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Dunk ha davvero ottenuto il titolo di cavaliere? George R.R. Martin vuole che A Knight of the Seven Kingdoms lasciasse il dubbio

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La prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms si è conclusa, ma una domanda continua a far discutere i fan: Ser Duncan l’Alto è davvero un cavaliere? La serie non offre una risposta definitiva, e non si tratta di una dimenticanza. È stata una scelta precisa, voluta dallo stesso George R. R. Martin.

Fin dall’inizio, il mistero attorno all’investitura di Dunk è parte integrante del racconto. E nell’episodio 6, intitolato “The Morrow”, questa ambiguità raggiunge il suo punto più intenso.

Il confronto con Ser Arlan e la scelta dell’ambiguità

Nel corso di un flashback carico di tensione emotiva, Duncan, interpretato da Peter Claffey, affronta il suo mentore Ser Arlan, a cui dà volto Danny Webb, chiedendogli perché non sia mai stato nominato cavaliere. È una scena cruda, sincera, che sembra preparare il terreno a una rivelazione chiara.

Prima che arrivi una risposta definitiva, però, Arlan appare morire, lasciando Dunk – e noi con lui – sospesi. Ma la sequenza non si chiude davvero lì. Come ha spiegato lo showrunner Ira Parker in un’intervista a Collider, la scena è stata costruita apposta per restare in una zona grigia.

Secondo Parker, si potrebbe immaginare che Arlan, prima di morire, abbia chiesto la spada e abbia nominato Dunk cavaliere. Ma non c’è alcuna conferma ufficiale. E questo è esattamente ciò che Martin desiderava: mantenere l’ambiguità e lasciare al pubblico la libertà di decidere.

Non si tratta di un filo narrativo lasciato in sospeso per distrazione. Al contrario, è il cuore stesso della storia. In un mondo come Westeros, i titoli hanno peso, ma non garantiscono onore. La domanda centrale diventa allora un’altra: conta di più la cerimonia o il comportamento?

A Knight of the Seven Kingdoms

Cosa significa essere un vero cavaliere nei Sette Regni

Il percorso di Duncan l’Alto è sempre stato legato al concetto di cavalleria come ideale, più che come semplice investitura. In A Knight of the Seven Kingdoms, prequel dell’universo di Game of Thrones, la riflessione si fa ancora più esplicita.

La serie esplora cosa renda davvero un uomo un cavaliere: il titolo formale o le azioni? È possibile guadagnarsi quel riconoscimento anche senza aver mai ricevuto l’investitura ufficiale? Sono interrogativi che accompagnano l’intera stagione e che continueranno a essere centrali.

Peter Claffey porta sullo schermo un Dunk concreto, onesto, facile da sostenere. Anche senza una conferma formale del titolo, il suo modo di agire, la lealtà e la volontà di proteggere i più deboli lo rendono, agli occhi di molti, già un cavaliere. Danny Webb, dal canto suo, ha costruito un Ser Arlan credibile, segnato dal tempo e profondamente umano, una presenza che ha lasciato il segno fino all’ultimo momento.

Accanto a loro troviamo anche Dexter Sol Ansell nei panni del giovane Aegon “Egg” Targaryen, scudiero brillante e di sangue reale, insieme a Daniel Ings, Finn Bennett e Tanzyn Crawford. Il rapporto tra Dunk ed Egg è già uno degli elementi più apprezzati della serie.

La buona notizia è che il viaggio continuerà. A Knight of the Seven Kingdoms è stata rinnovata per una seconda stagione ancora prima del debutto della prima, avvenuto nel novembre 2025. I nuovi episodi adatteranno la novella del 2003 The Sworn Sword e approfondiranno ulteriormente tensioni politiche e dilemmi morali nei Sette Regni. La seconda stagione è attesa nel 2027.

Alla fine, forse non sapremo mai con certezza se Dunk sia stato ufficialmente nominato cavaliere. Ma forse non è questo il punto. Se un uomo mantiene la parola data, difende gli innocenti e rischia la vita per gli altri, il dettaglio tecnico conta davvero?

È proprio questa la domanda che Martin vuole lasciarci.

Le prime reazioni a Project Hail Mary lo definiscono una “odissea spaziale imperdibile” e un potenziale candidato agli Oscar

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Sono arrivate le prime reazioni a Project Hail Mary e, da quello che emerge, potremmo trovarci davanti a uno dei grandi eventi cinematografici del 2026. Il film è stato proiettato in anteprima alla stampa e i commenti iniziali parlano di una avventura sci-fi ambiziosa, capace di unire spettacolo ed emozione.

Diretto da Phil Lord e Christopher Miller, e tratto dal romanzo del 2021 di Andy Weir, il film seguirà Ryland Grace, un insegnante di scienze che si risveglierà da solo su un’astronave, a anni luce dalla Terra, senza ricordare come sia arrivato lì. Con il riaffiorare della memoria scoprirà di essere l’ultima speranza dell’umanità per fermare una misteriosa forza che minaccerà di spegnere il Sole.

Al centro della storia ci sarà Ryan Gosling, e le prime recensioni hanno lodato con forza la sua interpretazione.

Un grande blockbuster con anima e spettacolo

Tra i primi a esporsi è stato il critico Eric Marchen, che ha definito il film “il primo grande blockbuster del 2026”. Nella sua recensione ha parlato di una odissea spaziale da non perdere, sottolineando la fotografia “fuori dal mondo” di Greig Fraser e una prova attoriale di Gosling capace di ancorare l’intera esperienza emotiva.

