Lun 26 Gennaio, 2026
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James Cameron attacca Alien 3 e definisce l’inizio del film come “la cosa più stupida di sempre”

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Il rapporto tra James Cameron e il franchise di Alien non è mai stato semplice, ma le sue ultime dichiarazioni hanno riaperto una ferita che i fan sentono ancora. Dopo aver diretto Aliens – Scontro finale, uno dei capitoli più amati della saga, Cameron ha spiegato senza mezzi termini perché Alien 3 non ha mai funzionato per lui, concentrandosi in particolare sulla scelta narrativa che ha segnato l’inizio del film.

Secondo Cameron, eliminare Hicks, Newt e Bishop ancora prima dell’avvio della trama ha distrutto tutto ciò che il suo film aveva costruito. Una decisione che continua a dividere pubblico e critica e che, per molti, ha impedito a Alien 3 di essere all’altezza del suo predecessore. In una conversazione con Michael Biehn, Cameron ha anche sottolineato quanto questo abbia pesato sulla percezione del franchise negli anni successivi. Noi, da appassionati, sentiamo quanto queste parole risuonino ancora oggi, perché quella scelta continua a sembrarci uno strappo brusco nella continuità emotiva della saga.

Le parole di Cameron e la traduzione delle sue frasi più dure

Cameron non ha usato giri di parole. Ha dichiarato: “Ho pensato che fosse la cosa più stupida di sempre. Costruisci un legame affettivo con personaggi come Hicks, Newt e Bishop e poi, nel film successivo, li fai fuori subito. Geniale.”
Ha aggiunto poi, riferendosi ai sostituti dei protagonisti: “Li rimpiazzano con un gruppo di detenuti che lo spettatore finisce per non sopportare.”

newt aliens scontro finale

Noi continuiamo a vedere quanto questo punto sia rimasto un nodo centrale nelle discussioni sul franchise. Cameron, però, ha riconosciuto che David Fincher, all’esordio cinematografico, fu ostacolato da continue pressioni dello studio. Ha detto: “Sono un grande fan di Fincher. Lì veniva guidato da troppi altri. Gli concedo un lasciapassare.”

Il presente della saga e il giudizio su Alien: Earth e Alien: Romulus

Oggi Cameron guarda alla serie da spettatore distante. Ha parlato di Alien: Earth, definendolo “piuttosto buono”, e di Alien: Romulus, dove ha apprezzato alcune idee, come la scena in assenza di gravità tra globi di acido alieno fluttuanti, una sequenza da lui ritenuta “incubo ben realizzato”.
Qui ci ritroviamo a pensare che, pur non volendo rientrare nella saga, Cameron continui a seguirne con curiosità l’evoluzione. Non è interesse nostalgico, ma la consapevolezza che, anche senza di lui, il mondo di Alien continua a cambiare pelle.

Nessun ritorno all’universo di Alien: Cameron dice basta

A chi sogna un suo ritorno, Cameron risponde in modo chiaro: “Non potrebbero pagarmi abbastanza per tornare. È quasi diventata una cosa guidata dai fan.” E mentre lui guarda al futuro con nuovi progetti legati ad Avatar e al possibile rilancio di Terminator, il franchise di Alien continua il proprio percorso con una seconda stagione di Alien: Earth in sviluppo, un sequel di Alien: Romulus in fase di pianificazione e un nuovo film Alien vs. Predator che sembra pronto a prendere forma.

Noi continueremo a seguire questi sviluppi con attenzione. È curioso vedere come, nonostante la distanza di Cameron, Aliens – Scontro finale rimanga un punto di riferimento insuperato, simbolo di quanto una visione autoriale forte possa lasciare un segno profondo. E resta il fatto che l’apertura di Alien 3 rimane una delle scelte più discusse della storia del genere, un esempio di quanto un singolo momento narrativo possa cambiare per sempre il rapporto tra un’opera e il suo pubblico.

X-Files arriverà gratis su Pluto TV dal primo gennaio

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L’inizio del nuovo anno porterà con sé un ritorno importante per chi ama i misteri e le atmosfere più inquietanti della televisione. X-Files sbarcherà su Pluto TV dal primo gennaio, e sarà possibile guardarla gratuitamente, senza abbonamenti o registrazioni. Una novità che ci farà tornare a seguire Fox Mulder e Dana Scully tra complotti governativi, fenomeni inspiegabili e casi che sfidano le regole della scienza.

Chi vuole già oggi recuperare la serie può trovarla su Hulu o Disney+, ma questa mossa di Pluto TV cambia le carte in tavola: l’intera serie sarà disponibile liberamente, con il solo compromesso delle inserzioni pubblicitarie. Oltre alla visione on demand, Pluto TV affiancherà anche un canale lineare dedicato esclusivamente alla serie, disponibile 24 ore su 24 nella sezione sci-fi della piattaforma.

Una maratona continua per rivivere ogni episodio

Questo nuovo canale trasmetterà tutti gli episodi in ordine cronologico, partendo dal pilot del 1993 e arrivando fino agli episodi revival del 2016 e 2018. Una volta conclusa la trasmissione completa, le puntate continueranno in una forma più libera, con maratone del fine settimana e programmazioni tematiche che ci accompagneranno nel cuore degli episodi più surreali e iconici.

