Hero Mask – La recensione

hero mask

Netflix, cara dolce Netflix.

Sono un tuo sostenitore dall’ora zero, sin da quando ancora non si era capito bene di che cosa ti occupassi e quando saresti arrivata nel Belpaese.

Da parecchio tempo a questa parte, la grande N rossa ha deciso palesemente di puntare sull’animazione giapponese, con l’acquisto di vecchie glorie e opere più recenti.

La recensione di Hero Mask, il nuovo anime originale Netflix sviluppato in collaborazione con lo Studio Pierrot

Questo aumentato interesse verso gli anime in generale è forse come contromossa per contrastare in anticipo lo strapotere che, sicuramente, Disney+ eserciterà con il suo bagaglio di serie TV originali prodotte a suon di fantamiliardi e paperdollari e aventi come protagonisti IP già decisamente “rodate” presso il grande pubblico.

Netflix ha iniziato anche a produrre anime originali, spesso in collaborazione con Studi nipponici ultra-blasonati, ed è proprio di una produzione originale del colosso dello streaming, in collaborazione con lo storico Studio Pierrot (Kimagure Orange Road, Bleach, Naruto), quella di cui vi parlerò oggi: Hero Mask.

Ambientata in una Londra vagamente futuristica, la serie narra le vicende dell’agente segreto James Blood (nome che suona più comico che altro, pur volendo essere un omaggio a 007) alle prese con un complotto avente al suo centro un numero imprecisato di biomaschere che donano a chi le indossa non meglio specificati superpoteri.

Se vi state chiedendo arrivati a questo punto, perché io sia così poco preciso nell’indicare i dettagli della trama, la risposta è semplice: non sono riuscito ad andare oltre la quarta puntata dell’anime.

Si, si, lo so che non è professionale pretendere di fare una recensione senza aver visto tutto l’anime, ma io non ce l’ho fatta proprio e comunque vorrei dire la mia, magari potrebbe tornare utile a qualcuno, chi lo sa!

Anche se alla fine ho messo un voto all’anime, la mia disamina su Hero Mask è comunque basata su ciò che effettivamente sono riuscito a “sopportare” e di cui spiegherò tutto per benino.

Nonostante un’interessantissima apertura a tematiche ed ambientazioni inusuali per l’animazione del Sol Levante, la serie non è riuscita minimamente a catalizzare il mio interesse

Il character design è piatto e poco accattivante, la regia ed il montaggio sono convulsi e singhiozzanti (ne è un esempio la chase scene d’apertura, davvero difficile da seguire a causa di scellerati e continui cambi di inquadratura che non lasciano respirare l’azione).

A farne le spese sono anche i personaggi, che risultano pallidi e poco credibili, incapaci di aggrapparsi all’immaginario dello spettatore e a fargli desiderare di saperne di più sulle vicende trattate, neanche quando, nel finale della prima puntata, l’arrivo di un villain dalle connotazioni vagamente superumane e fantascientifiche (dotato, appunto, della suddetta maschera) lascia intuire una storia a più ampio respiro.

Dopo un incipit, nell’episodio pilota, over the top e Bondiano, veniamo trascinati stancamente da una scena all’altra, fra dialoghi di plastica e colpi di scena leggermente telefonati fino all’apparizione del primo villain, il quale si palesa come banale, pallido e isterico, nonché latore dei peggiori cliché del “vorrei-ma-non-posso” Jokeriani (esiste come termine? Beh, se non esiste me lo sono inventato adesso).

In un’insensata esplosione di violenza il cattivo mette in luce, più che le sue motivazioni e la sua interiorità, la più incredibile squadra di poliziotti incompetenti mai vista in un’opera di finzione.

Decine e decine di poveracci in divisa, armati fino ai denti, che rimangono fermi immobili ad attendere di essere trucidati da un tizio in impermeabile armato solo di una pistola.

Purtroppo persino quel vago accenno di storia pregressa, fra lui ed il protagonista, viene trattato con superficialità e comica faciloneria.

Anche il cast di contorno è desolantemente incolore, dai colleghi di James alla vittima illustre del primo episodio nessuno di essi spicca veramente, nemmeno Sarah Sinclair , sidekick e possibile love interest di Blood, riesce ad ergersi a qualcosa di più di un paio di occhi azzurri che si guardano attorno languidi o semplicemente disorientati.

hero mask

Non ho trovato davvero nessuno stimolo ad andare oltre alla quarta puntata;  Hero≠Mask è una serie che ha il pregio di porsi in un modo coraggioso rispetto alla media delle produzioni nipponiche, se non altro per temi, ambientazioni e personaggi, ma fallisce nel liberarsi dai cliché che superficialmente accompagnano un certo tipo di intrattenimento occidentale.

Non ci sono già opere occidentali a sufficienza che vengono affossate da luoghi comuni triti e ritriti?

Sono perfettamente a conoscenza dell’errore insito nel giudicare un prodotto senza averlo assaggiato nella sua interezza, sono quindi più che pronto ad ascoltare pareri contrari al mio, magari di persone che hanno avuto la forza di andare oltre la delusione delle prime puntate e sono riusciti a vedere tutta la prima stagione.

Ma lasciatemi dire, non senza un pizzico di arroganza, che sono piuttosto sicuro che non ce ne saranno moltissime.

Sono, come detto all’inizio del pezzo, un grande fan del concetto stesso rappresentato da Netflix e, di sicuro, non sarà qualche piccolo incidente di percorso qui e là a farmi cambiare idea; inoltre attendo con grande curiosità i progetti originali della piattaforma USA dedicati a Ghost In The Shell e Cowboy Bebop.

Se però mi rovinate Motoko e Spike, ragazzi, vengo a citofonarvi in California.

Alle tre del mattino ora della California, ovviamente!

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