Anche Adriano Caporusso ha messo in evidenza il tono del film, spiegando che l’opera giocherà su una dinamica quasi da commedia fantascientifica, spingendo su un rapporto di amicizia che ricorderà per certi versi Short Circuit, ma senza rinunciare alla dimensione epica e a immagini spettacolari.

Non tutte le reazioni sono state prive di riserve. Barry Hertz del Globe and Mail ha segnalato qualche problema di sceneggiatura, parlando di una struttura con troppi finali e di un punto narrativo cruciale poco sviluppato. Tuttavia, ha chiarito che il carisma di Gosling riuscirà comunque a trascinare il film fino al traguardo, definendolo una sorta di Interstellar alleggerito dalle sue parti più complesse.

Nel complesso, però, il tono delle prime impressioni resta decisamente positivo.

Ryan Gosling Project Hail Mary

Un potenziale protagonista della stagione dei premi

L’entusiasmo è andato oltre la semplice promozione da blockbuster. Il giornalista Scott Menzel ha definito il film un “capolavoro” e ha previsto un percorso importante nella stagione dei premi, parlando di un possibile protagonista agli Oscar in diverse categorie.

Anche il conduttore televisivo Jeff Conway ha evidenziato l’equilibrio tra umorismo, dramma, suspense e fantascienza, lodando non solo Gosling ma anche Sandra Hüller, che nel film interpreterà un ruolo chiave e che è stata descritta come il cuore emotivo della storia.

Il cast di supporto comprenderà anche Milana Vayntrub, Ken Leung, Liz Kingsman e James Ortiz, contribuendo a rafforzare un progetto che già sulla carta appare ambizioso.

Durante il San Diego Comic-Con 2025, Gosling aveva presentato insieme ai registi e allo sceneggiatore Drew Goddard i primi cinque minuti del film, spiegando quanto si sia sentito vicino al protagonista. Ha raccontato di aver apprezzato la riluttanza del personaggio, un uomo ordinario in una situazione straordinaria, terrorizzato in modo realistico dalla missione che lo attenderà. Un uomo che sulla Terra aveva smesso di credere in sé stesso e che nello spazio troverà una nuova possibilità.

È proprio questo elemento umano che sembra distinguere Project Hail Mary da molti altri film ambientati tra le stelle. Non sarà solo la storia di qualcuno chiamato a salvare il Sole, ma il viaggio interiore di una persona che scoprirà di avere ancora qualcosa da dare.

Con reazioni che parlano di “odissea spaziale imperdibile” e con già i primi discorsi sui premi, tutto lascia pensare che nel 2026 ci troveremo davanti a un’esperienza cinematografica capace di unire grande spettacolo e forte impatto emotivo.

Disney ci va cauta con The Mandalorian e Grogu: ha più fiducia in Starfighter

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Secondo un nuovo report, in casa The Walt Disney Company ci sarebbe un mix di cauto ottimismo e una certa apprensione riguardo alla prossima ondata di film di Star Wars destinati al cinema. Lo studio si troverebbe davanti a due progetti molto diversi tra loro: uno che punterà forte sull’affetto dei fan storici, l’altro che potrebbe rappresentare un nuovo inizio per la galassia lontana lontana.

A riportarlo è Variety, che descrive due prospettive differenti all’interno del listino cinematografico in arrivo.

The Mandalorian e Grogu, un’incognita per il grande schermo

Il primo titolo è The Mandalorian e Grogu, trasposizione cinematografica della serie Disney+ guidata da Jon Favreau. La serie è stata un successo importante in streaming, ma il passaggio dalla piattaforma al grande schermo non sarà automatico.

Secondo il report, il film rappresenterebbe “una sorta di punto interrogativo” per Disney e potrebbe non sembrare un vero evento cinematografico se non per i fan più accaniti di Grogu. Una valutazione piuttosto diretta, che lascia intendere come lo studio stia monitorando con attenzione la risposta del pubblico.

Anche il primo trailer non avrebbe convinto del tutto. Il tono avrebbe spiazzato una parte dei fan, generando reazioni contrastanti. La situazione però potrebbe riequilibrarsi: il secondo trailer, stando alle indiscrezioni, avrebbe ottenuto un’accoglienza molto più positiva.

Nel film, la Nuova Repubblica recluterà Din Djarin, interpretato da Pedro Pascal, e il suo apprendista Grogu dopo la caduta dell’Impero Galattico, in un periodo in cui i signori della guerra imperiali minacceranno ancora la galassia. L’ambientazione sarà quindi pienamente inserita nel solco più classico della saga, tra eredità imperiali e nuove minacce.

Resta però una questione centrale: il successo in streaming non garantisce automaticamente risultati al botteghino. Le aspettative del pubblico cinematografico sono diverse e l’asticella, quando si parla di Star Wars, è sempre molto alta.

The Mandalorian and Grogu

Star Wars: Starfighter potrebbe conquistare i fan

Diversa la percezione interna nei confronti di Star Wars: Starfighter, nuovo progetto affidato alla regia di Shawn Levy. Secondo quanto riportato, lo studio lo considererebbe più “probabile nel soddisfare i fan”, nonostante al momento si sappia meno sulla trama.

Il film sarà una storia autonoma ambientata circa cinque anni dopo gli eventi di Star Wars: The Rise of Skywalker. A guidare il cast ci sarà Ryan Gosling, affiancato da Amy Adams, Matt Smith, Mia Goth e dal nuovo arrivato Flynn Grey.

Un ensemble solido che potrebbe aiutare il progetto a imporsi come un vero evento cinematografico. L’idea di introdurre personaggi completamente nuovi, liberi dall’eredità diretta degli Skywalker, potrebbe rappresentare quel cambio di rotta che una parte del pubblico chiede da tempo.