L’aspetto interessante è che, in questo modo, potremo rivivere l’evoluzione della serie senza interruzioni, seguendo da vicino la crescita del rapporto tra Mulder e Scully, il passaggio dagli episodi autoconclusivi ai filoni principali, e quel mix inconfondibile di tensione, ironia e riflessione che ha reso la serie una pietra miliare del genere.

Un percorso lungo undici stagioni e due film per X-Files, presto su Pluto

X-Files debuttò nel 1993 sul canale Fox, arrivando al termine della sua prima fase nel 2002 dopo nove stagioni. Il successo portò due film al cinema, uno nel 1998 e uno nel 2008, prima del ritorno con due stagioni revival nel 2016 e 2018. In totale, ci troviamo davanti a 11 stagioni e 218 episodi, tutti inclusi nella proposta di Pluto TV.

La forza della serie rimane anche nella sua identità narrativa. Mulder, interpretato da David Duchovny, incarna la convinzione che sotto la superficie del mondo esista una realtà più oscura e segreta. Scully, interpretata da Gillian Anderson, controbilancia con metodo scientifico e razionalità. Questa dinamica costruisce la spina dorsale della serie, un equilibrio che ancora oggi funziona e affascina.

Pluto TV si conferma casa ideale per gli amanti della fantascienza

Con l’arrivo di X-Files, Pluto TV arricchisce ulteriormente il suo catalogo dedicato alla fantascienza. Nella stessa sezione si trovano già canali tematici su Star Trek, The Twilight Zone (in USA), Stargate e Doctor Who. Ci sembra chiaro che la piattaforma stia diventando uno spazio interessante per chi ama la serialità cult, offrendo una scelta vasta e gratuita che può attirare nostalgici e nuovi spettatori.

L’arrivo di X-Files rappresenterà quindi un’occasione per chi non ha mai visto la serie e per chi, come molti di noi, sente ogni tanto il bisogno di tornare a quei corridoi bui illuminati solo da una torcia, alle teorie di Mulder e agli sguardi di Scully che mettono in discussione ogni certezza.

One-Punch Man stagione 3 continuerà a combattere con la parte 2 nel 2027

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La stagione 3 di One-Punch Man ha lasciato un segno contrastante: da una parte la storia del Monster Association Arc sta entrando nel vivo, dall’altra le critiche all’animazione di J.C. Staff hanno generato un’ondata di malcontento. Dopo il “finale” dell’episodio 12, uscito il 28 dicembre e intitolato Ultimate Lifeform, è arrivata però la conferma che questa non sarà la conclusione del percorso. Una parte 2 arriverà nel 2027, riprendendo la narrazione esattamente da dove era stata interrotta. L’annuncio è uscito tramite un teaser su YouTube, accompagnato da una nuova key visual dedicata a Saitama e Garou.

Molti degli artisti coinvolti in questa stagione torneranno anche nella nuova parte. Il regista Shinpei Nagai, lo sceneggiatore Tomohiro Suzuki e il character designer Chikashi Kubota faranno ancora parte del progetto, affiancati da Shinjiro Kuroda e Ryosuke Shirakawa. Un team che conosce bene la serie, ma che sarà osservato da vicino dopo l’accoglienza poco calorosa delle ultime puntate.

La polemica sull’animazione e l’eredità di “One-Frame Man”

La critica che ha colpito di più questa stagione riguarda l’apparente scarsa qualità dell’animazione. Alcune scene basate quasi esclusivamente su panoramiche statiche e personaggi immobili hanno alimentato paragoni ironici e meme. La definizione “One-Frame Man” ha iniziato a circolare ovunque, facendo capire quanto il pubblico si aspettasse di più da una serie che, nelle prime stagioni, era stata sinonimo di impatto visivo e fluidità.

Con la conferma che sarà sempre J.C. Staff a occuparsi dell’animazione nel 2027, rimane un dubbio forte: ci sarà un miglioramento? Noi speriamo che il lungo tempo di produzione possa trasformarsi in un’occasione per ripensare alcune scelte stilistiche, recuperando quello spirito energico che ha reso One-Punch Man un anime di riferimento.

Da dove ripartirà la storia e cosa aspettarci dalla parte 2 della stagione 3 di One-Punch Man

L’episodio 12 si è chiuso con l’arrivo del Re Mostro Orochi, una svolta narrativa che aprirà la strada allo scontro tra Saitama e Orochi. La parte 2 ci porterà nel cuore della battaglia, accompagnata dalle mosse della Hero Association, che organizzerà una missione di recupero per il figlio di un importante sostenitore sequestrato dalla Monster Association.

Nel frattempo Fubuki cercherà di coinvolgere Saitama in una strategia, ma lui continuerà a muoversi secondo la sua logica spiazzante, quasi indifferente ai piani degli altri. E Garou, risvegliatosi nel covo della Monster Association, diventerà una variabile fondamentale in uno scenario sempre più caotico.

Uno sguardo al futuro della stagione e delle aspettative dei fan

La parte 2 della stagione 3 adatterà ancora il Monster Association Arc del manga, uno dei segmenti più densi e attesi dai lettori. Il 2027 sarà quindi un anno decisivo: la produzione dovrà dimostrare di aver ascoltato le critiche, mentre il pubblico attenderà con curiosità, sperando di vedere nuovamente sequenze d’azione degne del nome di Saitama.

