Dom 25 Gennaio, 2026
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E se Cloudflare lasciasse davvero l’Italia? Uno scenario tutt’altro che fantascientifico

L’idea che uno dei pilastri dell’infrastruttura di Internet possa abbandonare un intero Paese europeo sembra assurda. Eppure, dopo lo scontro frontale tra Cloudflare e Agcom sul funzionamento di Piracy Shield, questa ipotesi non è più solo teoria da addetti ai lavori.

La sanzione da 14 milioni di euro inflitta dall’authority italiana e le successive dichiarazioni pubbliche del CEO Matthew Prince hanno aperto un vaso di Pandora: cosa succederebbe davvero se Cloudflare decidesse di fare le valigie e spegnere i server italiani?

Spoiler: non sarebbe un problema “solo per Cloudflare”.

Perché questo scontro è diverso da tutti gli altri

Non siamo davanti al classico contenzioso. Qui il punto è più profondo: il ruolo stesso delle infrastrutture globali di Internet e i limiti dell’intervento nazionale.

Prince ha parlato apertamente di:

  • ritiro dei servizi gratuiti di sicurezza informatica;
  • stop al supporto cyber per eventi critici come Milano-Cortina;
  • chiusura dei data center italiani;
  • cancellazione di investimenti e uffici futuri;

Tradotto: un disimpegno strutturale, non simbolico.

Ed è qui che il problema smette di essere politico e diventa sistemico.

Che cosa fa davvero Cloudflare (e perché è ovunque)

Cloudflare non è “un sito”, né un semplice fornitore di servizi. È una Content Delivery Network (CDN), cioè una rete globale di server che rende Internet più veloce, più stabile, più sicura.

Ogni volta che un sito si carica in pochi istanti, che un servizio regge milioni di accessi simultanei o che un attacco informatico viene bloccato prima di fare danni, molto spesso c’è di mezzo una CDN.

Cloudflare opera in oltre 125 Paesi, è interconnessa con migliaia di reti e viene usata da decine di milioni di siti, inclusi colossi come piattaforme social, servizi di streaming, fintech e strumenti di lavoro quotidiano.

In Italia, la sua presenza fisica passa da data center strategici a Milano, Roma e Palermo, integrati direttamente con diversi provider nazionali.

Toglierli di mezzo non significa “spostare un server”: significa allungare i percorsi dei dati, aumentare la latenza e ridurre la resilienza della rete.

Il vero nervo scoperto: la sicurezza informatica

C’è un motivo se Prince insiste sul tema cyber security. Cloudflare è uno dei principali scudi globali contro gli attacchi DDoS, oggi tra le armi preferite di gruppi criminali e attori statali.

In Italia il problema è tutt’altro che teorico:

  • oltre la metà degli incidenti di sicurezza recenti riguarda attacchi DDoS;
  • il nostro Paese è statisticamente più colpito della media globale;

Le CDN moderne non servono solo a “far caricare prima i siti”, ma ad assorbire e deviare traffico malevolo prima che colpisca aziende, ospedali, media e infrastrutture pubbliche.

Perdere uno dei principali attori in questo campo significa alzare il livello di rischio, non abbassarlo.

“Se Cloudflare abbandona l’Italia arriverà qualcun altro”: davvero?

In teoria sì. In pratica, no.

Il problema non è Cloudflare in sé, ma il precedente. Se un operatore globale viene obbligato a intervenire su contenuti a livello planetario per rispettare un sistema nazionale che genera blocchi errati
colpisce servizi legittimi ed espone a sanzioni milionarie, perché mai un altro fornitore dovrebbe correre lo stesso rischio?

Il messaggio che passa è semplice e devastante: operare in Italia è imprevedibile.

Una vittoria contro la pirateria, una sconfitta per Internet?

La lotta alla pirateria è un obiettivo legittimo. Ma quando gli strumenti scelti finiscono per indebolire l’infrastruttura digitale, il conto arriva comunque.

Un Internet più lento, meno sicuro e meno attrattivo per gli investimenti non è una punizione per le Big Tech: è un problema per aziende, cittadini e pubbliche amministrazioni.

La vera domanda, a questo punto, non è se Cloudflare bluffi o meno. La domanda è: ne vale davvero la pena?

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Non solo selfie “ghiblizzati”: dal Giappone il video anime che omaggia la visita di Giorgia Meloni

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Sì, è successo davvero: in Giappone hanno realizzato un video in stile anime dedicato alla visita ufficiale di Giorgia Meloni, filmato con tanto di accompagnamento musicale. Un omaggio che non passa inosservato, soprattutto per chi conosce quanto il linguaggio simbolico e culturale conti, nel Paese del Sol Levante, almeno quanto quello politico.

Ma il vero dettaglio che ha colpito pubblico e commentatori giapponesi non è stato tanto lo stile del video quanto una singola parola pronunciata dalla premier italiana: ganbaru.

Ganbaru: una parola semplice, con un significato molto profondo

Ganbaru è uno di quei termini giapponesi che non si lasciano tradurre davvero. Letteralmente può significare “resistere”, “impegnarsi”, “tenere duro”, ma fermarsi a questo è riduttivo.