C’è qualcosa di interessante in un approccio del genere: un’avventura pensata fin dall’inizio per il cinema, costruita per il grande schermo e non come estensione di una serie già esistente. Un possibile “reset” narrativo che potrebbe dare nuova energia al franchise.

Questo non significa che The Mandalorian e Grogu sia destinato a deludere. La serie ha costruito una base di fan appassionati e vedere la storia di Din Djarin e Grogu continuare al cinema resta un’operazione ambiziosa. Tuttavia, Disney sembra consapevole che trasformare l’entusiasmo dello streaming in incassi cinematografici richiederà più di un semplice salto nell’iperspazio.

Al momento, la strategia sembra chiara: un film che punterà sulla familiarità e l’affetto del pubblico, e un altro che proverà a tracciare una nuova rotta nell’era post-Skywalker. The Mandalorian e Grogu arriverà nelle sale il 20 maggio, mentre Star Wars: Starfighter è previsto per il 28 maggio 2027.

Sarà il pubblico a decidere quale delle due strade si rivelerà la più forte.

Spider-Noir: il nuovo spot ci presenta Cat Hardy e uno scontro ad alta tensione con Electro

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Un detective, una femme fatale, una New York anni ’30 che è un manifesto noir e Nicolas Cage con le ragnatele che svolazza tra i grattacieli.

Spider-Noir si avvicina e ogni nuovo assaggio della serie TV ci convince che siamo davanti a qualcosa di davvero fuori dal comune nel panorama Marvel.

Il nuovo spot TV rilasciato nelle ultime ore è striminzito, appena 30 secondi, ma basta per capire che questa serie non ha nessuna intenzione di essere l’ennesimo prodotto cinecomic patinato. Anzi, è esattamente il contrario.

La resa dei conti con Electro

Le immagini si aprono con sequenze spinte già al massimo: Ben Reilly, il personaggio interpretato da Cage, si trova faccia a faccia con Electro in quello che sembra un confronto ad altissima tensione.

La versione “vintage” del villain si sposa perfettamente con l’estetica noir della serie: niente raggi laser cosmici o effetti speciali da blockbuster milionario. Qui si respira asfalto bagnato, lampioni sfarfallanti e quel tipo di pericolo che si annida negli angoli bui.

Lo spot ci regala, inoltre, una fugace occhiata a Flint Marko, alias Sandman. Anche qui, zero tempeste di sabbia in scala apocalittica Più che un supercriminale, sembra un duro di periferia con poteri sovrumani e la cosa, in un contesto anni ’30, funziona benissimo.

Rita Hayworth incontra Felicia Hardy

Ma la novità più succulenta è la prima apparizione di Cat Hardy, interpretazione noir di Felicia Hardy, la classica Gatta Nera dei fumetti Marvel. In questa serie, Cat Hardy è una chanteuse di nightclub, una cantante di locali non proprio per famiglie che trascina Ben Reilly sempre più a fondo in una cospirazione criminale che serpeggia sotto la superficie di New York.

Oren Uziel, showrunner dello show, ha spiegato le ispirazioni dietro il personaggio con parole che fanno venire voglia di guardare (o rivedere) un bel po’ di film classici: “È Rita Hayworth, straordinaria in Gilda e La signora di Shanghai, con un tocco di Lauren Bacall, perché Bogart e Bacall stanno benissimo insieme. E un po’ di Kim Basinger da L.A. Confidential, per come si inserisce in tutto il meccanismo della storia.”

Insomma, un’amalgama di leggende del cinema classico hollywoodiano, il tipo di personaggio che illumina una stanza e poi fa saltare tutto in aria con un sorriso.

Spider-Noir: l’Uomo Ragno come non l’abbiamo mai visto

Spider-Noir è una serie live action basata (ma forse è più corretto dire ispirata) sul fumetto Spider-Man Noir della Marvel.

Lo show segue le vicende di Ben Reilly, investigatore privato consumato dagli anni e dalle cicatrici, nella New York dei tardi anni ’30. Dopo una tragedia personale devastante, Reilly è costretto a fare i conti con il suo passato mentre cerca di fare il supereroe — l’unico supereroe — in una città che di eroico ha ben poco.

È l’Arrampicamuri visto attraverso impermeabili, vicoli bui e dilemmi morali in cui il bianco e il nero si confondono. Esattamente il tipo di storia che Nicolas Cage è nato per interpretare.

Il cast dell serier TV è di tutto rispetto: insieme a Cage troviamo Lamorne Morris, Li Jun Li, Karen Rodriguez, Abraham Popoola, Jack Huston e Brendan Gleeson. Tra le guest star figurano nomi come Lukas Haas, Cameron Britton, Amanda Schull e Andrew Robinson.

Il team creativo

Dietro la macchina da presa dei primi due episodi c’è Harry Bradbeer, regista premiato con l’Emmy per Fleabag e Killing Eve. La serie è stata sviluppata da Oren Uziel e Steve Lightfoot ed è prodotta con il coinvolgimento del team dietro a Spider-Man: Un Nuovo Universo composto da Phil Lord, Christopher Miller e Amy Pascal.

Prodotta da Sony Pictures Television, la serie andrà in onda esclusivamente su MGM+ e Prime Video.

Spider Noir Nicolas Cage

Cosa dobbiamo aspettarci da Spider-Noir?

Come già detto Spider-Noir non punta a essere un blockbuster in costume. Punta a qualcosa di più originale, più cupo, con qualche sbavatura calcolata e tanta personalità. Si tratta di un tipo di progetto che o funziona alla perfezione o diventa un cult nel giro pochi anni.