Come appassionati, ci sentiamo coinvolti. Continueremo a seguire gli sviluppi e ci teniamo pronti a scoprire se questa nuova uscita saprà mantenere viva la fiducia che abbiamo nutrito per la serie sin dagli inizi.

Leonardo DiCaprio produrrà un documentario sul dietro le quinte di Il mago di Oz

Leonardo DiCaprio tornerà presto dietro le quinte e non davanti alla cinepresa, producendo un nuovo documentario che esplorerà la realizzazione di Il mago di Oz, il celebre film del 1939. Il progetto, in fase di produzione, vedrà la collaborazione tra l’Appian Way di DiCaprio, Verdi Productions di Chad A. Verdi e il produttore Danny Strong, sotto la regia di Tom Donahue.

Un viaggio nella creazione del classico di Hollywood

Il documentario, intitolato Oz, si propone di raccontare il percorso turbolento che ha caratterizzato la produzione del film, svelando le sfide affrontate dal regista Victor Fleming e dalla star Judy Garland. Il progetto utilizzerà materiale mai visto prima, tra filmati e registrazioni audio, per dare nuova luce alla creazione di uno dei film più iconici della storia del cinema.

DiCaprio ha espresso il suo entusiasmo dichiarando: “Il mago di Oz rimane profondamente radicato nella nostra cultura e il suo impatto continua a farsi sentire ancora oggi. Siamo fortunati ad avere l’opportunità di raccontare questa storia, insieme a Danny Strong, Chad Verdi e il team di Verdi Productions.”

L’eredità di un capolavoro senza tempo

Il documentario analizzerà anche l’influenza duratura del film nel tempo, che ha ispirato sequel, produzioni teatrali e grandi successi come il fenomeno di Broadway e l’adattamento cinematografico di Wicked. Il film originale fu girato utilizzando la tecnologia all’avanguardia del tempo, la camera a tre strisce Technicolor 35mm, e una versione digitale restaurata è stata proiettata recentemente allo Sphere di Las Vegas.

Il critico Leonard Maltin, intervenendo alla Variety 120 Screening Series, ha sottolineato come Il mago di Oz continui a incantare il pubblico di tutte le età: “Era un film costoso da realizzare, e si vede. Il suo investimento è stato recuperato solo grazie alle successive riedizioni nei cinema e infine alla vendita alla televisione, dove ha preso radici nella nostra cultura popolare.”

Una squadra di produzione all’altezza del sogno

Chad Verdi ha dichiarato: “Siamo entusiasti di continuare la nostra collaborazione con Appian Way per il nostro quarto progetto insieme. Entrambe le aziende condividono l’impegno di raccontare storie significative e coinvolgenti. Il mago di Oz è un classico amato, ma la storia dietro le quinte della sua realizzazione è straordinaria e finalmente verrà raccontata.”

Danny Strong ha aggiunto: “Raccontare la creazione di uno dei più importanti capolavori della storia del cinema internazionale è un onore incredibile, e non poteva capitare a mani migliori che quelle di Tom Donahue e Ilan Arboleda. Produrre insieme a Leonardo DiCaprio, Appian Way e Chad Verdi crea davvero il team perfetto per dare vita a questa storia.”

Oz sarà presentato in anteprima nel 2026, promettendo un’analisi approfondita di un film che continua a ispirare registi, fan e sognatori quasi un secolo dopo la sua uscita.

Enemies of Gotham City: la serie animata di Batman approda sul tavolo da gioco in versione “cattiva”

Nel corso dei decenni abbiamo visto mille versioni di Batman tra cinema, TV e videogiochi. Eppure, per una fetta enorme del fandom, ce n’è ancora una che svetta sopra tutte le altre come il Bat-Segnale nel cielo di Gotham City: la serie animata degli anni ’90 (Batman: The Animated Series). Stiamo parlando di una produzione così iconica da essere, ancora oggi, il metro di paragone per tutto il resto.

E ora quell’universo leggendario amorevolmente noir sta per tornare, in formato gioco da tavolo e con una svolta geniale: questa volta, Batman non è il protagonista.

Benvenuti nella parte oscura di Gotham City

Il nuovo gioco si chiama Batman: The Animated Series – Enemies of Gotham City ed è stato sviluppato da Upper Deck. L’idea è tanto semplice quanto irresistibile: invece di vestire i panni del Cavaliere Oscuro, da 2 a 5 giocatori interpreteranno i villain più pericolosi di Gotham.

L’obiettivo del gioco? Niente redenzione, niente giustizia:

  • incendiare interi distretti;
  • conquistare territori;
  • accumulare denaro;
  • e soprattutto sopravvivere alle interferenze di Batman e dei suoi alleati.

È una Gotham vissuta dal punto di vista corrotto dei suoi nemici, dove il caos regna sovrano e i cattivi combattono tra loro senza esclusione di colpi… bassi.

Ogni villain, uno stile di gioco unico

Enemies of Gotham City punta tutto sulla varietà. I giocatori possono scegliere tra 12 iconici supercriminali, ognuno con abilità speciali e armi distintive che influenzano radicalmente il modo di giocare.

Qualche esempio?