Nel contesto culturale giapponese, ganbaru rappresenta:

  • la perseveranza morale;
  • la capacità di andare avanti senza lamentarsi;
  • il rispetto per il proprio dovere, anche quando è faticoso;
  • la dignità nello sforzo, indipendentemente dal risultato;

Non parla di successo immediato. Non promette vittorie. Parla di disciplina, responsabilità e coerenza.

Quando in Giappone si dice Ganbatte! (頑張って), non si sta dicendo “forza, vincerai”, ma qualcosa di molto più profondo: “So che è difficile. Continua. È il tuo impegno che conta.”

Perché in Giappone sono rimasti colpiti (almeno così sembra)

Il punto chiave è questo: ganbaru non è uno slogan motivazionale, ma un principio culturale. Usarlo nel modo corretto – e soprattutto nel contesto giusto – segnala una conoscenza reale, non superficiale, del Paese che ti ospita.

Quando qualcuno che non è giapponese pronuncia ganbaru: dimostra rispetto autentico per la cultura nipponica; comunica valori condivisi come costanza, affidabilità e sacrificio; manda un messaggio di credibilità, non di spettacolo.

Ed è qui che il gesto diventa politico, ma nel senso più sottile e potente del termine: non propaganda (speriamo), bensì connessione culturale.

Un dettaglio studiato, non casuale

In Giappone nulla è davvero “detto per caso”, soprattutto in ambito istituzionale. Il fatto che quella parola sia stata notata, apprezzata e poi trasformata in un racconto visivo in stile anime dice molto su come sia stata percepita la visita.

Non come una passerella diplomatica, ma come un momento di sintonizzazione valoriale.

Ed è probabilmente per questo che quel video funziona: non celebra una persona, ma un concetto. La perseveranza. Il “tenere duro”. Il ganbaru, appunto.

Kathleen Kennedy non rimpiange Indiana Jones e il quadrante del destino e crede che Indy non finirà mai

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Nonostante Indiana Jones e il quadrante del destino non sia riuscito a diventare il grande trionfo che Lucasfilm sperava, Kathleen Kennedy non mostra alcun ripensamento sulla scelta di realizzare il film. La presidente uscente dello studio ha ribadito di non avere rimpianti per aver riportato Indiana Jones sul grande schermo e, soprattutto, di non credere affatto che l’iconico archeologo con cappello e frusta sia arrivato davvero alla fine del suo viaggio.

Parlando con Deadline, Kennedy ha affrontato senza giri di parole la ricezione del film e i risultati al botteghino, inferiori alle aspettative e sotto i 400 milioni di dollari a livello globale. Secondo la produttrice, però, la decisione di realizzare Il quadrante del destino non è mai stata guidata dai numeri, ma da una motivazione molto più personale.

La scelta di realizzare Indiana Jones e il quadrante è stata fatta per Harrison Ford

La Kennedy ha spiegato che il vero motore del progetto è stato Harrison Ford. L’attore desiderava fortemente tornare a vestire i panni di Indiana Jones per un’ultima avventura e non voleva che il personaggio si congedasse definitivamente con Il regno del teschio di cristallo.

Secondo Kennedy, offrire a Ford questa possibilità era la cosa giusta da fare, indipendentemente dall’esito commerciale. Il quarto capitolo della saga, uscito nel 2008, è stato a lungo considerato il punto più debole di una serie leggendaria. Il quadrante del destino non ha completamente ribaltato questa percezione per tutti gli spettatori, ma ha rappresentato comunque un atto di rispetto verso l’attore e verso il personaggio che ha interpretato per decenni.

In quest’ottica, il film non è stato pensato come un’operazione nostalgica fine a se stessa, ma come un’occasione per dare a Indiana Jones una chiusura più sentita dal suo interprete storico.

Indiana Jones oltre il box office

Quando si parla del futuro del personaggio, Kennedy evita promesse definitive o smentite categoriche. La sua visione è più ampia e guarda oltre i singoli cicli cinematografici. Per lei, Indiana Jones è un’icona senza tempo, destinata a sopravvivere a qualsiasi fase industriale o risultato economico.

Secondo la produttrice, al momento non ci sarebbe un interesse concreto nel tornare subito a esplorare nuove storie cinematografiche di Indy, ma questo non significa che il personaggio sia destinato a sparire. Anzi, Kennedy è convinta che Indiana Jones non sarà mai davvero “finito”, perché appartiene a una dimensione mitica del cinema, capace di riemergere quando le condizioni creative lo permetteranno.

Un altro elemento chiave è il fatto che il nucleo creativo originale è ancora presente. Kathleen Kennedy ha ricordato come Steven Spielberg, Frank Marshall, George Lucas e lo stesso Harrison Ford siano ancora coinvolti e in grado di decidere se e quando riportare Indiana Jones in una nuova avventura.

Un’eredità che continua a vivere

Indiana Jones è entrato nella storia del cinema con I predatori dell’arca perduta, dando vita a una delle saghe più amate di sempre. I successivi Il tempio maledetto e L’ultima crociata hanno consolidato il personaggio come uno degli eroi più riconoscibili e duraturi del grande schermo.

Anche nei momenti meno fortunati, Indy non è mai scomparso davvero. Negli anni Novanta ha trovato spazio in televisione con Le avventure del giovane Indiana Jones, mentre di recente il personaggio è tornato a nuova vita nel mondo dei videogiochi con Indiana Jones e l’antico Cerchio, dimostrando che l’interesse del pubblico è ancora vivo, anche al di fuori del cinema.

