Mute, Duncan Jones e le sue emozioni su Netflix – Recensione

Duncan Jones sbarca su Netflix con l’atteso Mute, produzione fantascientifica su cui il canale streaming ha voluto investire. La visione della fantascienza di Jones è piuttosto particolare, come dimostrato dal suo fantastico film di esordio, Moon (2009), che, complice uno straordinario Sam Rockwell, aveva imposto al figlio di David Bowie il difficile compito di rispettare la alte aspettative che questa opera prima aveva alimentato.

Dopo Source Code, altro discreto successo, la vita personale di Jones lo ha costretto ad una lunga pausa, interrotta lo scorso anno con il suo Warcraft, ispirato all’omonimo MMORPG. Film dignitoso, ma certo non all’altezza delle sue precedenti produzioni. Ma dopo una lunga assenza, questa piccola debacle si può perdonare, a patto che si riesca ad offrire in seguito un film degno di tal nome.

Mute, l’atteso film di Duncan Jones, da oggi è disponibile su Netflix

Mute aveva, quindi, un’importanza non da poco, non solo per Jones ma anche per Netflix. Il servizio di streaming sta combattendo un’aspra battaglia con un vecchio modo di fare cinema, volendosi porre come un canale innovativo per la diffusione di film. Il problema è mostrare qualcosa di valore. Prodotti come War Machine, Bright e Ojia non sono stati esattamente dei capolavori, godibili e con qualche guizzo interessante, ma non dei capolavori.

La visione di Jones, quello di Moon, sarebbe stata perfetta. Il buon Duncan coglie l’occasione al balzo per riesumare dal cassetto dei sogni infranti un vecchio progetto, rielaborarlo e presentarlo a Netflix, che, affamata di contenuti, non ha esitato ad accettare.

Se l’idea era di realizzare un capolavoro, l’obiettivo è stato ampiamente mancato. Mute è sicuramente un film interessante, con degli spunti meritori, ma ha un’aria da opera incompiuta, come se proprio all’ultimo fosse mancato quel tocco magico che lo avrebbe potuto rendere perfetto.

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La storia di Leo, innamorato in cerca della sua fidanzata sparita, è sicuramente un’idea interessante. Il fatto che il nostro protagonista sia muto (da cui il titolo) è affascinante, precipita Leo in una sorta di isolamento da cui lui cerca di fuoriuscire dialogando a gesti o tramite disegni, su un taccuino che porta sempre con sé.

Il tutto in una Berlino futura, dalle suggestioni cyberpunk, in cui la malavita e strani intrecci di vite perdute ai margini della malavita si intrecciano in modo complesso.

Guardare Mute con l’occhio critico sarebbe forse giusto, ma anche un errore. Quello che anima Jones a realizzare questo film è la pura e semplice emozione. A ben vedere, sono due gli elementi che animano i personaggi, due declinazioni dell’amore: per la donna amata e per i figli.

Jones, non a caso, ha realizzato questo film dopo la battaglia vinta dalla moglie contro il cancro, dopo la nascita del figlio e la perdita del padre David (il Duca Bianco) e dell’adorata bambinaia Marion. E la dedica finale non è un caso.

Jones si addentra in una storia in cui vengono due offerti due interrogativi: cosa faresti per chi ami? Cosa faresti per i tuoi figli? Sono queste le due leve su cui si muove l’intera vicenda. Dai genitori che non rinuncerebbero alla propria fede per dare una vita normale al proprio figlio a quelli che sarebbero pronti ad infrangere ogni legge, passando per una ricerca disperata dell’anima gemella perduta.

Questa emotività di Jones traspare nella sua narrazione, sostenuta anche da una colonna sonora che in alcuni punti è avvolgente, stupenda. L’ambientazione futura è particolarmente ben riuscita perché è un altro pezzo di cuore di Jones, quella Berlino vista con gli occhi della memoria, la città in cui visse con il padre sul finire degli anni ’70, la città dove nacquero Low e Heroes.

Questo mix di emozione e ricordo è vincente nell’impatto visivo e narrativo, crea un punto di contatto vincente con lo spettatore.

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Ma per assurdo, questa potenza viene spezzata da un protagonista impalpabile. Il Leo di Alexander Skargard è emozionante nelle prime battute del film, il suo retaggio Amish viene sfruttato solo come deus ex machina della vicenda, perdendosi presto.

L’espressività vista nei primi istanti lieti del film si perde rapidamente, e durante il resto del film vediamo questo gigante affranto muoversi meccanicamente, con rari sprazzi di emotività. Non basta un urlo silenzioso per concentrare tutto il suo turbamento interiore.

Sembra strano, la complessità di questo personaggio dovrebbe fondarsi sul suo mutismo, ma è la parte cui si accenna meno, ossia la sua religione, a definirlo al meglio. La ormai nota ritrosia degli Amish al progresso tecnologico, che rende Leo un uomo d’altri tempi, costretto ad affrontare un mondo che lo bombarda costantemente con tecnologie sempre più invasive.

Naadirah, il fulcro su cui ruota la vicenda, svanisce presto dalle scene. Tutta la sua importanza viene concentrata all’inizio della storia e alla fine, in un modo che non rende giustizia a questo personaggio così complesso e affascinante. Alla fine mi son sentito quasi privato di uno degli elementi più importanti della vita di Leo, una donna incredibile che ci è stata solo accennata, mentre avrebbe dovuto esser ritratta con più convinzione.

E a riempire lo schermo sono Paul Rudd e Justin Theroux, due villain complicati e magnetici. Cactus Bill (Rudd) è un personaggio che difficilmente rimane ai margini della storia, lentamente riempie la scena ed offusca la figura di Leo. Theroux regala una figura meschina, tormentata e con tendenze odiose, ma incredibilmente ben caratterizzata.

Mute, per via di tutte queste componenti, è narrato in modo forse troppo emotivo e poco ragionato, con dei momenti in cui Jones sembra perdersi nella storia aggiungendo elementi che poi andranno gestiti malamente e rapidamente. Ed è un peccato, perché Mute ha tutte le carte in tavola per esser un film di spessore, avrebbe potuto eguagliare il fascino di Moon.

Nella sua voglia sfrenata di offrire contenuti, Netflix ha inserito questo film non proprio perfetto troppo vicino a Altered Carbon, che per gli utenti è il punto di riferimento di una produzione cyberpunk di alto livello, e Mute ha troppo del cyberpunk per esser immune dal paragone, uscendone sconfitto.

Eppure, Mute ha una sua dialettica emotiva innegabile, basata non sull’artificio ma sulla sensibilità, è come se Duncan Jones avesse voluto dare un pezzo di sé agli spettatori, un regalo che è, comunque, gradito, magari non perfettamente confezionato, ma fatto con il cuore. I regali migliori, quelli che non metti magari in bella vista, ma che ogni volta che ci cade l’occhio ti sanno ancora emozionare.

70%

Mute

Mute è un film profondamente emotivo, in cui Duncan Jones infonde i propri sentimenti perdendo a volte il ruolo della narrazione. Un protagonista spesso impalpabile cede la scena a due villain ben interpretati. Film emozionante, ma che avrebbe potuto esser molto più definito

  • Emotività del regista prorompente
  • La Berlino futura è magnifica
  • Protagonista poco incisivo
  • Storia non perfetta, ma emozionate