Marvel’s Punisher: Bentornato, Frank! – Recensione

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The Punisher arriva su Netflix, con una serie che rinverdisce il mito di Frank Castle!

Dopo Iron Fist e Defenders, la collaborazione tra Netflix e Marvel sembrava avere preso una pericolosa deriva. Le due stagioni di Daredevil, specialmente la prima, avevano presentato agli spettatori un’emozionante visione del mondo supereoistico di casa Marvel, che si era arricchito, seppur con minor carisma, delle figure di Luke Cage e Jessica Jones. Poi il tracollo, con due serie, di cui un team up, decisamente sotto tono, poco incisive. Da qui era nata una certa ansia per The Punisher, il serial dedicato al personaggio Marvel più controverso di sempre.

Parlare di Frank Castle è una bella impresa. Dalla sua primissima apparizione fumettistica come antagonista e poi alleato di Spider-Man nel 1974, Castle si è distinto per esser un personaggio incredibilmente umano, all’interno di una comunità di supereroi. Editorialmente ha attraversato momenti di grande splendore ed altri incredibilmente imbarazzanti (la serie Purgatorio è un incubo!), percorso che si è poi riflesso anche al cinema, dove è stata interpretato da Dolph Lundgren, Thomas Jane e Ray Stevenson. Anche qui, meglio sorvolare.

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Frank Castle approda ai serial Marvel come personaggio comprimario di Daredevil nella seconda stagione delle avventure del Diavolo Custode. E rischia anche di offuscarlo, complice un’ottima scrittura e un perfetto Jon Bernthal. Il segreto di questa prima apparizione è la costruzione psicologica del personaggio, il ricreare un contrasto tra Frank e Matt che si ispira profondamente ai comics in cui si sono scontrati. Magistrale poi l’ultima sua apparizione, preambolo a questa serie in 13 episodi che gli scorsi giorni è finalmente approdata su Netflix.

Intelligente l’idea di proseguire da dove si era rimasti. Frank ha adempiuto alla propria vendetta, ha saldato il debito con Murdock e ora, dopo aver sopportato tutto questo, cerca di vivere, o meglio sopravvivere. La partenza di The Punisher può sembrare in salita a chi si aspetta un action puro e duro, magari rifacendosi ad alcune delle saghe più truculente dei fumetti, questo va detto.

Il Frank Castle della serie perde parte di quell’aura di invincibilità perché inizialmente lo vediamo privo di scopo, non ha ancora quella spinta che nei comics ne anima ogni albo. Il Castle di Bernthal è incredibilmente umano, quasi reale, nella sua disperazione, prigioniero di un’apatia che lo porta ad isolarsi dal mondo, a vivere come un solitario, con l’unico contatto di un ex commilitone che gestisce un centro di incontro per reduci.

La presenza del tema del reduce è essenziale, in questa stagione. La figura del reduce è una ferita della società americana che non si è mai sanata dai tempi del Vietnam (la guerra combattuta da Castle nei fumetti originali), ha creato un filone narrativo che tra gli altri ci ha regalato Rambo, e nel serial di Netflix è un sottotesto importante. Non solo per la trama principale della serie, ma anche per l’evoluzione di un personaggio secondario, Lewis Walcott (Daniel Webber). Il personaggio di Walcott rappresenta il senso di colpa americano, quella difficoltà nel riaccogliere i propri figli mandati a uccidere nemici, uccidendo la propria anima. È interessante il parallelo che si sviluppa nella serie tra Frank e Lewis, due persone ugualmente ferite, due facce della stessa medaglia. Sono diversi i momenti in cui i due si scontrano, ma c’è una sorta di comunione di anime fra i due, una senso di fratellanza nato da chi ha conosciuto gli stessi orrori. Frank lo sa bene, e non a caso tenta fino all’ultimo di aiutare Lewis. Perché nell’ottica di Castle, anche Lewis è famiglia.