Le parole di Kathleen Kennedy lasciano quindi intendere che Il quadrante del destino non rappresenterà una chiusura definitiva. Che sia sul grande schermo, su una console o in una forma ancora inaspettata, l’avventura di Indiana Jones sembra destinata a continuare, prima o poi, seguendo strade diverse ma fedeli allo spirito originale del personaggio.

Red Dead Redemption: Xbox finalmente rimborsa i giocatori dopo il caos dell’upgrade

Dopo mesi di confusione e polemiche, i giocatori Xbox di Red Dead Redemption stanno finalmente ricevendo i rimborsi promessi.

Una storia che parte da un upgrade discutibile e finisce (forse) con Xbox che si prende le sue responsabilità.

Un upgrade che nessuno aveva davvero chiesto

Da tempo si vocifera che Rockstar Games stia lavorando a una vera versione current-gen di Red Dead Redemption 2, capace di portare console Xbox Series X|S e PS5 allo stesso livello della versione PC.

Proprio per questo, l’annuncio improvviso di un upgrade per il primo Red Dead Redemption, arrivato a novembre dello scorso anno, ha lasciato parecchi fan perplessi.

Un aggiornamento percepito da molti come superfluo, ma che ha fatto infuriare davvero l’utenza Xbox.

Il problema su Xbox Series X

Rockstar aveva promesso che l’upgrade sarebbe stato gratuito per chi possedeva già una copia digitale del gioco. Peccato che, su Xbox Series X, per moltissimi utenti questo non sia successo.

Risultato?

Giocatori costretti a pagare di nuovo l’upgrade, mentre Rockstar e Xbox iniziavano un classico scaricabarile, rimpallandosi la colpa del problema senza una soluzione concreta.

Se avete pagato l’upgrade, potreste avere un rimborso in arrivo

A distanza di quasi due mesi, qualcosa finalmente si è mosso.

Come segnalato da RockstarINTEL, l’utente Reddit SaucyChief ha condiviso un messaggio ricevuto direttamente dall’assistenza Xbox.

Nel messaggio si legge chiaramente: “Red Dead Redemption era pensato per essere gratuito per chi aveva già acquistato una copia digitale del gioco.”

Subito dopo, arriva la conferma che il rimborso per l’upgrade è stato emesso.

Nice Gesture from Xbox!
byu/SaucyChief inxbox

Di chi era davvero la colpa?

Il dettaglio più interessante è che il rimborso arriva direttamente da Xbox, non da Rockstar.

Un elemento che sembra chiudere definitivamente la questione: il problema non era dovuto a Rockstar, ma legato alla gestione dell’upgrade sullo store Xbox.

Una conclusione che molti sospettavano già da tempo, ma che ora trova finalmente una conferma ufficiale.

Fine della storia (forse)

Vale dunque la pena controllare email e notifiche dell’account Microsoft nel caso abbiate pagato l’upgrade di Red Dead Redemption su Xbox Series X nonostante il gioco fosse già vostro. Potreste trovare una bella sorpresa ad attendervi.

Certo, resta l’amaro in bocca per una gestione poco chiara e per un upgrade che, onestamente, pochi sentivano come necessario. Ma almeno, questa volta, il far west digitale sembra aver trovato un minimo di giustizia.

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ASUS TUF Gaming BE9400: arriva il router WiFi 7 pensato per chi gioca sul serio

ASUS espande la famiglia TUF Gaming con un nuovo alleato per chi pretende prestazioni solide, latenza minima e stabilità assoluta: si chiama TUF Gaming BE9400 ed è un router Tri-Band WiFi 7 progettato per affrontare senza paura gaming online, streaming ad alta risoluzione e case sempre più piene di dispositivi connessi.

Dietro al classico design robusto TUF si nasconde una piattaforma di nuova generazione capace di raggiungere velocità complessive fino a 9400 Mbps, con una gestione intelligente del traffico che strizza l’occhio soprattutto ai gamer.

WiFi 7 tri-band: più banda, meno lag

Il vero punto di forza del TUF Gaming BE9400 è il supporto completo allo standard WiFi 7, con Multi-Link Operation (MLO) attivo sulle bande 2,4 GHz, 5 GHz e 6 GHz. In pratica, il router può usare più bande contemporaneamente (o passare da una all’altra in modo dinamico) per ridurre la latenza e aumentare la stabilità della connessione.

Il risultato è una copertura che arriva fino a 230 metri quadrati, ideale per abitazioni moderne, setup gaming complessi, streaming 4K e smart home affollate di dispositivi IoT. A completare il quadro troviamo canali ultra-ampi da 320 MHz e modulazione 4096-QAM, che permettono di spremere ogni singolo megabit disponibile.

Una porta dedicata al gaming

ASUS sa bene che, per un gamer, non tutte le porte sono uguali. Ecco perché il BE9400 integra quattro porte LAN da 2,5G e una porta WAN 2,5G, con una LAN ottimizzata specificamente per il gaming online.

Tra le funzioni pensate per chi gioca troviamo:

  • Gaming Port dedicata, per dare priorità automatica al traffico di gioco;
  • OpenNAT, per aprire le porte in pochi click e dire addio ai problemi di matchmaking;
  • Mobile Game Mode, attivabile con un tocco dall’app;
  • supporto al tethering USB 4G/5G, utile come backup di emergenza.

