Black Panther: Wakanda per sempre! – Recensione

Quando in Capitan America: Civil War abbiamo visto entrare in scena Black Panther, l’eroe Marvel ha la furia della vendetta a guidare le sue azioni, la volontà di vendicare il padre, T’Chaka. Al termine del film, Black Panther/T’Challa rinuncia alla sua vendetta, mostrando una maturazione psicologica che ben si concilia con il suo ruolo di nuovo monarca del Wakanda. Ma come sarà stato il suo rientro in patria?

A questo interrogativo risponde Black Panther, il diciottesimo capitolo del Marvel Cinematic Universe, che vede come protagonista assoluto il personaggio africano nato dalla mente di Stan Lee e Jack Kirby nel 1966. Non solo T’Challa è il primo black hero fumettistico Marvel ad esser un ‘protagonista‘ ( seguito da Luke Cage), ma conserva questo primato anche nel passaggio al mondo dei cinecomic moderni (il primato assoluto spetta al Blade di Wesley Snipes), tra l’altro in un periodo particolare della vita sociale americana.

Black Panther è il primo film solista per un supereroe di colore, occasione perfetta per una sottile critica sociale

Black Panther è un film che sembra voler arricchire il contesto narrativo dei cinecomic con una profondità narrativa e una varietà di tematiche ad ampio spettro, offrendo allo spettatore un momento di riflessione nascosto tra effetti speciali impressionanti e maschere di supereroi.

Il ritorno in patria di T’Challa è il punto di partenza non solo di un’avventura supereroistica, ma anche di un viaggio interiore, un percorso iniziatico che porti il giovane principe a comprendere il peso del comando, la difficoltà di esser un buon re volendo esser un uomo buono. In un punto del film compare, una frase che sembra esser una condanna per Black Panther : per gli uomini di buon cuore esser un re è sempre più difficile.

Chadwick Boseman deve non solo risultare (con)vincente come Black Panther, ma soprattutto come monarca di una nazione che vuole rimanere schiva nei confronti del mondo, curiosamente spaventata del proprio potere che potrebbe renderla la guida dell’intera Terra. Ed è su questo punto che si sviluppa l’intera morale del film di Ryan Coogler.

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Da un lato, T’Challa vuole mantenere vive le tradizioni del suo popolo, seguendo l’esempio del padre, un modello per lui. Il Wakanda da sempre è stato tecnologicamente il paese più avanzato, grazie al suo Vibranio, ma ha anche cercato di minimizzare il proprio impatto sul resto del mondo, vedendolo come un luogo in cui il resto dell’umanità preferisce la guerra e il contrasto a parole e collaborazione.

La scelta di isolarsi sembra ora diventare troppo pericolosa, dato che il mondo si è evoluto, potenzialmente al punto di scoprire la verità sul Wakanda.

E T’Challa deve affrontare non solo una propria maturazione, ma anche un cambio di mentalità di un’intera società.

Per esaltare questo aspetto, assistiamo ad uno dei contrasti visivi più interessanti dell’intero MCU. La dimensione tribale della società wakandiana, nello stile e nelle dinamiche sociali, è la base su cui si è sviluppata una società moderna ed ipertecnologica, dove lo spettatore viene rapito sia visivamente che emotivamente.

Coogler riesce a dare al suo film un aspetto ibrido convincente, ma soprattutto chiede ai suoi attori di avere un tono contemporaneamente alto (come nei passaggi delle tradizioni e della vita politica) e più amichevole, quando si tratta di mostrare attimi di vita più privati.

Sul piano della narrazione, Black Panther è forse uno dei film del MCU più complesso ed attuale. Siamo vicini ad una visione shakesperiana del rapporto padre/ figlio, sfiorata già nel Thor di Branagh, ma che in questo caso assume il contorno della perdita di quell’aurea eroistica che spesso avvolge i genitori ai nostri occhi.

T’Challa deve affrontare una situazione nata da un errore del padre, ne paga le conseguenze ma soprattutto ne fa tesoro, un prezioso insegnamento che diventa la base da costruire il proprio percorso non solo come sovrano, ma come uomo.

La cura del dettaglio è uno dei punti forti di Black Panther

Parte integrante di questa crescita è il miglior villain finora visto nell’MCU, Erik Killmonger Stevenson, uno strepitoso Michael B. Jordan. Il vero protagonista di tutto il secondo atto del film.

