Noi: il capolavoro distopico russo che ispirò 1984 di George Orwell – Recensione

Noi, il romanzo dello scrittore che creò il genere distopico e per primo intuì la pericolosità del controllo totale sugli uomini: la nostra recensione del capolavoro russo che ispirò George Orwell

Glielo dicevo, io, glielo dicevo: a tutti, a tutti quanti, la fantasia bisogna… Bisogna eradicarla! È una questione di chirurgia, chirurgia pura e semplice…

In tanti abbiamo sentito parlare di 1984, il romanzo di George Orwell ambientato in un mondo distopico dominato dal Socing e dalla Psicopolizia; tutti abbiamo un’idea, anche minimamente vaga, di cosa sia il Grande Fratello, l’occhio che sa e vede tutto, che spia ogni nostra mossa.

Tuttavia, pochissimi sono coloro che conoscono Noi, il capolavoro russo di Evgenij Zamjatin, dal quale Orwell trasse ispirazione per creare il suo capolavoro futuristico.

La legittima domanda che sorge spontanea è questa: come mai un libro così originale per l’epoca, capostipite del genere distopico (che al cinema ha prodotto capolavori come Metropolis, Arancia Meccanica, Blade Runner, Matrix e tanti altri), è così poco conosciuto?

Per trovare una risposta a questo quesito, è necessario fare un tuffo nella storia.

Noi Zamjàtin

Il legame del romanzo con l’ex Unione Sovietica

Zamjatin scrisse Noi negli anni della guerra civile in Russia, dal 1919 al 1920, quando i bolscevichi impiegavano tutte le loro forze per completare la Rivoluzione iniziata nel 1917.

Eppure, l’opera vide la luce nell’URSS solo nel 1988: infatti, subito dopo la fine della stesura, l’interpretazione dell’opera in chiave di libello anticomunista diede il via all’ostracismo nei confronti dell’autore e così Noi divenne il primo romanzo ad essere messo al bando dal Glavlit, l’ente sovietico che si occupava della censura, mentre Zamjatin fu preso di mira da una violenta campagna denigratoria.

Sarebbe però scorretto dire che Noi sia solo un’opera anticomunista: era considerata estremamente “pericolosa” per il governo bolscevico di Mosca.

L’opera è ambientata nello Stato Unico, una città dove vive l’intera popolazione terrestre, ovvero le poche migliaia di persone sopravvissute a una crudele selezione iniziale.

Questo Stato, separato dal mondo esterno da un muro altissimo (qui la visione di Zamjatin anticipa la storia), non è altro che una società ideale, la perfetta realizzazione di un sogno che pian piano deraglia, trasformandosi in un incubo che quasi nessuno riesce a riconoscere.

Lo Stato Unico è capeggiato dal Benefattore, una sorta di Dio che, tramite le Tavole della Legge, domina su tutti. Non esiste un’opposizione al governo, tutti si affidano al Benefattore perché egli è l’incarnazione di un amore disumano e crudele capace di dare sicurezza e serenità.

La cruda descrizione dello Stato Unico era una vera e propria denuncia nei confronti dell’ex Unione Sovietica e del totalitarismo comunista, cosa che il Glavit, purtroppo, aveva capito e stroncato sul nascere, in linea con il modus operandi di qualsiasi dittatura.

L’eliminazione dell’individuo

Il protagonista di Noi è D-503, un abitante dello Stato Unico: nessun cognome, nessun nome: solo una lettera e un numero per essere individuati. In effetti, il termine “abitante” non è propriamente corretto, non esistono individui nello Stato Unico, solo unità tutte uguali, completamente omologate tra di loro.

D-503 è l’ideatore dell’Integrale, una specie di navicella spaziale che andrà alla ricerca di altre civiltà extraterrestri, con lo scopo di diffondere (e ovviamente imporre) le leggi dello Stato Unico.

È tramite gli scritti di D-503 che si viene a conoscenza delle caratteristiche di questa futura realtà, considerata matematicamente perfetta perché priva di contrasti e perturbazioni di sorta.