Che si tratti di una partita classificata, di uno streaming o di un download pesante in background, il router gestisce il traffico senza colli di bottiglia.

 

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Smart home, sicurezza, VPN, robustezza e affidabilità

Il TUF Gaming BE9400 non è solo muscoli e velocità. Grazie all’app ASUS Router, la gestione della rete è semplice anche per chi non vuole perdersi nei menu avanzati. Con Smart Home Master è possibile creare fino a tre SSID separati per dispositivi IoT, bambini, VPN o reti MLO.

Sul fronte sicurezza, ASUS punta su:

  • AiProtection con protezione in tempo reale;
  • Safe Browsing di livello commerciale;
  • Supporto fino a 30 client VPN con protocolli come WireGuard, OpenVPN e IPSec.

Il tutto è compatibile con AiMesh WiFi 7, per espandere la rete in modo modulare e senza interruzioni, mantenendo le prestazioni elevate in ogni angolo della casa.

Come ogni prodotto della linea TUF, anche il BE9400 è costruito per durare. Materiali robusti, firmware aggiornabile e una filosofia orientata alla stabilità fanno di questo router una scelta pensata per accompagnare il setup gaming per anni, non solo per la prossima stagione competitiva.

 

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Disponibilità e prezzo

Il TUF Gaming BE9400 è disponibile sull’eShop ASUS Italia, presso gli ASUS Gold Store, i rivenditori Powered by ASUS e i principali partner commerciali, al prezzo consigliato di 195 euro.

Una cifra interessante per chi vuole fare il salto al WiFi 7 senza rinunciare a funzioni pensate specificamente per il gaming.

Wolfenstein 3 sarebbe in sviluppo da MachineGames dopo Indiana Jones e l’Antico Cerchio

Dopo aver chiuso i lavori su Indiana Jones e l’Antico Cerchio, sembra proprio che MachineGames sia pronta a tornare a uno dei suoi franchise più iconici. Secondo nuove indiscrezioni, lo studio svedese avrebbe infatti avviato lo sviluppo di Wolfenstein 3, nuovo capitolo principale della celebre saga sparatutto.

Al momento non c’è ancora un annuncio ufficiale, ma le voci arrivano da fonti piuttosto affidabili e stanno già facendo eccitare non poco il fandom affezionato a B.J. Blazkowicz.

Wolfenstein 3: cosa sappiamo finora

A lanciare la notizia è stata Windows Central, secondo cui il prossimo Wolfenstein sarebbe ufficialmente in lavorazione. Poco dopo, anche Kotaku ha confermato l’informazione citando fonti interne vicine al progetto.

Nessuno dei due siti ha condiviso dettagli concreti su trama o gameplay, ma un punto sembra chiaro: MachineGames sarebbe nuovamente al comando dello sviluppo, una notizia che da sola basta a riaccendere l’hype.

Se confermato, si tratterebbe del primo vero passo avanti per la serie dopo Wolfenstein: Youngblood del 2019.

Ritorno alle origini o sguardo al futuro?

Wolfenstein: Youngblood era uno spin-off canonico ambientato circa vent’anni dopo The New Colossus, con protagoniste le figlie gemelle di Blazkowicz alla ricerca del padre scomparso. Un’idea interessante, ma che ha diviso parecchio la community, soprattutto se paragonata all’accoglienza entusiastica riservata a The New Order e The New Colossus.

Il finale di Youngblood, inoltre, aveva lasciato aperta una prospettiva decisamente intrigante, accennando all’ascesa di un Quarto Reich.

Ed è qui che nasce il grande interrogativo su Wolfenstein 3: continuità o reboot narrativo?

Il nuovo capitolo proseguirà quella linea temporale, esplorando le conseguenze del finale di Youngblood? Oppure MachineGames deciderà di riportarci indietro, rimettendo al centro B.J. Blazkowicz e la sua guerra contro i nazisti in una fase precedente?

Per ora non ci sono risposte, ma entrambe le opzioni hanno un enorme potenziale narrativo.

Wolfenstein 2

Un franchise che si risveglia

Il tempismo di queste voci non è casuale. Lo scorso anno è stata annunciata anche una serie TV di Wolfenstein per Amazon Prime Video dagli stessi produttori di Fallout, segno che Bethesda sta tornando a investire seriamente nel brand su più fronti.

Tuttavia, è bene ribadirlo: Bethesda non ha ancora confermato ufficialmente Wolfenstein 3, quindi finché non arriverà un reveal vero e proprio, siamo nel territorio delle indiscrezioni.

E Indiana Jones?

Seppur eccitante, questa notizia, però, porta con sé anche una piccola delusione: se MachineGames è davvero concentrata su Wolfenstein, un seguito di Indiana Jones e l’Antico Cerchio non sembra destinato ad arrivare a breve. Un peccato per chi sperava in un annuncio rapido, ma forse un sacrificio necessario per rivedere in azione uno degli FPS più amati degli ultimi anni.

Per chi aspetta da tempo di scoprire il futuro della saga, questo è comunque il segnale più incoraggiante degli ultimi anni. Ora non resta che attendere la conferma ufficiale… e prepararsi a tornare a combattere.