  • Il Cappellaio Matto può scacciare altri villain dai distretti e sostituire i loro scagnozzi con i suoi.
  • Due Facce vive (letteralmente) sul filo del caso: ogni azione chiave richiede il lancio della sua moneta, con bonus o penalità imprevedibili.
  • Poison Ivy diffonde serre in tutta Gotham, potenziando i distretti sotto il suo controllo.
  • Mr. Freeze congela invece di bruciare: e una volta ghiacciata, una zona diventa intoccabile per gli altri.
  • Clayface copia l’arma principale di un altro villain, portando puro caos tattico.
  • Pinguino e Bane puntano su ricchezza e forza bruta.
  • Joker, ovviamente, semina follia mandando scagnozzi ad Arkham Asylum e sabotando i piani di tutti.

È un gioco che vive di interazioni cattive, colpi bassi e rivalità continue. Esattamente come dovrebbe essere.

La serie animata di Batman sui nostri tavoli

Il roster completo dei personaggi include: Cappellaio Matto, Due Facce, Poison Ivy, Bane, Pinguino, Clayface, Red Claw, Mr. Freeze, Harley Quinn, Spaventapasseri, Joker e Ra’s al Ghul.

Ma a fare davvero la differenza è lo stile visivo. Le illustrazioni sono chiaramente ispirate alla serie animata, senza limitarsi a riciclare asset già visti. Il risultato è un’estetica autentica, elegante e incredibilmente fedele allo spirito originale, che rende il gioco uno spettacolo già solo da apparecchiare sul tavolo.

Upper Deck ha già mostrato il tabellone, la Arkham Dice Tower e un primo sguardo al Joker.

Quando esce Enemies of Gotham City?

Al momento non c’è ancora una data di uscita ufficiale, ma l’hype è già alle stelle perché Batman: The Animated Series – Enemies of Gotham City sembra avere tutte le carte in regola per diventare un must-have per gli amanti di Gotham, dei board game e, soprattutto, dei cattivi carismatici.

Perché, diciamolo: ogni tanto è bello salvare il mondo… ma è ancora più divertente provare a conquistarlo.

Perché George Lucas si allontanò dallo Star Wars Holiday Special

Lo Star Wars Holiday Special resta uno dei capitoli più strani e discussi della saga, e ancora oggi i fan si chiedono quanto George Lucas fosse davvero responsabile di quello spettacolo televisivo così bizzarro. Secondo il regista Steve Binder, le impronte creative di Lucas erano presenti fin dall’inizio, mentre la sua assenza si è fatta sentire più tardi, dopo le reazioni negative del pubblico.

Lucas e la genesi dello Star Wars Holiday Special

Una delle idee sbagliate più diffuse sullo speciale è che fosse stato ideato dai dirigenti televisivi senza alcun legame con Lucas. Binder smentisce questa versione: dopo aver accettato di dirigere il progetto, ricevette un vero e proprio “bibbia” creativa via FedEx, scritta direttamente da Lucas, che raccontava la vita e la famiglia di Chewbacca. Questo documento forniva un background dettagliato dei personaggi e della loro quotidianità, spiegando perché lo speciale si concentrasse così tanto sulla vita domestica dei Wookiee, anche se confondeva o irritava il pubblico.

Binder ricorda anche che la storia generale e la sceneggiatura passarono per l’approvazione di Lucas. «Lui ha ideato la storia e supervisionato la sceneggiatura scritta dagli autori che avevano portato», ha dichiarato Binder. «E l’ha approvata.»

Star Wars Holiday Special

L’assenza sul set di George Lucas

Quello che Lucas non fece, invece, fu presentarsi sul set. Binder non lo vide mai durante le riprese e non ricevette nemmeno una telefonata. Questo lasciò a Binder e al team la responsabilità di portare a termine un concetto già approvato, affrontando budget limitati, problemi tecnici e le crescenti preoccupazioni della rete televisiva.

Quando lo speciale andò in onda e arrivarono le critiche, il rapporto di Lucas con il progetto cambiò drasticamente. Binder notò subito il distacco del creatore: «Penso che si sia allontanato quando non ha ricevuto buone recensioni. Disconnettersi così da qualcosa di cui era la forza principale è stato deludente.»

Un fallimento dovuto alle aspettative

Secondo Binder, il motivo del fallimento non fu l’assenza creativa di Lucas, ma le aspettative del pubblico. Lo speciale non era un sequel cinematografico, bensì un varietà televisivo pensato per il merchandising e la programmazione natalizia. Questa discrepanza trasformò rischi creativi in problemi e rese più semplice per Lucas prendere le distanze dopo la reazione negativa.

Binder conclude sottolineando che Lucas era la forza trainante del progetto fino a quando non divenne impossibile difenderlo. La sua creatività aveva dato vita allo speciale, anche se il pubblico e la stampa ricordano soprattutto il flop e la sua apparente assenza.

Macaulay Culkin conferma uno storico rumor su Mamma, ho perso l’aereo: la sua controfigura era un uomo adulto

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Riscoprire Mamma, ho perso l’aereo a ogni Natale ci farà sempre trovare qualcosa di nuovo. Stavolta saremo però noi a cambiare sguardo sul film: Macaulay Culkin ha confermato un rumor che girava da anni, rivelando che la sua controfigura non era un ragazzino come lui, ma un uomo di circa trent’anni chiamato Larry, utilizzato per alcune delle scene più fisiche e pericolose.