Non esiste più la dimensione privata: le pareti degli edifici sono di vetro, si vive in pubblico. Ogni mossa viene spiata.

L’autogestione del tempo è stata eliminata: ogni unità deve lavorare e dormire, non ci si può esimere nemmeno dal sonno perché chi non dorme abbastanza non può essere produttivo al massimo.

Rimane solo un brevissimo spazio personale di qualche minuto da dedicare a sé stessi, ma lo Stato riesce comunque ad intromettersi ed occupare anche questi brevi momenti. Anche le semplici passeggiate sono controllate: si cammina sempre in schieramenti, tutti nella stessa direzione, ascoltando l’inno dello Stato che rimbomba in ogni strada.

La totale assenza di libertà rende liberi da qualsiasi forma di schiavitù umana. L’unità è un ingranaggio e in lei non vi è più alcun turbamento e niente può arrecargli preoccupazioni.

Eppure, D-503 si sente felice.

Il risveglio dell’anima

La pace interiore di D-503 viene fatta a brandelli quando incontra I-330, una giovane donna che lo fa innamorare, nonostante i suoi atteggiamenti inconcepibili: I-330 fuma, beve, a volte si toglie la divisa per mettersi altri vestiti… vive praticamente nell’illegalità.

L’amore, che teoricamente non dovrebbe esistere, risveglia in D-503 la sua anima di uomo, una vera e propria malattia:

Ma come mai un’anima, così, all’improvviso? Prima non c’era, non c’era, e all’improvviso… Perché nessuno ce l’aveva e io, invece…?

Le preoccupazione di D-503 crescono quando capisce che I-330 non è una donna qualsiasi ma una rivoluzionaria. La donna fa parte di un gruppo di ribelli che hanno compreso l’orrore dello Stato Unico: il suo scopo è quello di impadronirsi dell’Integrale, ed è per questo che ha bisogno di portare l’inventore dalla sua parte, in maniera che si unisca alla sua causa e a quella dei ribelli.

Ma il tempo stringe. Il Benefattore ha deciso che ogni unità deve sottoporsi alla Grande Operazione, che eliminerà per sempre la fantasia. Ogni ingranaggio dello Stato Unico (e quindi ogni unità) diventerà finalmente perfetto.

La bellezza di un mecanismo sta nel suo ritmo incessante ed esato, simile a quello di un pendolo. Sarete perfetti, equivarrete a delle macchine, la via che conduce al 100% della felicità è sgombra.

Vi posso assicurare però che, leggendo Noi, capirete meglio cos’è questo “risveglio dell’anima”: lo sentirete sulla vostra pelle. Vi si presenterà come un peso micidiale incastrato tra l’esofago e lo stomaco, un senso di soffocamento che partirà direttamente dall’interno del vostro cervello e asfissierà tutto il vostro corpo..

È il tipico sconvolgimento mentale che si prova quando si prende coscienza di una verità crudele che non si riusciva a vedere o semplicemente si ignorava.

Un libro contro la cecità

Noi non è un romanzo complicato. Anzi, al contrario, la storia è semplice e i personaggi sono pochi: ciò lo rende facile da seguire, nonostante i ragionamenti del protagonista siano molto lontani dai nostri.

Lo stile è molto particolare: riprende il linguaggio tipico dei matematici e degli ingegneri, ma nella totalità esprime i concetti con una vena poetica originale e mai banale.

L’unica cosa “difficile” di questo libro è la presa di coscienza di quanto la realtà  immaginata da Zamjatin non sia poi tanto lontana dalla nostra.

Se vi piace pensare che il mondo sia un posto meraviglioso, se credete che si possa sempre raggiungere una pace universale e contemporaneamente la libertà individuale… beh, questo libro potrebbe davvero aprirvi gli occhi.

Se, al contrario, amate il genere distopico e sapete leggere non solo tra le righe di un libro, ma anche in quelle del mondo reale, questo romanzo non può mancare dalla vostra personale libreria!

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