ASUS ROG alza l’asticella: arrivano i monitor Tandem OLED Swift PG27AQWP-W e Strix OLED XG27AQWMG

ASUS Republic of Gamers rilancia la sfida nel mondo dei monitor gaming OLED con due nuovi modelli pronti a farsi desiderare: ROG Swift OLED PG27AQWP-W e ROG Strix OLED XG27AQWMG. Due display da 27 pollici, risoluzione 1440p e tecnologia Tandem OLED, pensati per chi pretende il massimo in termini di fluidità, contrasto e qualità dell’immagine.

Non è solo un aggiornamento di gamma: ASUS punta a consolidare il suo ruolo di riferimento assoluto nel settore dei monitor OLED gaming, forte anche dei numeri che la vedono oggi leader mondiale per quota di mercato.

Tandem OLED: più luce, più colore, più durata

Il cuore di entrambi i monitor gaming è la nuova tecnologia Tandem OLED, che promette pannelli più luminosi, un volume colore più ampio e una maggiore longevità rispetto ai precedenti WOLED. A questo si aggiunge il rivestimento TrueBlack Glossy, pensato per esaltare la profondità dei neri e la nitidezza delle immagini in qualsiasi ambiente.

Il risultato? Contrasto praticamente infinito, certificazione VESA DisplayHDR 500 True Black e copertura DCI-P3 al 99,5%, con colori a 10 bit reali e una fedeltà cromatica che li rende interessanti non solo per il gaming competitivo, ma anche per creator e professionisti dell’immagine.

ROG Swift PG27AQWP-W: il monitor OLED più veloce mai visto

Qui ASUS decide di non usare mezzi termini. Il ROG Swift OLED PG27AQWP-W si presenta come il monitor OLED più veloce al mondo, grazie a una frequenza di aggiornamento nativa di 540 Hz e a un tempo di risposta di 0,02 ms.

Non solo: con un semplice tasto è possibile passare da una modalità QHD a 540 Hz a una 720p a 720 Hz, pensata per chi gioca titoli competitivi dove ogni frame può fare la differenza. La tecnologia Tandem WOLED porta con sé anche un aumento della luminosità di picco, un miglioramento del volume colore e una maggiore resistenza nel tempo del pannello.

Sul fronte connessioni non manca nulla: DisplayPort 2.1a UHBR20, HDMI 2.1 e persino un attacco per treppiede, utile per streamer e content creator. Il design, con finitura argento e pannello posteriore semitrasparente, strizza l’occhio a setup eleganti e minimal.

 

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ROG Strix OLED XG27AQWMG: fluidità e qualità per ogni scenario

Il ROG Strix OLED XG27AQWMG è la proposta più “equilibrata”, ma tutt’altro che timida. Offre una frequenza di aggiornamento di 280 Hz, un tempo di risposta di 0,03 ms e un nuovo supporto compatto, più piccolo del 30% rispetto ai precedenti modelli Strix da 27″.

Anche qui troviamo Tandem OLED, DisplayHDR 500 True Black e una resa cromatica di alto livello, rendendolo ideale sia per il gaming ad alto frame rate sia per il lavoro creativo. La connettività include DisplayPort 1.4 (DSC), HDMI 2.1, hub USB e supporto per treppiede.

 

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Protezione OLED intelligente con Neo Proximity

Entrambi i modelli integrano la suite ASUS OLED Care Pro, che sfrutta il sensore Neo Proximity per rilevare la presenza dell’utente. Quando ci si allontana, il monitor oscura automaticamente lo schermo per ridurre il rischio di burn-in, ripristinando l’immagine al ritorno davanti al display. Una soluzione intelligente, personalizzabile e pensata per allungare la vita del pannello senza interventi manuali.

Disponibilità e prezzi

I nuovi ROG Swift OLED PG27AQWP-W e ROG Strix OLED XG27AQWMG arriveranno nella seconda metà di gennaio sull’eShop ASUS Italia, presso gli ASUS Gold Store e i principali rivenditori autorizzati.

I prezzi consigliati sono:

  • 1.099 € per ROG Swift OLED PG27AQWP-W;
  • 599 € per ROG Strix OLED XG27AQWMG

Due proposte diverse, ma con un messaggio chiaro: ASUS non vuole semplicemente partecipare alla corsa OLED, vuole guidarla.

Recommendation from Mr. Iwamoto: un trailer annuncia l’adattamento anime del nuovo manga soprannaturale di Hiroshi Shiibashi

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Ottime notizie per gli amanti del soprannaturale e degli anime dal sapore storico: Recommendation from Mr. Iwamoto (Iwamoto-senpai no Suisen), il manga firmato da Hiroshi Shiibashi, avrà un adattamento anime per la TV.

L’annuncio è arrivato direttamente da Hakuhodo DY Music & Pictures, accompagnato da un trailer un’illustrazione celebrativa realizzata dallo stesso autore.

Per chi conosce Shiibashi soprattutto per Nura: Rise of the Yokai Clan, il ritorno a un immaginario intriso di mistero e folklore è una di quegli annunci che fanno notizia.

Uno staff importante per l’anime

L’anime sarà prodotto da Studio DEEN (Patlabor, Ranma ½, The Seven Deadly Sins – Nanatsu no taizai: Wrath of the Gods), con un team creativa di tutto rispetto: alla regia troviamo Toshifumi Kawase (Tenjho Tenge, Shion no Oh, Yakuza Fiancé: Raise wa Tanin ga Ii), mentre Keiichirō Ōchi (The Quintessential Quintuplets, Girlfriend, Girlfriend) si occuperà della composizione della serie.

