Philip K. Dick’s Electric Dreams: Real Life – Recensione

Il tanto attesto Philip K. Dick’s Electric Dream è arrivato anche in Italia, grazie ad Amazon PrimeVideo. Addentrarsi in una serie che si basa sulla dialettica di Dick non è un’esperienza semplice, visto come l’autore americano abbia sempre mostrato un carattere unico e inarrivabile, in cui il suo complesso vissuto è divenuto la lente con cui ha cercato di riscrivere il mondo. La sua forza narrativa ha dato moltissimo al cinema (avete presente Blade Runner?) e al mondo delle serie Tv (The man in the high castle), pescando facilmente all’interno di un corpus letterario incredibilmente florido. I racconti sono stati uno dei modi più usati da Dick per condividere la sua complessità interiore, e Philip K. Dick’s Electric Dreams ne è la prova.

La scelta di impostare la serie come una raccolta antologica si ispira ad un altro celebre show, Black Mirror, ma riesce a mostrare una propria personalità, proprio valorizzando le tematiche tanto care a Dick. Per apprezzare al meglio la visione di questa serie sarebbe meglio poter avere come compagno di viaggio il volume Electric Dreams edito da Fanucci, che raccoglie i racconti da cui sono tratti gli episodi di questa serie. All’interno del volume, prima di ogni short story possiamo beneficiare dell’introduzione del regista della puntata tratta da ciò che leggeremo, in cui abbiamo modo di comprendere quale delle numerose suggestioni di Dick sia stato maggiormente d’ispirazione.

Philip K. Dick’s Electric Dreams arriva anche nel nostro Paese grazie ad Amazon PrimeVideo

Questa idea è interessante, perché consente allo spettatore di poter avere un facile metodo di paragone tra opera originale e prodotto derivato, andando alla ricerca dei puntati di contatto e delle differenze tra i due media. Che è esattamente come mi son approcciato a Real Life, il primo episodio. Tenendo conto che si tratti di un’antologia, non è necessario seguire l’ordine d’elenco proposto da Amazon PrimeVideo, ma per comodità ho seguito la scaletta proposta.

Tratto da Pezzo da museo, Real Life mostra due personaggi, George e Sarah, che stanchi e afflitti dai propri problemi scelgono di avvalersi di una dispositivo che consente di vivere emozionanti esperienze originate dal proprio subconscio, una fuga dalla realtà a domicilio.

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Sarah (Anna Paquin), poliziotta futura, deve fare i conti con un grave senso di colpa per la morte della propria squadra durante un’operazione fallita, un peso che la sta allontanando dalla propria quotidianità e a cui la moglie Kate cerca di sottrarla con questa vacanza mentale. George (Terence Howard) è invece afflitto dalla morte violenta della moglie, avvenuta in circostanze ancora del tutto chiare e di cui lui uno è uno dei sospettati. In questo caso siamo in una realtà molto più vicina al nostro tempo, una scelta che crea anche uno stacco netto rispetto alla linea narrativa di Sarah, contribuendo a creare una certa confusione nello spettatore.

L’idea di creare una sorta di dubbio persistente è una delle tematiche più care a Dick, e Real Life mostra come in Philip K. Dick’s Electric Dreams si sia tentato di mantenere questo punto fermo. Non si tratta di una sfida semplice, perché la complessa dinamica narrativa di Dick non può esser facilmente adattata allo schermo. Complice anche una certa età dei racconti (Pezzo da museo è del 1954), ricreare alla lettera quanto immaginato da Dick sarebbe impossibile, ed in questo caso Ronald D. Moore sceglie di far propri i punti fermi del racconto originale.

Quello che traspare da Real Life è la difficoltà di gestire il senso di colpa e il suo impatto sulla nostra psiche, un tema che è sempre stato molto caro a Dick. Per tutto l’episodio veniamo guidati in questi due differenti mondi che sembrano ad un certo punto collimare, fino a quando non ci viene spiegato come in realtà George e Sarah siano la stessa mente che sta vivendo un’altra vita attraverso il congegno. La forza di questo episodio è nel non darci fino all’ultimo l’indizio finale per comprendere quale delle due realtà sia quella fittizia, chi tra i due sia il surrogato.

Gran parte di questo profonda struttura narrativa si basa sull’ottima interpretazione di Anna Paquin e Terrence Howard, che riescono fino all’ultimo a mantenere un atteggiamento confuso e insicuro, frutto del dubbio sulla propria esistenza. Gli spettatori seguono il loro percorso interrogandosi su chi dei due sia reale, partecipano ai loro drammi e fanno propri i loro dubbi, in un crescendo emotivo che conduce ad un finale catartico in cui il senso di colpa che ha animato l’intera vicenda trova infine una propria ragione d’esser, dopo averci guidati per un viaggio introspettivo alla ricerca di una percezione della realtà sempre più labile. Questa empatia nasce proprio per come gli attori siano riusciti a trasmettere il dubbio e la confusione dei rispettivi personaggi, vittime di un dispositivo infernale.

Il marchingegno che avrebbe dovuto garantire la tranquillità desiderata, si trasforma in uno strumento di tortura, capace di avvolgere l’utilizzatore in una realtà fittizia in cui viene esaltato il suo malessere interiore, anziché offrire la tanto agognata fuga. Il tema della tecnologia che tradisce i suoi creatori, incapaci di crearla in modo da esser funzionale, ritorna spesso in Dick, e anche in questa serie TV non manca di far capolino.

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Real Life è un buon episodio, con un’ottima regia (opera di Jeffrey Reyner) che sa come stimolare visivamente lo spettatore valorizzando al meglio l’espressività degli attori e la complessità dell’ambientazione. Su tutti, svetta Terrence Howard, sempre incredibilmente realistico e in grado di portare il suo George al limite. Ad entrambi i protagonisti va però tributato l’aver saputo creare un tensione emotiva costante, frutto di un attento lavoro di scrittura che proprio sul finale assume la maggior concretezza, divenendo la perfetta chiave di lettura dell’episodio. Real Life, seppur in un’ottica moderna, riesce a trasmettere in modo più che soddisfacente le tematiche e l’analisi della vita tanto care a Dick.

Certo, il racconto originale vedeva tutta un’altra struttura narrativa, al centro della trama non c’era tanto il senso di colpa quanto il senso di perdita del sé in una società piatta e nichilista, con una maggior caratterizzazione psicologica di George e Sarah che in questo episodio di Phili K. Dick’s Electric Dreams viene solo marginalmente sfiorata, a causa della differenza di dinamiche tipica dei due differenti media.

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