La serie TV, che debutterà il 27 maggio su Prime Video, è una vera scommessa, ma con Cage in trench e borsalino, e Cat Hardy che canta in un locale fumoso della Grande Mela degli, potrebbe davvero funzionare.

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IBM sotto pressione da parte di Anthropic: Claude Code sfida il COBOL

Per un programmatore old school come il sottoscritto, questo 2026 potrebbe passare alla storia come l’anno in cui qualcuno ha osato sfidare il COBOL e l’infrastruttura IBM.

La miccia l’ha accesa Anthropic, annunciando che il suo modello di intelligenza artificiale Claude Code è in grado di comprendere, analizzare e convertire codice COBOL in linguaggi moderni come Java o Python. Non si tratta di una semplice traduzione sintattica, ma di un processo completo di analisi, reverse engineering e migrazione.

IL risultato di questo annuncio è stato quello di scatenare il panico a Wall Street con una giornata nera per IBM. Il tonfo per il colosso tecnologico è stato superiore al 13%, la peggiore performance della big-tech americana da oltre 25 anni.

Ma andiamo con ordine, cercando di capire cosa sta succedendo.

Il paradosso del COBOL: linguaggio di programmazione vecchio di 70 anni, ma ancora ovunque

Il COBOL nasce alla fine degli anni ’50, quando i computer occupavano intere stanze e Internet era fantascienza. Eppure oggi gestisce ancora una fetta gigantesca delle transazioni bancarie globali e dei sistemi mainframe: si parla del 60-80% delle grandi imprese.

Il problema principale è che chi sa programmare davvero in COBOL sta andando in pensione oppure non c’è più… letteralmente. Formare nuovi sviluppatori su un linguaggio percepito come “preistorico” e che sopravvive solo perché IBM nel tempo ha raggiunto una posizione di monopolio per i sistemi mainframe di banche, assicurazioni, compagnie aeree e istituzioni pubbliche non è né facile né allettante per le nuove generazioni di programmatori.

Le aziende, in pratica, si trovano intrappolate: sistemi complessi che funzionano come orologi svizzeri ma difficili e costosi da mantenere.

schermata COBOL

La promessa di Claude Code: migrazione automatizzata

Qui entra in scena Claude Code. Anthropic sostiene che la sua intelligenza artificiale possa analizzare enormi tabulati di codice COBOL, comprendere logiche di business stratificate in decenni; effettuare reverse engineering delle applicazioni che si basano sull’infrastruttura COBOL; convertire il tutto in linguaggi moderni come Java o Python.

Se tutto ciò fosse vero in modo scalabile, significherebbe ridurre processi che oggi richiedono anni, manutenzioni e modifiche manuali e squadre di programmatori e consulenti specializzati.

In altre parole: modernizzare sistemi complessi e radicati a una frazione dei costi attuali.

L’attacco a IBM e al business dei mainframe

Il colpo (duro) l’ha avvertito IBM.

Il colosso americano ha costruito per decenni un ecosistema attorno ai mainframe e alla manutenzione di questi sistemi. Certo, IBM aveva già risposto al trend di “semplificazione” con Watsonx Code Assistant for Z, strumenti pensati per aiutare a modernizzare le applicazioni senza abbandonare l’ecosistema mainframe.

Ma la proposta di Anthropic è diversa perché non si limita a dire di modernizzare il tutto, ma propone un’uscita totale dal sistema duale mainframe IBM e COBOL. Ecco perché il mercato ha reagito in modo così violento.

mainframe

Tradurre in linguaggi più moderni non basta

Nonostante tali presupposti, non tutti però sono convinti delle promesse di Anthropic definendole “ottimistiche” o addirittura “fuorvianti”.

Diversi esperti sottolineano che la migrazione di sistemi bancari critici non è una semplice operazione di traduzione linguistica. Il codice COBOL spesso incapsula logiche aziendali complesse, dipendenze invisibili, integrazioni con sistemi esterni e requisiti normativi delicatissimi.

Un piccolo errore potrebbe potenzialmente bloccare milioni di transazioni oppure mandare in tilt i trasporti.

È davvero la fine del COBOL?

Siamo davvero davanti a un punto di svolta per IBM e il COBOL come struttura portante di sistemi economico-finanziari complessi fortemente interconnessi?

L’intelligenza artificiale può davvero accelerare analisi e reverse engineering del codice di programmazione, può ridurre costi e tempi, ma sostituire completamente decenni di infrastrutture mission-critical è un’altra storia.

Quello che è certo è che la battaglia è iniziata. Non è solo una questione tecnica: è uno scontro sul futuro dei dati bancari globali, tra chi difende la stabilità dei mainframe e chi spinge verso cloud e modernizzazione radicale.

E se Claude Code manterrà anche solo metà delle promesse, il 2026 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui è iniziato il tramonto del COBOL.

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Neon Genesis Evangelion avrà una nuova serie anime scritta da Yoko Taro per il 30° anniversario

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Grandi novità per i fan di Neon Genesis Evangelion. In occasione del 30° anniversario, è stato annunciato a sorpresa che una nuova serie anime è attualmente in produzione. Il progetto coinvolge due studi importanti, Studio Khara e CloverWorks, e porterà dietro la macchina da scrittura un nome molto noto nel panorama videoludico: Yoko Taro, creatore di NieR: Automata.

L’annuncio è arrivato durante il programma conclusivo dell’evento “EVANGELION:30+; 30th ANNIVERSARY OF EVANGELION”, tenutosi a Yokohama, in Giappone, dove è stato presentato anche uno speciale cortometraggio animato. Al momento, però, non sono stati diffusi dettagli sulla trama né una finestra di uscita.