Atsuko Nakajima (Hakuoki, Komi Can’t Communicate, Cara dolce Kyoko, Lamù) è accreditata al character design, Takuya Hiramitsu (The Prince of Tennis, Yu-Gi-Oh! 5D’s) è il direttore del suono con la colonna sonora realizzata da Yoshiaki Dewa (Hell’s Paradise, Call of the Night) e Tōru Ishitsuka (Fate/Grand Order: First Order).

Di cosa parla Recommendation from Mr. Iwamoto?

La storia è ambientata nel Giappone degli anni 1910, in un periodo in cui modernità e occulto convivono in modo inquietante.

Il protagonista è Kodō Iwamoto, studente del terzo anno della Seihō Middle School, un istituto sotto il diretto controllo dell’esercito e dedicato allo studio dei fenomeni soprannaturali, con l’obiettivo di sfruttarli a fini militari.

Su ordine dei vertici militari, Iwamoto viaggia per il Paese per investigare eventi inspiegabili. In una cittadina in cui si dice cada una misteriosa “neve nera”, incontra un ragazzo convinto che i suoi poteri siano una malattia.

Iwamoto gli insegna a controllarli e gli offre una lettera di raccomandazione per entrare alla Seihō Middle School.

Da qui prende forma una serie di incontri con eventi sempre più strani, tra atmosfere sospese, folklore e inquietudine psicologica, marchio di fabbrica dell’autore.

Dal manga all’anime: il percorso dell’opera

Shiibashi ha lanciato Iwamoto-senpai no Suisen su Ultra Jump nel febbraio 2021, dopo un one-shot pubblicato su Shonen Jump+ nel 2020.

Il manga è arrivato rapidamente a conquistare il pubblico, tanto che Shueisha pubblicherà il 13° volume il 19 gennaio.

Per Shiibashi si tratta dell’ennesimo adattamento animato dopo il successo di Nurarihyon no Mago, serializzato dal 2008 al 2012 e già portato sul piccolo schermo con due stagioni anime.

Un ritorno alle origini del soprannaturale

Con Recommendation from Mr. Iwamoto, Hiroshi Shiibashi sembra tornare alle radici del suo immaginario: spiriti, poteri nascosti e un Giappone storico carico di tensione.

Se l’anime riuscirà a catturare le atmosfere del manga, potremmo trovarci davanti a una delle sorprese più intriganti del panorama anime dei prossimi anni.

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Annunciati i primi set LEGO Pokémon

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Dopo anni di rumor, sogni degli appassionati e custom più o meno riuscite, LEGO e The Pokémon Company hanno finalmente unito le forze svelando i primi set LEGO Pokémon ufficiali.

Il debutto è fissato per il prossimo 27 febbraio, una data tutt’altro che casuale visto che rientra nelle celebrazioni per il 30º anniversario del franchise dei mostriciattoli tascabili.

Gotta Build ‘Em All

Inizialmente arriveranno tre set principali, un trittico pensato sia per i fan storici che per i collezionisti più esigenti: si va da Eevee, compatto e adorabile, fino a un mastodontico set con Venusaur, Charizard e Blastoise che promette di dominare qualsiasi scaffale… e svuotare qualche portafoglio.

LEGO Pokémon Pikachu e Poké Ball

Qui si entra nel territorio dei set da esposizione “seri”.

Questo set da 2050 pezzi ricrea una delle immagini più iconiche dell’intero franchise: Pikachu che salta fuori dalla Poké Ball, circondato da scariche elettriche. La base nera a forma di fulmine nasconde anche qualche chicca per i fan più attenti, come il numero 25, riferimento diretto al Pokédex.

Un set pensato chiaramente per chi vuole qualcosa di scenografico… e decisamente vistoso.

  • Prezzo: 199,99 euro
  • Pezzi: 2050
  • Dimensioni: circa 34 cm di altezza
  • Disponibile dal: 27 febbraio
  • Preorder: dal 12 gennaio

LEGO Pokémon Eevee

Eevee arriva in versione LEGO con 587 pezzi, un design super espressivo e diverse parti snodabili: testa, coda e arti possono essere posizionati per ricreare pose dinamiche o più “da vetrina”.
Grazie all’app Build Together, è anche un set pensato per essere costruito in compagnia.

  • Prezzo: 59,99 euro
  • Pezzi: 587
  • Dimensioni: circa 19 cm di altezza
  • Disponibile dal: 27 febbraio
  • Preorder: dal 12 gennaio

LEGO Pokémon Venusaur, Charizard e Blastoise

Il colosso. Il set che fa tremare le mensole.

Con i suoi 6838 pezzi, questo è uno dei set da esposizione più grandi mai realizzati da LEGO. Include le evoluzioni finali dei tre starter di Kanto, ognuna con snodi dedicati e un livello di fedeltà al design originale davvero impressionante.

I tre Pokémon possono essere esposti separatamente o insieme su una base scenografica che richiama i rispettivi biomi e nasconde vari easter egg. È il classico set che non compri “tanto per”, ma per celebrare qualcosa.