Killmonger è lo spettro delle responsabilità del Wakanda, il prezzo da pagare per gli errori commessi e il figlio non voluto di una terra che ha preferito l’isolamento, rifiutando il compito di guida che la sua superiorità tecnologica e sociale avrebbe offerto. Creando il lato oscuro di se stessa, creando Killmonger.

La caduta di T’Challa (la tradizione) coincide con l’ascesa di Killmonger (la rivoluzione violenta), offrendo al film la possibilità di analizzare la società attuale, con un occhio critico verso condizione della popolazione afroamericana in USA, con uno slancio di comprensione verso i flussi migratori e una condanna alla diffusione irresponsabile delle armi. Diciamo che un filo di anti-trumpismo è stato utilizzato per tessere questa trama intrigante e ben sviluppata.

Black Panther: Wakanda per sempre! - Recensione

Coogler ha saputo orchestrare il suo film in modo perfetto sotto quasi ogni aspetto. Il punto debole, per sua fortuna, è all’inizio, in cui cerca di trasmettere in modo rapidissimo allo spettatore tutta la storia wakandiana, con scene suggestive, ma che sovraccaricano il pubblico con una serie di informazioni che avrebbe potuto esser diluite maggiormente nella pellicola.

La sua gestione della parte action è impeccabile, ma Coogler delizia con alcuni segni di stile che son la dimostrazione di come il regista di Creed sia uno dei giovani registi da tenere attentamente sotto attenzione. La scena dell’insediamento sul trono di Killmonger è semplicemente perfetta.

La telecamera riprende l’arrivo del nuovo re mostrando il mondo che si capovolge, come ad indicare che il Wakanda stia diventando la versione speculare oscura di se stesso, accompagnato da un radicale cambio di registro musicale, in cui le sonorità tribali vengono sostituite da una musica più ghetto style, ad indicare le origini e le tendenze violente del nuovo re.

Black Panther offre il miglior villain visto finora nell’MCU

Fortunatamente siamo lontani dall’uso di umorismo demenziale visto in Thor: Ragnarok, in favore di un’ironia più convincente e soprattutto ben inserita all’interno di quello che è un film la parte di dramma emotivo è la chiave di lettura dell’avventura di Black Panther.

A dare man forte a Coogler è anche il cast, in cui, nonostante una buona prova attoriale, è proprio Boseman a sembrare il più debole, dovendo mostrare una complessa dimensione interiore del proprio personaggio. Serkis (Ulysse Klaue), Withaker (Zuri) e Bassett (regina Ramonda) sono di un carisma unico, ma Michael B. Jordan si merita il titolo di miglior villain del MCU, perfetto, in ogni istante.

Martin Freeman, dopo Capitan America: Civil War, torna egregiamente nei panni di Everett Ross, e in Black Panther sembra esser presentata anche l’origine di quel rapporto di amicizia e rispetto che lega Ross e T’Challa nella dimensione fumettistica.

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Particolarmente brave Lupita Nyong’o (Nakia), Danai Gurira (Okoye) e Laetitia Wright (Shuri), le tre figure femminili forti al fianco di T’Challa. È la loro presenza, assieme a quella delle Dora Milaje, a dare a Black Panther non solo un tono da blaxploitation moderno, ma anche valorizzando la figura femminile come un elemento forte e dinamico della società.

Se in precedenza l’MCU non aveva mai dato alle proprie figure femminili un ruolo importante e di spessore (il primo che parla di valore narrativa della Vedova Nera lo rinchiudo nel RAFT), con Black Panther abbiamo non solo il primo film su un supereroe di colore, ma anche la prima vera attestazione di girl power, in attesa di Captain Marvel.

Black Panther è uno dei migliori film dell’MCU, capace di offrire un intrattenimento maturo e al contempo non tradire la sua origine di film ispirato ai fumetti. Coogler dirige con attenzione, con qualche miglioria da apportare nell’utilizzo della CGI, ma comunque sempre in grado di mantenere un buon ritmo nella narrazione.

L’attesa ora è per il maxi evento primaverile, quando tutti gli eroi Marvel saranno riuniti in Avengers: Infinity War.

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Black Panther

Il ritorno in patria di Black Panther diventa l'occasione per l'MCU di mostrare una sottile critica sociale, unita ad una narrazione profonda e dai toni shakesperiani. Michael B. Jordan è il miglior villain dell'MCU, grazie alla buona regia di Ryan Coogler

  • Visivamente notevole
  • Narrazione ben ritmata e ricca di spunti
  • Cast all'altezza delle aspettative
  • Utilizzo della CGI non sempre eccelso
  • Colonna sonora strepitosa