Yoko Taro alla sceneggiatura: un ritorno alle origini

Yoko Taro si occuperà della sceneggiatura e della composizione della serie, affiancando il regista Kazuya Tsurumaki, già alla guida dei film Rebuild e di Mobile Suit Gundam GQuuuuuuX. Nel team creativo figura anche il co-assistente alla regia Tokyo Yatabe, che ha lavorato a Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time.

Per la colonna sonora è stato coinvolto Keiichi Okabe, noto proprio per le musiche di NieR: Automata.

Non è ancora chiaro in che modo la nuova serie si inserirà nell’universo narrativo di Evangelion, da sempre caratterizzato da linee temporali alternative, loop e reinterpretazioni. L’approccio potrebbe essere totalmente inedito oppure collegarsi agli eventi già raccontati.

Un’eredità che continua dal 1995

Creata e diretta da Hideaki Anno per lo studio Gainax, oggi non più attivo, Neon Genesis Evangelion debuttò tra ottobre 1995 e marzo 1996. La storia segue il quattordicenne Shinji Ikari, reclutato dall’organizzazione NERV per pilotare un gigantesco mecha chiamato Evangelion e combattere misteriose creature note come “Angeli”, in un mondo post-apocalittico.

Nel corso degli anni il franchise ha generato film, reboot, spin-off e collaborazioni commerciali di ogni tipo, diventando uno dei titoli più influenti dell’animazione giapponese.

Yoko Taro non ha mai nascosto quanto Evangelion abbia inciso sul suo percorso creativo. In passato ha dichiarato che l’opera che più lo ha ispirato è proprio Neon Genesis Evangelion, arrivando a definire la storia di NieR: Automata quasi una rielaborazione del capolavoro di Anno.

L’annuncio arriva inoltre in un momento particolarmente positivo per il franchise videoludico: NieR: Automata ha appena superato i 10 milioni di copie vendute nel mondo.

Al momento restano molte incognite. Non sappiamo quando vedremo la serie né quale direzione prenderà. Ma l’idea di vedere Evangelion filtrato attraverso la sensibilità narrativa di Yoko Taro — tra fantascienza filosofica, inquietudine e introspezione — rende il progetto uno dei più interessanti tra quelli annunciati per il 30° anniversario.

Signori, il delitto è servito: esiste un quarto finale in cui Tim Curry uccide tutti (ma non lo vedremo mai)

Molto prima che Hollywood iniziasse a puntare con decisione sugli adattamenti di giochi da tavolo, nel 1985 arrivava al cinema Signori, il delitto è servito, commedia gialla diventata negli anni un vero cult. Ispirato al celebre board game Cluedo, il film riuscì a trasformare un’idea apparentemente rischiosa in un esperimento brillante, grazie a un tono surreale e a una struttura narrativa fuori dagli schemi.

Oggi, a distanza di tempo, è emerso un dettaglio che rende la storia ancora più curiosa: esisteva un quarto finale alternativo, girato ma mai mostrato al pubblico. A parlarne è stato Tim Curry, protagonista assoluto del film, durante un’intervista con The Academy.

Una commedia gialla fuori dagli schemi

Dietro la macchina da presa c’era Jonathan Lynn, che sviluppò la storia insieme a John Landis. Invece di puntare su un mistero classico in stile Agatha Christie, il film scelse una strada più folle e grottesca.

La premessa è semplice: un gruppo di sconosciuti, ciascuno con un segreto compromettente, viene invitato a cena in una villa isolata dal misterioso Mr. Boddy, interpretato da Lee Ving. Ad accoglierli c’è il maggiordomo Wadsworth, interpretato da Curry, vero motore comico dell’intera vicenda.

Il cast era ricchissimo: Madeline Kahn, Martin Mull, Christopher Lloyd, Lesley Ann Warren, Eileen Brennan e Michael McKean.

Quando Mr. Boddy viene assassinato, la serata si trasforma in un caos fatto di accuse incrociate, ricatti e colpi di scena sempre più assurdi. Tutti hanno un movente, tutti hanno qualcosa da nascondere. E Curry domina la scena con un’energia travolgente.

remake di Signori il Delitto è Servito

I tre finali ufficiali e quello mai visto

La scelta più audace del film fu proporre tre finali diversi. Nel 1985, a seconda della sala cinematografica, gli spettatori potevano vedere una conclusione differente. I segmenti, intitolati “How it Could Have Happened”, “How About This?” e “Here’s What Really Happened”, offrivano versioni alternative su chi fosse il vero assassino.

Questa trovata contribuì a rendere Signori, il delitto è servito un film cult, rivedibile e discusso ancora oggi.

Ma esisteva anche un quarto epilogo. In quella versione, Wadsworth perdeva il controllo e iniziava a uccidere tutti i presenti nella villa. Lo stesso Curry ha raccontato la scena con semplicità: correva per la casa eliminando ogni personaggio uno dopo l’altro.

Secondo Jonathan Lynn, però, quel finale non funzionava. Non era abbastanza divertente, non risultava davvero sorprendente e chiudeva il film in modo anticlimatico. Tre versioni erano più che sufficienti.

Curiosamente, per Curry proprio quella rimasta nel cassetto era la sua preferita.

Un finale perduto che alimenta il mito

Le tre conclusioni ufficiali restano perfettamente in linea con il tono del film: rapide, assurde, costruite sul ritmo e sull’effetto sorpresa. Un massacro generale avrebbe forse scioccato il pubblico, ma lo shock da solo non basta a sostenere una commedia.

Eppure l’idea di vedere Curry scatenarsi nella villa, trasformando il mistero in pura follia, continua ad affascinare i fan. È uno di quei casi in cui una scena mai distribuita diventa parte della leggenda del film.