  • Prezzo: 649,99 euro
  • Pezzi: 6838
  • Dimensioni: circa 51 cm di altezza
  • Disponibile dal: 27 febbraio
  • Preorder: dal 12 gennaio

Un bonus per i fan di Kanto

C’è anche un incentivo niente male per chi non sa resistere alla nostalgia: acquistando il set Venusaur, Charizard e Blastoise tra il 27 febbraio e il 3 marzo, si riceverà in omaggio la LEGO Pokémon Kanto Region Badge Collection.

Attenzione però: il regalo è valido solo per gli acquisti effettuati sul sito ufficiale LEGO o nei LEGO Store fisici.

Addio New World: fine dei giochi per l’MMO di Amazon

Quello che un tempo era uno degli MMO più giocati e discussi di sempre si prepara a uscire definitivamente di scena. Amazon Game Studios ha annunciato che New World verrà chiuso ufficialmente il 31 gennaio 2027, ponendo fine all’avventura su Aeternum dopo oltre cinque anni di vita.

Il gioco è già stato rimosso dagli store digitali, segnando di fatto l’inizio della fine per un progetto che, al lancio, sembrava destinato a diventare uno dei pilastri del genere.

Una chiusura annunciata ma che fa comunque male

La notizia non arriva del tutto a sorpresa. Già nell’ottobre 2025, in occasione del quarto anniversario del gioco, Amazon aveva confermato che Season 10 e l’update Nighthaven sarebbero stati gli ultimi contenuti pubblicati, pur senza parlare apertamente di uno spegnimento imminente dei server.

“Dopo quattro anni di aggiornamenti costanti e una grande uscita su console, siamo arrivati a un punto in cui non è più sostenibile continuare a supportare New World con nuovi contenuti.”

Parole che oggi suonano come un vero e proprio epitaffio digitale.

Cosa succederà ora a New World?

Chi possiede già il gioco potrà continuare a giocare fino alla chiusura definitiva dei server, prevista per la fine di questo mese. Tuttavia, ci sono alcune scadenze importanti da segnare sul calendario:

  • Acquisti di valuta in-game fermi già dal 20 luglio 2026.
  • Nessun rimborso per la valuta già acquistata.
  • La stagione Nighthaven resterà attiva fino allo spegnimento dei server.

In pratica, New World entrerà in una sorta di “modalità ibernazione” senza nuovi contenuti ma ancora giocabile per chi vuole salutare Aeternum un’ultima volta.

Da fenomeno globale a occasione mancata

In pochi ricordano quanto fosse enorme New World al lancio avvenuto nel settembre 2021. Code interminabili, server sovraffollati e numeri da capogiro:

  • 913.000 giocatori simultanei al picco massimo;
  • 11º posto assoluto su Steam per peak player di sempre;
  • Superati titoli come Baldur’s Gate 3, Marvel Rivals e persino Hollow Knight: Silksong.

Un successo tale da spingere Amazon a pubblicare il gioco anche su PlayStation 5 e Xbox Series X nel 2024, nel tentativo di dargli una seconda vita. Tentativo che, col senno di poi, non è bastato.

Il saluto di Amazon alla community

Nel post ufficiale che annuncia la chiusura, Amazon ha voluto ringraziare i giocatori: “Siamo grati per il tempo passato a costruire il mondo di Aeternum insieme a voi. Insieme abbiamo creato qualcosa di speciale.”

Parole sincere che però non cancellano la sensazione di un potenziale enorme mai davvero espresso fino in fondo. New World resterà uno di quei case study perfetti: partenza col botto, identità incerta, supporto altalenante e un addio anticipato.

Fine di un’era

Con la chiusura di New World, Amazon archivia uno dei suoi progetti videoludici più ambiziosi. Un MMO che aveva tutto per durare un decennio e che invece si fermerà a poco più di cinque anni.

Aeternum sopravvivrà solo nei ricordi dei giocatori. E, come spesso accade in questi casi, resta una domanda che cruccerà l’intera community: e se fosse andata diversamente?

HBO dice addio allo spin-off di Jon Snow e punta tutto su una serie di Arya Stark

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Il lungo inverno ritornerà e il nome Stark continua a riecheggiare per Westeros. Dopo aver ufficialmente accantonato lo spin-off dedicato a Jon Snow, HBO sembra pronta a spostare il focus su un altro dei personaggi più amati di Game of Thrones: Arya Stark.

Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, è in fase di sviluppo una serie sequel incentrata su Arya, con la sceneggiatura affidata a Quoc Dang Tran, già apprezzato per Drops of God su Apple TV+.

Al momento siamo nelle primissime fasi di lavorazione e non ci sono ancora conferme sul cast (Maisie Williams inclusa), con i dettagli della trama che sono tenuti sotto stretto riserbo.

Arya Stark oltre Westeros: rotta verso Essos?

Le indiscrezioni parlano però di una direzione molto chiara. La serie seguirebbe le avventure di Arya nel continente di Essos, la terra oltre il Mare Stretto, ispirata a un mix di culture mediterranee e orientali. Una scelta che avrebbe perfettamente senso, considerando il finale di Game of Thrones che vede Arya salpare verso l’ignoto, decisa a scoprire cosa si trova “a ovest di Westeros”.

Insomma, meno intrighi politici e più viaggi, pericoli e identità da reinventare, esattamente nel DNA del personaggio.

George R.R. Martin stuzzica il fandom… come sempre

George R.R. Martin, fedele alla sua tradizione di dire tutto e niente allo stesso tempo, non ha voluto commentare direttamente.