Culkin ne ha parlato durante un’intervista a First We Feast, nel bel mezzo di una degustazione di ali di pollo piccantissime, raccontando il momento in cui lo incontrò per la prima volta. Entrò nel reparto costumi, si cambiò, uscì e si ritrovò davanti un uomo adulto vestito esattamente come lui, completo di maglione, pantaloni e stessa acconciatura. Fu lì che scoprì che quello sarebbe stata la sua controfigura ufficiale.

Racconta anche un siparietto divertente. L’uomo gli chiese quanti anni pensasse avesse. Culkin, che all’epoca aveva solo nove anni, rispose “tredici”, pur sapendo che stava volutamente abbassando la cifra. Larry ne rispose ridendo, prendendendonese gioco con sportività. E in effetti la risposta aveva una logica: la controfigura era piccola di statura, più o meno dell’altezza di Culkin, e il trucco cinematografico fece il resto.

In pochi avrebbero immaginato che dietro alcune delle scene più iconiche e movimentate, quella figura non fosse un ragazzino, ma un professionista abituato a prendersi colpi, cadute e urti.

La controfigura di Kevin era un adulto: il retroscena di quelle scene memorabili

Il momento più emblematico di questo lavoro riguarda la scena nella stanza del fratello di Kevin. Quando il protagonista si arrampica sugli scaffali per recuperare dei soldi, la struttura crolla rovinosamente a terra. Quel volo non lo fece Culkin, ma Larry. Secondo quanto racconta l’attore, la ripresa non fu indolore. Le ripetizioni furono molte e violente, con la scenografia che veniva riallestita di continuo fino a ottenere l’effetto desiderato.

Culkin ricorda la scena in modo vivido. Vedeva Larry arrampicarsi, gli scaffali cedere e tutto rovinargli addosso, mentre lui sperava segretamente che quella fosse l’ultima ripresa. Ironizzava anche sul fatto che lo trattassero come un tredicenne, pur sapendo che non lo era affatto.

Perché un adulto al posto di un bambino

Le scelte produttive fanno capire quanto fosse complesso girare quei momenti. Gli stunt più rischiosi richiedevano una preparazione fisica e una gestione del rischio che un bambino non avrebbe potuto affrontare. Il trucco stava proprio nell’equilibrare sicurezza, realismo e ritmo. A distanza di decenni, il film mantiene quella sensazione di naturalezza che fa sembrare ogni scena come una bravata infantile, e non una coreografia studiata.

Daniel Stern

Un dettaglio che cambia il modo di rivedere il film

A distanza di oltre trent’anni, questa rivelazione aggiungerà una nuova consapevolezza alla visione del film. Ogni caduta, ogni mobile che cede, ogni gesto spericolato potrebbe nascondere Larry dietro il maglione di Kevin. Secondo Culkin, l’impatto di quelle scene dipende anche dalla dedizione della controfigura, che rimane un pezzo invisibile ma fondamentale della storia del film.

Rivedere oggi Mamma, ho perso l’aereo con questo dettaglio in mente ci farà sorridere. Il film è disponibile su Disney+ e la prossima volta che noteremo una scena troppo pericolosa per vedere protagonista un bambino, sapremo a chi renderne merito. Non solo a Kevin McCallister, ma anche a quel trentenne travestito da ragazzino che ha contribuito a creare momenti entrati nella memoria collettiva.

Fallout 5 verrà sviluppato insieme a The Elder Scrolls VI: Bethesda conferma la doppia produzione

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Bethesda ci porterà di nuovo nel deserto post apocalittico. Mentre la seconda stagione della serie Fallout su Prime Video entrerà nel vivo, lo studio non starà dimenticando i suoi videogiocatori. Todd Howard ha confermato che Fallout 5 verrà sviluppato in parallelo con The Elder Scrolls VI, una scelta che alzerà le aspettative e cambierà il modo in cui guardiamo al futuro dello studio.

Il quadro che emerge dalle dichiarazioni a Game Informer mostra uno studio in movimento, quasi in transizione. Howard ha ammesso che al momento la maggior parte del team interno sarà concentrata su The Elder Scrolls VI, ma Fallout rimarrà la priorità assoluta. Da Fallout 76 in poi, un gruppo dedicato non ha mai smesso di lavorare sul franchise, continuando ad alimentarlo e a sperimentare. Per questo motivo, anche se la produzione principale si focalizzerà altrove, Fallout 5 non verrà mai messo in pausa.

Fallout 5 esisterà davvero e verrà sviluppato in parallelo

Il punto chiave sarà questo: lo sviluppo sovrapposto. Todd Howard ha spiegato che per Bethesda non sarà una novità lavorare su più progetti allo stesso tempo. Significa che, mentre The Elder Scrolls VI avanzerà verso la sua fase finale, Fallout 5 continuerà a prendere forma nelle retrovie. Non avremo una data di uscita nell’immediato, e nemmeno una finestra stimata, ma la certezza sarà che il progetto non rimarrà un annuncio sospeso.

Emil Pagliarulo, Design Director dello studio, ha spinto l’asticella un po’ più in alto, anticipando le intenzioni del team. L’obiettivo sarà creare un gioco che non offrirà solo un nuovo capitolo, ma un mondo da abitare per centinaia di ore, letteralmente. Parole come 200, 300, 600 ore mostrano una volontà chiara: un’esperienza che crescerà insieme a chi ci giocherà, che non finirà con la campagna principale e che non si consumerà dopo un paio di sessioni.