Ancora oggi Signori, il delitto è servito viene citato come esempio riuscito di adattamento da gioco da tavolo, capace di reinventare il materiale originale con intelligenza e ironia. E sapere che esiste un finale alternativo così radicale non fa che rafforzare il fascino di un cult che, a distanza di quarant’anni, continua a far parlare di sé.

A Knight of the Seven Kingdoms: il finale di stagione apre all’arrivo di un’attesa seconda stagione

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La prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms si chiude con un episodio che sceglie la riflessione invece dello spettacolo. Dopo la brutalità di “In the Name of the Mother” e il caos del Giudizio dei Sette, il finale intitolato “The Morrow” abbassa i toni e lascia spazio alle conseguenze.

La serie, ambientata nell’universo di Game of Thrones e tratta dalle novelle di George R. R. Martin, ha trovato una sua identità più intima. Niente draghi che inceneriscono città o guerre su larga scala: qui il centro della storia è un cavaliere errante che prova a fare la cosa giusta in un mondo che raramente premia la decenza.

Le conseguenze del Giudizio dei Sette e la morte di Baelor

L’episodio si apre ad Ashford Meadow, dopo la devastazione. Dunk è sopravvissuto, ma il regno ha perso Baelor Targaryen. Il principe è morto combattendo per lui, e il senso di colpa lo divora.

Accanto a Dunk troviamo Lyonel Baratheon, che con il suo tono diretto prova a sdrammatizzare. Gli offre persino un posto a Storm’s End, con una frase che è puro spirito westerosiano: lo amerà come un fratello, oppure lo odierà come un fratello.

Ma Dunk non riesce a lasciar andare il peso della morte di Baelor. Quando il principe viene cremato, la macchina da presa indugia sui volti dei Targaryen, in particolare su Maekar Targaryen, imperscrutabile tra dolore e tensione politica. Le voci su un suo possibile coinvolgimento nella morte del fratello inizieranno a circolare, e lui sa che non si fermeranno.

Dunk, dal canto suo, si chiede perché gli dèi abbiano risparmiato lui. È una domanda che resta sospesa e che definisce il cuore dell’episodio.

Dunk, Egg e la scelta che cambia tutto

Il confronto più importante è proprio tra Dunk e Maekar. Il principe propone di portare Egg a Summerhall per farlo crescere a corte, lontano dalle difficoltà. Ma Dunk rifiuta. Non vuole più avere a che fare con i principi, almeno non in quel modo.

Egg ascolta tutto. È ferito, deluso. Ma è anche a un bivio. In una delle scene più tese del finale, lo vediamo avvicinarsi al fratello nel sonno con un coltello, prima di essere fermato. È il segnale che il suo futuro non è scritto.

Peter Claffey Il cavaliere dei sette regni

Alla fine, Dunk prende la decisione che definisce la stagione: accetterà Egg come scudiero, ma lontano dai castelli e dall’influenza della corte. Vuole offrirgli la possibilità di crescere in modo diverso rispetto ai fratelli maggiori.

Maekar resiste, ricorda che è il suo ultimo figlio. Eppure capisce che qualcosa deve cambiare. In quel momento, senza battaglie né proclami, il destino di Westeros si sposta di qualche grado.

Prima di partire, Dunk rende omaggio a Ser Arlan di Pennytree, inchiodando una moneta all’albero sotto cui riposava. È un gesto semplice, ma racchiude tutto il senso della serie: memoria, umiltà, continuità.

Quando Egg lo raggiunge e gli dice che servirà sotto di lui, la torcia viene ufficialmente passata. Non è un finale esplosivo, ma una promessa.

Un finale che punta sui personaggi

“The Morrow” funziona proprio perché non cerca di superare lo spettacolo del Giudizio dei Sette. Si concentra su colpa, responsabilità e scelta. Dunk decide di essere l’uomo di cui il regno ha bisogno. Egg sceglie l’umiltà invece del privilegio.

La prima stagione si chiude così: non con una guerra, ma con due figure che si allontanano a cavallo verso un futuro incerto. La seconda stagione è già prevista per il prossimo anno e, seguendo le novelle di Martin, potrebbe portare nuovi volti e nuove tappe nel viaggio.

Quello che rende A Knight of the Seven Kingdoms speciale è la sua dimensione raccolta. È una storia di incontri, di errori, di crescita. Quando Dunk ed Egg lasciano Ashford Meadow, non sembra una fine. Sembra l’inizio della loro vera leggenda.

Il sequel di Face Off incontra qualche ostacolo con l’addio del regista Adam Wingard

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Il progetto tanto atteso dai fan dell’action movie anni ’90 si trova ora in una fase di stallo. Adam Wingard ha lasciato la produzione del sequel di Face/Off (a quanto pare già nell’estate del 2025), dopo un accordo consensuale con la Paramount, lasciando il film senza un regista e con un posto aperto per chiunque voglia raccogliere il testimone.

Come riportato da Collider, la partenza di Wingard apre ora le porte ad altri cineasti, che potranno presentare la propria visione del seguito del cult movie diretto da John Woo nel 1997.

Una produzione travagliata fin dall’inizio

Il progetto ha una storia piuttosto lunga alle spalle. Il sequel fu annunciato per la prima volta nel 2019 come un reboot, con il produttore Neal Moritz e lo sceneggiatore Oren Uziel. Due anni dopo, nel 2021, Wingard entrò a far parte del progetto come co-sceneggiatore e regista, precisando che si sarebbe trattato di un sequel diretto e non di un remake.

Dopo quasi cinque anni di lavoro, però, l’accordo tra Wingard e la Paramount si è concluso, e il futuro della produzione è ora tutt’altro che certo.