Nel 2024, però, aveva già acceso la miccia, raccontando sul suo blog di un incontro con Maisie Williams: “Ci siamo visti con Maisie Williams e abbiamo parlato di… beh, meglio non entrare nei dettagli, non voglio portare sfortuna. Ma potrebbe essere davvero divertente.”

E Jon Snow? Un’idea troppo cupa per HBO

Il report svela anche nuovi dettagli sullo spin-off cancellato di Jon Snow, progetto fortemente voluto da Kit Harington. L’attore spingeva per una storia molto più oscura, con un Jon devastato dal trauma, afflitto da disturbo post-traumatico da stress e destinato a un finale solitario e tragico, lontano da qualsiasi redenzione eroica.

Una visione affascinante ma probabilmente troppo deprimente persino per Westeros, tanto che alla fine HBO ha deciso di non andare avanti.

Il futuro di Game of Thrones è vivo e vegeto

Che la serie TV su Arya Stark veda o meno la luce, una cosa è certa: HBO e il buon vecchio Martin non hanno alcuna intenzione di abbandonare l’universo di Game of Thrones. Anzi, il piano è quello di costruire una vera e propria roadmap in stile MCU.

Tra i progetti confermati troviamo:le prossime due stagioni di House of the Dragon; Il Cavaliere dei Sette Regni, già rinnovata prima ancora del debutto previsto per il 2027; una nuova serie ambientata circa 300 anni prima di Game of Thrones dedicata ad Aegon il Conquistatore.

Westeros continua a espandersi, e se Arya sarà davvero la prossima protagonista, prepariamoci a un viaggio molto diverso da quello a cui siamo abituati.

Un falso report generato dall’Intelligenza Artificiale ha indotto la polizia britannica a vietare l’accesso allo stadio ad alcuni tifosi

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Ecco un’altra storia vera che sembra uscita da un episodio di Black Mirror. La polizia britannica ha ammesso di aver utilizzato Microsoft Copilot, l’Intelligenza Artificiale dell’azienda di Redmond, per redigere un report di intelligence rivelatosi falso, decisione che ha portato al divieto di accesso allo stadio per i tifosi del Maccabi Tel Aviv.

Il problema? L’IA ha letteralmente inventato una partita di calcio che non è mai esistita.

Una partita mai giocata

Lo scorso mese di novembre il club israeliano del Maccabi Tel Aviv avrebbe dovuto affrontare l’Aston Villa a Birmingham per L’Europa League.

Prima dell’incontro, il comitato per la sicurezza cittadina ha deciso di vietare la trasferta ai tifosi israeliani, basandosi su un report della West Midlands Police che definiva l’evento ad alto rischio di scontri tra hooligan.

Quel documento, però, è finito rapidamente sotto accusa da parte dei funzionari governativi. Ora è arrivata l’ammissione ufficiale: il report si basava su informazioni generate da Microsoft Copilot mai verificate.

L’ammissione ufficiale e l’errore di Copilot

Secondo quanto emerso, il report citava un precedente incontro tra Maccabi Tel Aviv e West Ham, presentato come esempio di disordini tra le due tifoserie. Peccato che le due squadre non abbiano mai giocato l’una contro l’altra.

A confermarlo è stata anche la Commissione Affari Interni del Parlamento britannico che ha sottolineato come, nel giorno indicato dall’IA, il West Ham fosse impegnato in una partita completamente diversa contro la squadra greca dell’Olympiacos.

Il capo della West Midlands Police, Craig Guildford, ha scritto in una lettera ufficiale: “Sono venuto a conoscenza che il risultato errato relativo alla partita West Ham contro Maccabi Tel Aviv è emerso a causa dell’uso di Microsoft Copilot.”

Una ammissione arrivata dopo settimane di smentite sull’uso dell’Intelligenza Artificiale.

La risposta di Microsoft

Microsoft ha dichiarato di aver contattato la polizia per chiarimenti, ma di non essere riuscita a replicare riguardo l’accaduto.

Un portavoce dell’azienda ha spiegato che Copilot: aggrega informazioni da più fonti online; fornisce citazioni; avvisa l’utente che sta interagendo con un sistema di Intelligenza Artificiale e, soprattutto, invita a verificare le fonti.

Peccato che, in questo caso, nessuno lo abbia fatto.

Un problema tutt’altro che isolato

L’episodio britannico non è un caso unico. L’intelligenza artificiale generativa è ancora fortemente soggetta a “hallucinations”, ovvero la produzione di informazioni false ma presentate come plausibili.

Solo pochi mesi fa: Deloitte, una delle più grandi società di consulenza al mondo, ha dovuto rimborsare parzialmente il governo australiano a causa di per un report contenente articoli accademici e sentenze giudiziarie completamente inventate dalla IA.

È ormai palese che quando questi errori finiscono in documenti ufficiali, le conseguenze diventano politiche, legali e sociali.

Quando l’Intelligenza Artificiale descrive la realtà (sbagliata)

La vicenda dimostra una verità scomoda: l’intelligenza artificiale non è un oracolo, ma uno strumento che richiede controllo umano, contesto e responsabilità. Affidarle report di sicurezza senza verifiche significa trasformare un errore digitale in un problema molto concreto.

E se oggi si parla di tifosi ingiustamente esclusi da una partita, domani potrebbe trattarsi di decisioni ben più gravi.

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