Questa prospettiva verrà accolta con entusiasmo e ansia allo stesso tempo. Da una parte l’attesa tornerà a diventare parte del rito del videogiocatore; dall’altra la comunicazione ufficiale rimarrà centellinata, perché Bethesda preferirà parlare solo quando sentirà di poter mostrare qualcosa di concreto.

Fallout

Cosa sappiamo di The Elder Scrolls VI in questo scenario

The Elder Scrolls VI verrà ancora trattato come priorità. Questo significherà che il suo sviluppo arriverà prima al traguardo e l’uscita pubblica rappresenterà il vero punto di svolta. Solo allora Fallout 5 entrerà nella fase di comunicazione attiva, e potremo cominciare ad aspettarci trailer, gameplay e un annuncio ufficiale della data. Fino ad allora, possiamo solo immaginare come i due progetti si influenzeranno a vicenda.

Il futuro di Bethesda passa da queste due saghe

Sarà una visione di lungo periodo. Le dichiarazioni non disegneranno una tabella di marcia, ma un percorso. E questo percorso passerà quasi interamente da queste due saghe, che continueranno a definire l’identità di Bethesda.

Sarà una promessa verso i fan: Fallout 5 esisterà e verrà costruito con l’ambizione di restare. The Elder Scrolls VI porterà a compimento l’attesa più lunga dello studio. Le due produzioni affiancheranno il lavoro dell’altra, senza annullarsi e senza rubarsi scena.

Gli anni che arriveranno ci metteranno davanti ai capitoli più importanti della storia recente di Bethesda. Uno studio che vuole crescere ancora, senza abbandonare ciò che l’ha resa ciò che è.

Michael J. Fox racconta finalmente la vera storia sulla rimozione di Eric Stoltz da Ritorno al futuro

Sono passati quasi quarant’anni dal momento in cui Ritorno al futuro ha cambiato il proprio destino e quello di Hollywood. Dopo sei settimane di riprese, il protagonista Eric Stoltz venne sostituito da Michael J. Fox, dando vita a uno dei recasting più celebri e discussi della storia del cinema. Oggi Fox, nel suo nuovo memoir Future Boy: Back to the Future and My Journey Through the Space-Time Continuum, mette ordine e racconta cosa accadde davvero.

Non si tratta di una rivelazione polemica. Anzi. Fox chiarisce che al pubblico, all’epoca, non fu concesso il tempo di rendersene conto. Lui stesso arrivò all’improvviso sul set, senza preparazione e senza tempo per metabolizzare la situazione. La produzione, come ricorda la coautrice del libro Nelle Fortenberry, tentò inizialmente di proteggere la continuità del progetto, tenendo nascosto il cambio di attore fino all’ultimo possibile. Nel momento in cui la notizia emerse, l’attenzione della stampa si concentrò sui presunti problemi del film, alimentando la percezione di una produzione in balia degli eventi.

Le sei settimane con Stoltz e la difficile transizione

Quando Fox arrivò sul set, i suoi colleghi Christopher Lloyd e Lea Thompson avevano già completato una grande quantità di scene. Il materiale girato esisteva, e si trattava di riprendere tutto da capo. Fox entrò nella storia da zero, senza legami pregressi con i personaggi o gli avvenimenti interpretati fino a quel momento. Il cambio, però, non fu un gesto impulsivo. Robert Zemeckis, Bob Gale e Steven Spielberg scelsero di continuare a girare con Stoltz finché l’accordo con Fox non fosse stato definitivo. Spegnere la produzione avrebbe potuto mettere tutto in pericolo, e Universal voleva garanzie.

La scelta artistica: due Marty diversi

La decisione finale, spiegata da Fox, non riguardava competenza o professionalità. Era una questione di tono. Stoltz interpretava Marty McFly con un’intensità drammatica più marcata, un approccio quasi tragico, carico di peso emotivo. Non era l’atmosfera che Zemeckis e Gale stavano cercando. Marty doveva essere leggero, spontaneo, capace di tenere insieme commedia e tensione senza risultare cupo. Fox non provò a imitare l’approccio precedente. Si affidò ai propri istinti, giocando con quello che conosceva, con quell’energia naturale che avrebbe poi definito uno dei personaggi più amati degli anni Ottanta.

Nessun conflitto, nessun rancore

Con il tempo, la storia si è trasformata in mito: due attori rivali, un set spaccato, un licenziamento clamoroso. Fox smentisce questa versione. Tra lui e Stoltz non ci fu alcuna inimicizia, nessuna tensione personale. Erano due interpreti con visioni diverse, inseriti in una produzione che cercava la propria identità. Il film ha preso una direzione; la loro strada, invece, li ha portati altrove.

Un tassello di storia reinterpretato

Oggi, con Future Boy, Michael J. Fox rilegge una pagina di cinema spesso travisata, restituendole la complessità reale. Non una favola di trionfo e sconfitta, ma una storia di passaggi di testimone, di scelte artistiche e di equilibrio fragile tra creatività e industria. E, alla fine, il Marty McFly che il mondo ha imparato ad amare è nato proprio così: non da un percorso lineare, ma da un salto nel vuoto che ha cambiato tutto.

