Andy Serkis è probabilmente l’attore di motion capture più importante della storia del cinema. Dal Cesare di Il pianeta delle scimmie a Gollum della trilogia de Il Signore degli Anelli, passando per il King Kong di Peter Jackson e — più recentemente — il Leader Supremo Snoke nella trilogia sequel di Star Wars. Ognuno di questi personaggi ha richiesto un lavoro fisico ed emotivo enorme. Ma c’è un ruolo che, a sorpresa, l’attore ha indicato come il più complicato di tutti — e probabilmente non è quello che vi aspettate.
Ospite del podcast Happy Sad Confused, Serkis ha rivelato che il vero rompicapo della sua carriera è stato proprio Snoke: “Snoke è il personaggio che ha rappresentato una sfida enorme, perché si stava evolvendo in fase di scrittura mentre stavamo girando. Era ancora poco chiaro chi fosse, cosa rappresentasse davvero in Star Wars: Il risveglio della Forza.”
Snoke: un personaggio in continua evoluzione
Snoke ha fatto la sua prima apparizione in Star Wars: Il risveglio della Forza (2015) come Leader Supremo del Primo Ordine, una figura inquietante e potentissima nel lato oscuro della Forza. Pochi mesi dopo, in Star Wars: Gli Ultimi Jedi (2017), il personaggio è stato ucciso bruscamente da Kylo Ren in una scena tra le più discusse della trilogia. Solo in Star Wars: L’ascesa di Skywalker (2019), il pubblico ha scoperto che Snoke era in realtà uno strandcast — una creatura artificialmente ingegnerizzata e sensibile alla Forza, creata da Darth Sidious (Palpatine) sul pianeta Exegol.
Una rivelazione tardiva che, di fatto, ha confermato quello che Serkis ammette ora: il personaggio non aveva un’identità chiara nemmeno per chi lo interpretava. La direzione narrativa veniva costruita strada facendo, senza un piano coerente fin dall’inizio della trilogia.
Il problema più ampio della trilogia sequel
Se Serkis era confuso sulle motivazioni del proprio personaggio, non era certo il solo. Le tre pellicole della saga degli Skywalker sono state oggetto di critiche pesanti da parte dei fan, molti dei quali hanno percepito nelle storyline una mancanza di pianificazione e di coerenza che si è riflettuta sulla riuscita complessiva del progetto. Star Wars: Gli Ultimi Jedi di Rian Johnson aveva preso direzioni narrative molto diverse rispetto a quelle suggerite da J.J. Abrams nel capitolo precedente, e L’ascesa di Skywalker — sempre diretto da Abrams — ha cercato di riportare il franchise su binari più tradizionali, producendo però un risultato confuso.
Eppure, a fronte di tutto questo, Serkis ha fatto quello che gli viene meglio: ha portato in scena un personaggio memorabile con i mezzi a sua disposizione. La voce gracchiante, la presenza inquietante, l’aura di minaccia silenziosa — tutto questo è merito suo, indipendentemente da quanto la sceneggiatura riuscisse a costruirgli intorno. Un peccato che il materiale non fosse all’altezza delle sue capacità di performance.