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Per capire Castle, questa serie è un buon inizio. La trama sviluppa al meglio quando presentato in modo sbrigativo nella presenza di Castle in Daredevil, approfondendo un gigantesco complotto che ha portato alla morte della famiglia di Castle. Frank era pronto dopo il finale di Daredevil a ricominciare una vita, solitaria, ma il suo voler evitare ad un giovane ragazzo di venire ucciso lo porta a venire riconosciuto da David Lieberman (Ebon Moss- Bachrach), un hacker sotto lo pseudonimo di Micro, che condivide con Castle la voglia di vendetta su coloro che gli hanno rovinato la vita.

Togliamoci subito il dente, la trama degli episodi parte lentamente ma poi esplode. Non era semplice prendere un personaggio come Castle, visto come l’antagonista in Daredevil, ed inserirlo in una storia da protagonista, senza snaturarne il carattere. Il complotto che si dipana in questi episodi non ha nulla di originale (solita operazione sotto copertura con corruzione), ma è come viene raccontato, il modo in cui i personaggi si intrecciano.

The Punisher ha il merito di inserire il mito di Frank Castle in un’ottica reale e facilmente comprensibile. Volerlo legare alla difficoltà del reinserimento dei veterani nella società civile è stato uno spunto interessante, perché ha permesso di gettare uno sguardo ad uno dei tratti essenziali della personalità di Castle. Uno dei punti fondamentali della vita di Castle è stato il suo far parte dei Marines, di vederli come la sua seconda famiglia, e per lui la famiglia è tutto. Lo si vede nel rapporto con Lewis, con i suoi commilitoni ed in un certo senso nell’amicizia che si crea con Micro.

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Fare un paragone fumettistico è difficile. Vedendo come viene sviluppato il difficile rapporto tra Frank e la sua vocazione da Punisher, sembra di rivedere Born di Ennis. Per anni ci si è chiesti se Frank Castle fosse diventato Punisher per la sua perdita o se ci fosse stato qualche altro motivo, e Garth Ennis diede la risposta in quella storia. Il serial di Netflix sembra concordare con l’idea che l’oscurità fosse già presente nel marine Castle prima della morte dei suoi familiari, visto come negli episodi finali (in particolare in Casa) viene affrontata la questione.

Il taglio dato anche alle scene più violente sembra andare in questa direzione. Ci spostiamo dal Vietnam all’Afghanistan, ma il famoso racconto di Shoonover visto in Daredevil e ricostruito in The Punisher mostra la ferocia di Frank, un vero mastino della guerra, inarrestabile. La scena vista in Kandahar ricorda le tavole dell’assalto alla base in Born, Bernthal è perfetto, sfrenato, ma riesce a liberarsi dal paragone con il fumetto con una recitazione personale, credibile, meno fumettosa e più reale. Anche la tendenza del Frank Castle del serial di urlare nei momenti più intensi è un distacco dal granitico e silenzioso Punisher fumettistico, una licenza che si accompagna molto bene alla visione pensata per la serie di Netflix.

The Punisher

Per tutti gli episodi, Frank viene chiamato The Punisher, ma non vediamo mai il suo celebre teschio, che compare solo all’ultimo. Giustamente. Il teschio del Punitore è il simbolo della sua missione, il suo motivo di vita, e nel serial solo con la comprensione della sua vera natura Frank Castle cede il posto al Punitore. Ed è magnifico.

La violenza di questa serie è senza limiti, come ci si aspetterebbe da The Punisher. Non è esagerata con situazioni assurde come in alcune storie dei comics, ma è comunque imponente, con Frank che si muove in maniera fluida, senza soste, una forza della natura. Viene colpito, ferito, sanguina ma non si arresta, senza limiti. E lo spettatore non può fare a meno di sentirsi rapito da questo crociato senza freni.

The Punisher è, dopo la prima stagione di Daredevil, il miglior serial nato dalla collaborazione tra Netflix e Marvel. Perfetto nella costruzione del pathos emotivo del personaggio, scandito con attenzione nei passaggi essenziali e soprattutto capace di dare una nuova visione del mito di The Punisher. Come viene detto nella serie, citando un passaggio storico dei comics di Frank Castle, ” Bentornato, Frank!”

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