Stranger Things 5 Volume 2 finalmente spiega cos’è davvero il Sottosopra

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Dopo anni di teorie, interpretazioni e risposte vaghe, Stranger Things 5 Volume 2 mette ordine nel più grande mistero della serie. Il Sottosopra non è ciò che abbiamo creduto fin dall’inizio. Quella che sembrava una dimensione parallela, una copia distorta di Hawkins, si rivela tutt’altro: un corridoio interdimensionale instabile, un ponte che collega la nostra realtà a un luogo molto più antico e ostile, chiamato l’Abisso.

Per comprendere la portata di questa rivelazione occorre rimettere insieme i pezzi. Il pubblico, così come i protagonisti, ha sempre immaginato il Sottosopra come un mondo autonomo. In realtà, ciò che esiste non è un universo separato. Esiste un “ponte“. L’ambiente che vediamo è un prodotto secondario, una riflessione deformata che esiste solo perché la struttura interdimensionale ha preso forma proprio a Hawkins.

La vera natura del Sottosopra e il ruolo di Dustin

È Dustin a trovare le parole giuste, definendolo un ponte interdimensionale composto da materia esotica instabile. Ogni ambiente del Sottosopra è parte di un percorso di transito. Non c’è geografia, non c’è una vera fisica. Ci sono solo passaggi, come nel caso della caduta di Holly: non sta precipitando attraverso un cielo, ma attraverso un tratto del ponte che si sta disgregando mentre lo attraversa.

Questo rovescia ogni prospettiva iniziale. Il Sottosopra non ha mai avuto vita propria, non c’è mai stato un ecosistema originario nato lì. Tutto ciò che pensavamo fosse “nativo” è, in realtà, di importazione.

L’Abisso e l’origine delle creature

La serie chiarisce che l’Abisso esisteva molto prima degli esperimenti di Hawkins. È il luogo dove Henry Creel finisce dopo lo scontro con Undici nel 1979, e lì viene trasformato definitivamente in Vecna, entrando in contatto con il Mind Flayer e con le forme di vita ostili che popolano quel regno.

Nessun demogorgone, nessun pipistrello, nessuna creatura che abbiamo incontrato proviene dal Sottosopra. Tutti arrivano dall’Abisso. Il Sottosopra è solo la loro strada d’accesso.

La data chiave è il 6 novembre 1983. È in quel momento che Undici, mettendosi in contatto con il Demogorgone, genera involontariamente il ponte. Un atto spontaneo che costruisce il Sottosopra come riflesso di Hawkins, perché è lì che il ponte si ancora nella nostra realtà.

La conferma dei Duffer e le implicazioni per il finale

I fratelli Duffer confermano tutto, spiegando anche che inizialmente l’Abisso si chiamava Dimensione X, un riferimento alle Tartarughe Ninja. Una scelta che suggerisce come il concept sia stato ripensato nel tempo fino a trovare la forma definitiva mostrata ora.

Riconsiderando il Sottosopra non più come una dimensione ma come un accesso fragile, cambia il senso di ogni evento precedente. Non c’è stato uno scontro tra mondi paralleli, ma una falla continua, un punto di rottura creato senza intenzione. Undici non ha aperto una porta. Ha costruito l’intero edificio.

E adesso, con il ponte che si indebolisce e l’Abisso che preme dall’altra parte, il finale di Stranger Things si muove verso una conclusione che non può più tornare indietro. L’ultima stagione non riguarderà solo la chiusura delle crepe. Riguarderà la chiusura del ponte stesso, prima che l’Abisso abbia tutto lo spazio per passare.

Naruto: in Francia arriverà il parco divertimenti a tema di Konoha Land

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Il mondo di Naruto è pronto a fare un salto dimensionale: dal manga e dall’anime… alla vita reale. Nel 2026, in Francia, aprirà i battenti il Naruto – Konoha Land, un vero parco a tema dedicato al Villaggio della Foglia, destinato a diventare una meta di pellegrinaggio per fan di ogni età della saga creata da Masashi Kishimoto.

Il progetto sorgerà all’interno del Parc Spirou Provence e l’annuncio è stato celebrato con un’illustrazione ufficiale firmata Studio Pierrot, oltre alla rivelazione delle prime attrazioni. L’obiettivo è chiaro: far sentire i visitatori come se avessero appena varcato i cancelli di Konoha.

Un villaggio ninja da esplorare, non solo da guardare

Konoha Land non sarà una semplice area decorativa, ma un’esperienza immersiva costruita per far vivere l’universo di Naruto in prima persona. L’ambientazione riprodurrà luoghi iconici della serie, combinando attrazioni adrenaliniche, scenografie riconoscibili e spazi pensati per grandi e piccoli ninja.

L’idea è quella di un parco capace di parlare sia ai fan cresciuti con Naruto Uzumaki sia a una nuova generazione pronta a scoprire il mondo dei ninja.

Le prime attrazioni: chakra, velocità e tanta adrenalina

Dal sito ufficiale sono già emersi i dettagli delle prime due attrazioni principali.

Kyubi Unchained sarà un percorso ad alta velocità lungo oltre un chilometro, con una punta massima di 75 km/h e una caduta di circa 30 metri. Un’attrazione pensata per evocare la furia distruttiva della Volpe a Nove Code, non proprio una passeggiata tra i ciliegi giapponesi.

