sono anche chiesto se in questo frangente Dylan non fosse un sottomesso, piegato dalla situazione e dai desideri di Beatrix a liberare il suo lato oscuro, una liberazione vissuta più come costrizione morbosamente affascinante che non come una voglia spontanea di lasciarsi andare.

E in questa scena emerge la potenza dei disegni di Roi. La costruzione delle fatica interiore di Dyd è resa al meglio, da piccoli dettagli che si contrappongono alle espressioni estatiche di Beatrix. Roi sfrutta al meglio il suo dono, quel saper creare contrasti di bianchi e neri che prendono vita sulle pagine con una vitalità unica. Il lavoro fatto sugli occhi, il creare sguardi che sappiano valorizzare in modo sublime la componente emotiva dei personaggi, è incredibile,

Solo Roi, a mio avviso, avrebbe potuto dare a Profondo Nero quel racconto visuale in grado di esaltare una storia in cui lati oscuri e verità taciute si fondono con una dinamicità unica. Roi non pecca di virtuosismi fini a se stessi, interpreta al meglio la storia, lascia trapelare quel minimo di erotismo necessario esaltando non il lato ‘volgare‘ ma l’emotività dei personaggi.

Sulla stessa lunghezza d’onda la copertina di Cavenago, che sceglie di giocare sul contrasto del caldo rosso contrapposto alle tonalità più fredde del blu, per ripresentare la scena di maggior impatto emotivo dell’intero albo.

Il mio timore su Profondo Nero è stato soffocato da un albo potente, ricco di citazioni alla produzione di Argento, ma soprattutto capace di mantenersi fedele all’immaginario dylaniato, offrendo una storia avvolgete e sferzante.

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