La storia del film originale e l’entusiasmo di Nicolas Cage

Per chi non lo ricordasse, il film originale del 1997 racconta la storia dell’agente FBI Sean Archer (John Travolta), che si sottopone a una procedura sperimentale per assumere il volto del terrorista Castor Troy (Nicolas Cage) e sventare un attentato. Le cose prendono però una piega inaspettata quando Troy si sveglia prima del previsto, prende il volto di Archer, elimina tutti i testimoni e si appropria della sua identità.

Il film fu un grande successo commerciale, incassando oltre 245 milioni di dollari in tutto il mondo a fronte di un budget di 80 milioni, conquistando nel tempo lo status di cult classico.

Nonostante la fine apparente del personaggio nel primo film, Nicolas Cage ha più volte espresso il desiderio di tornare nei panni di Castor Troy. In una precedente intervista, l’attore aveva anche condiviso la sua idea per la trama del sequel: “Face/Off si presta a molti colpi di scena e imprevedibilità. Se si considera l’idea della prole, con i figli di Castor e Sean che crescono, diventa come una partita a scacchi tridimensionale. Non sarebbero solo John Travolta e io, ma quattro personaggi che si scontrano su livelli diversi, rendendo tutto ancora più complesso. Penso che ci sia molto terreno fertile.”

Con l’addio di Wingard, i fan non possono fare altro che attendere e sperare che un nuovo regista decida presto di raccogliere la sfida e dare finalmente vita al sequel di uno dei film d’azione più amati degli anni ’90.

A Knight of the Seven Kingdoms: è record di spettatori per lo spin-off di Game of Thrones

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Lo spin-off di HBO sta macinando numeri da record e si candida a diventare uno dei debutti più visti nella storia del network. A Knight of the Seven Kingdoms ha esordito il 18 gennaio e, episodio dopo episodio, continua a stupire con dati di visione sempre più impressionanti.

Stando a quanto riportato da Variety, i cinque episodi finora disponibili hanno totalizzato una media di quasi 13 milioni di spettatori americani ciascuno. L’ultimo episodio, intitolato “In nome della Madre”, ha raggiunto 9,2 milioni di spettatori cross-platform negli Stati Uniti in soli tre giorni. Cifre che proiettano la serie al terzo posto tra i debutti più seguiti nella storia di HBO.

Una serie amatissima sia dal pubblico che dalla critica

Non si tratta solo di numeri: A Knight of the Seven Kingdoms sta convincendo anche critica e fan. Su Rotten Tomatoes la serie ha ottenuto un 93% di gradimento dalla critica, diventando la serie del franchise di Game of Thrones meglio valutata in assoluto, superando sia Il Trono di Spade che House of the Dragon.

Con il finale di stagione previsto tra poche ore, è lecito aspettarsi un ulteriore picco di ascolti nelle prossime settimane.

A Knight of the Seven Kingdoms

La storia di Ser Duncan e Egg

La serie segue le avventure di Ser Duncan il Alto, interpretato da Peter Claffey (noto per Vikings: Valhalla), un cavaliere errante di Westeros che si ritrova a viaggiare insieme a uno scudiero di nome Egg, interpretato da Dexter Sol Ansell, già visto ne La ballata dell’uccello cantore e del serpente della saga di Hunger Games.

La storia è tratta dai romanzi Racconti di Dunk e Egg di George R. R. Martin ed è ambientata in un periodo compreso tra gli eventi di House of the Dragon (2022) e quelli de Il Trono di Spade (2011), colmando così un vuoto narrativo importante nell’universo di Westeros.

Dietro la macchina da presa troviamo Owen Harris (Kill Your Friends), che ha diretto i primi tre episodi, mentre Sarah Adina Smith (Birds of Paradise) ha preso le redini della seconda metà della stagione. Tra i produttori esecutivi figurano lo stesso Martin, Ira Parker e Ryan Condal, già protagonisti del successo di House of the Dragon.

Visto il successo straordinario, non sorprende che la serie sia già stata rinnovata per una seconda stagione, attesa per il 2027, che adatterà gli eventi del racconto La spada giurata, pubblicato nel 2003. Il viaggio di Dunk e Egg a Westeros, insomma, è appena cominciato.

Artemis 2: nuovo problema per il razzo della NASA, a rischio la finestra di lancio di marzo

Quando si parla di riportare l’uomo sulla Luna, ogni dettaglio conta e, purtroppo per la NASA, un nuovo imprevisto tecnico potrebbe rallentare il viaggio di Artemis 2, la missione che segnerà il ritorno degli astronauti oltre l’orbita terrestre per la prima volta dall’era Apollo.

Sabato 21 febbraio, l’agenzia spaziale statunitense ha annunciato di aver riscontrato un problema allo Space Launch System (SLS), il gigantesco razzo attualmente posizionato sulla Launch Pad 39B del Kennedy Space Center, in Florida.

Il guasto? Un’interruzione nel flusso di elio nello stadio superiore del razzo. Una questione tecnica che potrebbe costringere la NASA a riportare l’intero stack SLS-Orion nel Vehicle Assembly Building (VAB) per ulteriori verifiche e riparazioni.

La finestra di lancio di marzo è seriamente a rischio

L’amministratore NASA Jared Isaacman è stato diretto: “Questo intoppo quasi certamente avrà un impatto sulla finestra di lancio di marzo.”

Purtroppo, non si tratta di una finestra ampia. Le date disponibili andavano dal 6 al 9 marzo, con un’ulteriore opportunità l’11 marzo. Se Artemis 2 non riuscirà a partire in quei giorni, la prossima finestra utile scatterà il mese successivo, più precisamente tra il 1° e il 6 aprile, e poi il 30 aprile.