Accanto a questa, arriva Rasengan Chakra Rotation, una giostra composta da quattro bracci rotanti che sorreggono gondole per un totale di 32 passeggeri. Il movimento circolare e vorticoso richiama chiaramente la tecnica simbolo di Naruto, trasformando il Rasengan in un’esperienza fisica.

 

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Non solo “giostre”

Le attrazioni sono solo una parte del progetto. Konoha Land sarà costellata di riferimenti diretti alla serie, pensati per colpire al cuore chi conosce Naruto a memoria.

Tra le ambientazioni confermate troviamo:

  • il Konoha Gate, punto d’ingresso simbolico del parco;
  • un’area dedicata agli Esami dei Chunin;
  • dieci statue a grandezza naturale dei personaggi principali;
  • il leggendario Ichiraku Ramen, affiancato da un dango shop;
  • il Monumento degli Hokage;
  • l’ufficio dell’Hokage;

Non mancherà nemmeno uno spazio ispirato agli allenamenti del Team Kakashi, pensato come area nostalgica che richiama i momenti più iconici e formativi della serie.

Il mito di Naruto nel cuore dell’Europa

Con Konoha Land, Naruto dimostra ancora una volta quanto il suo universo sia vivo e capace di reinventarsi. Dopo anni di successi su carta e schermo, il Villaggio della Foglia è pronto a mettere radici anche nel mondo dei parchi a tema europei.

E se il progetto manterrà le promesse, dal 2026 non servirà più un jutsu di evocazione per visitare Konoha: basterà un semplice biglietto, speriamo non troppo caro.

Assassin’s Creed: Johan Renck, regista di Chernobyl, dirigerà la serie TV live action di Netflix

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Dopo anni di attesa, silenzi e speranze tenute in modalità stealth, la serie TV live action di Assassin’s Creed muove finalmente un passo concreto.

Netflix ha scelto un nome che pesa parecchio: Johan Renck, il regista che ci ha traumatizzati (in senso buono) con Chernobyl, è ufficialmente al timone del progetto.

Perché Johan Renck potrebbe fare la differenza

La notizia, riportata da Variety, mette subito le cose in chiaro: Netflix non vuole fare un adattamento superficiale e per questo sta puntando su vincitore dell’Emmy Award 2019.

Renck è un regista che lavora sui silenzi, sulla tensione psicologica e sul peso delle decisioni umane. Tutti elementi che, guarda caso, sono nel DNA di Assassin’s Creed.

Se pensate a complotti millenari, ordini segreti e verità sepolte sotto strati di storia… beh, Renck sembra esattamente la persona giusta per portarli sul piccolo schermo.

Oltre a Chernobyl, Renck ha diretto episodi di Breaking Bad, The Walking Dead, Vikings, Bates Motel, Halt and Catch Fire, oltre a Bloodline e al recente Spaceman con Adam Sandler.

È un regista che non ha paura di rallentare, di far respirare la storia e di mostrare le conseguenze delle scelte dei personaggi. Esattamente quello che è sempre mancato a molti adattamenti videoludici.

Assassin’s Creed Netflix

Il cast: volti nuovi e zero nostalgia facile

La serie vedrà come protagonisti Toby Wallace (Euphoria) e Lola Petticrew (Say Nothing), affiancati da Zachary Hart (Slow Horses) e Laura Marcus (Death by Lightning).

Niente nomi iper inflazionati, ma attori giovani e solidi, segno che Netflix potrebbe puntare più sulla costruzione dei personaggi che sull’effetto “oh guarda, c’è quello famoso”.

La trama: Assassin’s Creed allo stato puro

I dettagli sulla storia sono ancora top secret, ma Netflix ha già diffuso una logline che farà felici i fan storici: “La serie sarà incentrata sulla guerra segreta tra due fazioni nell’ombra: una determinata a plasmare il futuro dell’umanità attraverso controllo e manipolazione, l’altra impegnata a preservare il libero arbitrio. I personaggi attraverseranno eventi storici cruciali, combattendo per decidere il destino dell’umanità.”

Traduzione: Assassini contro Templari, salti temporali, cospirazioni globali e storia riscritta col sangue. Esattamente quello che ci aspettiamo.

Dietro le quinte della serie TV: Ubisoft osserva (e produce)

La serie TV nasce dalla partnership tra Netflix e Ubisoft, annunciata nel lontano 2020. Questo è il primo vero progetto a vedere la luce da quell’accordo.

Creatori dello show sono Roberto Patino e David Wiener, con entrambi che ricoprono anche il ruolo di showrunner ed executive producer. Al loro fianco, Ubisoft Film & Television con Gerard Guillemot, Margaret Boykin, Austin Dill e Genevieve Jones, più Matt O’Toole come produttore esecutivo.

Insomma, Ubisoft non ha mollato il volante. E questa è una buona notizia.

Assassin’s Creed: un’eredità enorme

Il franchise di Assassin’s Creed nasce nel 2007 e da allora è diventato un colosso: 14 capitoli principali, oltre 230 milioni di copie vendute, un film nel 2016 con Michael Fassbender (di cui, diciamoci la verità, ricordiamo più il potenziale che il risultato).

L’ultimo capitolo della saga, Assassin’s Creed: Shadows, è arrivato nel 2025, dimostrando che il brand è tutt’altro che stanco.

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