La NASA ha spiegato che un eventuale rollback al VAB renderebbe impossibile rispettare la finestra di marzo. Tuttavia, l’agenzia sta lavorando per cercare di salvare almeno quella di aprile, a seconda dell’esito delle analisi e dei tempi di intervento.

Una brutta sorpresa dopo segnali incoraggianti

La notizia arriva quasi come un fulmine a ciel sereno. Solo il giorno prima, infatti, la NASA aveva annunciato ufficialmente il 6 marzo come data obiettivo per il lancio, dopo aver completato con successo la seconda Wet Dress Rehearsal (WDR), la simulazione completa delle operazioni di rifornimento e preparazione al decollo.

Il test si era concluso con il rifornimento corretto di entrambi gli stadi del razzo. Un traguardo importante, soprattutto considerando che la prima WDR era stata interrotta il 2 febbraio a causa di una perdita di idrogeno liquido (LH2).

Le perdite di LH2 avevano già tormentato Artemis 1 nel 2022, causando diversi rinvii prima del lancio della missione senza equipaggio. Stavolta sembrava che il problema fosse sotto controllo, almeno fino a questo nuovo intoppo legato all’elio.

team artemis NASA

Perché Artemis 2 è così importante?

Artemis 2 non è una missione qualunque. Sarà il primo volo con equipaggio oltre l’orbita terrestre bassa dai tempi dell’Apollo, con tre astronauti NASA e un astronauta canadese a bordo della capsula Orion per una missione di circa 10 giorni attorno alla Luna.

Parliamo del passo fondamentale prima del ritorno dell’uomo sulla superficie lunare con Artemis 3.

Ogni ritardo pesa come un macigno, questo è ovvio, ma nelle missioni spaziali umane la priorità resta sempre una sola: sicurezza assoluta.

navicella Orion missione artemis I

La strada verso la Luna non è mai stata semplice

Dall’Apollo in poi, ogni programma lunare ha dovuto fare i conti con problemi tecnici, revisioni, test infiniti e imprevisti dell’ultimo minuto e le missioni Artemis non fanno eccezione.

Se servirà riportare il razzo nel VAB per sistemare il problema, meglio farlo ora che rischiare durante la missione. La corsa alla Luna è una maratona, non uno sprint.

Ma una cosa è certa: quando Artemis 2 finalmente partirà, sarà un momento storico.

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Scrubs: trailer italiano e data di uscita della nuova stagione revival

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Il Sacro Cuore riapre le porte e non si tratta di uno dei sogni a occhi aperti di J.D.

Disney+ ha pubblicato il trailer italiano del revival di Scrubs, prima stagione pronta a debuttare il 25 marzo sulla piattaforma di streaming.

La serie cult che ha segnato un’intera generazione di spettatori (e molto probabilmente ispirato una nuova generazione di medici e infermieri) torna ai giorni nostri, mescolando nostalgia, nuove dinamiche ospedaliere e quell’equilibrio perfetto tra risate e lacrimoni che l’ha resa immortale.

J.D. e Turk di nuovo insieme: la medicina è cambiata, l’amicizia no

Il fulcro del revival è semplice e potentissimo: J.D. e Turk di nuovo fianco a fianco con le loro gag.

Sono passati anni, la medicina è evoluta, gli specializzandi sono più digitali che mai, ma il legame tra John Dorian e Christopher Turk è rimasto quello di sempre e basta questo per far aumentare l’hype a ritmi tachicardici.

Tra vecchi corridoi e nuove facce, il Sacro Cuore torna a essere il palcoscenico perfetto per gag surreali, monologhi interiori al limite del delirio e momenti emotivi capaci di colpire dritto allo stomaco.

Il cast originale torna in corsia

Il revival riporta in scena i protagonisti che hanno fatto la storia dei Scrubs: Zach Braff torna a indossare il camice di John “J.D.” Dorian; Donald Faison riprende il ruolo di Christopher Turk; Sarah Chalke è ancora Elliot Reid, Judy Reyes torna nei panni di Carla e John C. McGinley sarà ancora l’iconico Dr. Perry Cox.

Accanto ai volti storici di Scrubs arriva una nuova generazione di specializzandi, pronta a confrontarsi con una professione che oggi è ancora più complessa, competitiva e piena di pressioni.

scrubs 2026 JD Elliot Turk

Le guest star e il team creativo del revival

Il revival può contare su un ricco parterre di guest star: Vanessa Bayer, Joel Kim Booster, Ava Bunn, Jacob Dudman, David Gridley, Phill Lewis, Robert Maschio, X Mayo, Layla Mohammadi, Amanda Morrow e Michael James Scott.

Dietro le quinte torna Bill Lawrence, creatore della serie originale che figura come produttore esecutivo insieme a Jeff Ingold e Liza Katzer per Doozer Productions.

Zach Braff, Donald Faison e Sarah Chalke sono anch’essi coinvolti come produttori esecutivi, mentre Aseem Batra ricopre il ruolo di showrunner ed executive producer, con Randall Winston che completa il team produttivo.

La serie è prodotta da 20th Television, parte di Disney Television Studios.

Il nuovo Scrubs punta su cuore e ironia

Composto da episodi di 30 minuti, il nuovo Scrubs sembra voler recuperare la formula che ha fatto la fortuna della serie: comicità surreale, dialoghi brillanti e una sorprendente profondità emotiva.

Il trailer promette un mix di vecchie dinamiche e nuove tensioni, con il Sacro Cuore pronto a raccontare ancora una volta cosa significa crescere, sbagliare, amare e trovare il proprio posto nel mondo.