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Dragonero 55: Il risveglio del rinnegato – Recensione

Bentornati, avventurieri dell’Erondar!

Dopo la lunga attesa finalmente stiamo per assistere al cambiamento definitivo del mondo di Dragonero. Come ci ha anticipato con una battuta Luca Barbieri nell’intervista di qualche giorno fa, con la Saga delle Regine Nere possiamo tranquillamente dire che l’Erondar, come lo conosciamo oggi, potrebbe non esserci più così familiare quando lo scontro contro le pericolose regine degli Elfi Neri sarà terminato. Il risveglio del rinnegato, numero della serie regolare dedicata ad Ian, è arrivato in edicola in questi giorni, secondo e conclusivo capitolo di Uccisori di draghi, con cui compone il preambolo finale alla saga che inizierà con il numero di gennaio.

Abbiamo tra le mani uno degli albi più intensi della serie, e credo che dal punto di vista emotivo segni un confine che abbiamo visto farsi sempre più vicino negli ultimi tempi. In diverse occasioni abbiamo visto come Ian e Gmor abbiano cominciato a dar ancora più valori ad attimi sereni, una rarità in mezzo al frenetico turbinio di eventi che ci hanno accompagnato da qualche mese a questa parte.

Dragonero compie l’ultimo passo prima dell’inizio della Saga delle Regine Nere, l’evento che tutti i lettori stanno attendendo da parecchio tempo!

L’inizio di questo albo di Dragonero è la summa di questa situazione emotiva dei personaggi. La delicatezza dello sguardo di Ian, che si perde nei ricordi evocati dalla sua presenza a casa è emozionante, struggente. La carica malinconica di questo primo atto di Il risveglio del rinnegato è amplificato anche dalla presenza nel contesto narrativo di Dragonero delle sue avventure giovanili, le Adventures. L’idea di far nascere questa collana parallela sul giovane Ian proprio in concomitanza con questo evento epocale è una leva emotiva che esalta la forte pressione che si crea sul personaggio e di riflesso sul lettore.

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Vedere Ian posare gli occhi sui luoghi a lui cari, conoscendoli anche noi grazie alle Adventures, rende più facile identificarsi con il senso di rimpianto e di perdita che sembra annidarsi nello sguardo dello scout. Non sappiamo ancora come Ian e compagni arriveranno alla fine della saga delle Regine Nere, ma l’ombra di questo nemico incombente getta su tutto un velo di ansia e paura, anche nei più coraggiosi.

Personalmente, il momento più intenso in questa prima parte dell’albo, me lo ha regalato Gmor. L’orco riesce ancora a sorprendermi, non importa quante avventure ho letto dei due amici, ci sono momenti in cui all’improvviso Gmor semplicemente mi spiazza. Vietti ci aiuta a comprendere finalmente il forte legame dell’orco con la famiglia Aranill, riuscendo a coinvolgere in toto il lettore. La sua voglia di mantenere un legame forte con un luogo che lo ha ospitato in un momento duro della sua vita è toccante, soprattutto perché per l’orco è un segno del buono che può trovarsi nel mondo.

In questa fase c’è un passaggio cruciale del mito di Dragonero, racchiuso nel dialogo tra Gmor e Aran

“Vedervi insieme, così legati l’uno l’altro…un umano, un orco e un elfo”.

“È cosa che confonde molti… e molti rende rabbiosi… e deboli”

“Una tale vittoria”

Tre battute che racchiudono lo spirito dell’amicizia fraterna fra Gmor, Ian e Sera. Semplice, pulito, coinvolgente.

Ma perché tutta questa malinconia? Perché è il momento di accettare un destino che si sta per abbattere sui nostri eroi. Ian, in particolare, è destinato a terminare il suo rito di passaggio a Varliedarto, entrando nella grotta che custodisce i segreti della sua famiglia un’ultima volta. E sarà un passaggio essenziale per il suo futuro, oltre a dare alcune risposte ai tanti quesiti degli ultimi mesi. Il senso di predestinazione e sacrificio che aleggia in Il risveglio del dannato è palpabile, tutto avviene perché è necessario, non esistono più interessi singoli ma ognuno deve esser pronto a far del suo meglio per difendere l’Impero.

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La seconda parte di questo albo cambia radicalmente registro. La situazione si fa più grave, gli eventi sembrano accelerare verso un finale che, una volta terminata la lettura, vedremo come un inizio, tragico e suggestivo grazie all’ultima tavola, che mi ha ricordato un’altra celebre saga di Vietti che ha scosso le fondamento di un mondo, quello di Nathan Never.

La forte solidità del tessuto narrativo di Dragonero passa dall’oculata scelta degli autori di lavorare sul piano emotivo dei personaggi, rendendoli la nostra bussola emotiva. Riuscire a trasmettere il loro stato d’animo, trasmettere l’inquietudine e il senso di tragicità in arrivo senza forzare troppo la mano è un gioco di equilibri, in cui Vietti (ed Enoch in altre occasioni) hanno dimostrato un’indubbia bravura.

Contribuisce non poco, come detto prima, l’aver espanso proprio in questo periodo, l’universo narrativo di Dragonero. Aver conosciuto parte del passato di Ian, la sua fanciullezza, ci consente di sentirci a casa a Silveridhe, ritroviamo dettagli che ci consentono quasi di provare le stesse malinconiche fitte al cuore provate da Ian. Il risveglio del rinnegato è un albo che fa del rimpianto di tempi più sereni un punto di forza, in alcuni punti sembra quasi un sofferto addio, come un soldato che parte per una guerra da cui non è sicuro di tornare. Ed è ciò che serve per lanciare al meglio quello che ci attende nel 2018.

Perfetti come sempre i disegni, ormai una precisazione che sembra superflua. Alessandro Bignamini ha il ruolo di cantastorie della giovinezza di Ian, compito svolto con gioiosa leggerezza, specchio dello spirito avventuroso di un giovincello.

Tocca ad Riccardo Crosa accompagnare l’Ian adulto in questo passo finale prima del grande conflitto. Lo fa nel migliore dei modi, diciamolo subito. Che si tratti di raccontare attimi di serenità domestica e ricordi piacevoli, o di mostrare scene di forte impatto, Crosa non ha problemi, la sua mano si muove sul foglio in modo ineccepibile. Ho apprezzato molto la cura negli sguardi dei personaggi nel primo atto dell’albo, il modo in cui le espressioni facciali e il linguaggio del corpo fossero sempre in perfetta sintonia con la narrazione, un tutt’uno che ha arricchito l’empatia tra personaggi e lettore. Ma lo ho adorato nella seconda parte di questo Dragonero. Il mutamento dello sguardo di Ian, la durezza e decisione sul volto di Alben e il forte senso di destino incombente sono tratteggiati in modo sublime, con due pagine doppie che, quando si volta la pagina, colpiscono per la spettacolarità ed il dinamismo. Avrei voluto spaccare l’albo, aprirlo del tutto e godermi al meglio queste due tavole incredibili (a costo di prendere una seconda copia, lo faccio!).

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Un’ empatia, quella di questo albo di Dragonero, che viene ben accudita anche da Marina Sanfelice, che con il suo lettering accompagna questo albo, dovendo districarsi tra draghi, ondine e canti di battaglia, un mutare di caratteri e baloon che sono comunque finalizzati ad un traguardo: trasmettere l’emozione di Ian e dei personaggi. E ci riesce in pieno!

E Matteoni, con la sua copertina, non fa che esaltare tutto questo, Lo sforzo sul volto di Ian, la posa aggressiva del drago che sembra lanciato come una furia sul nostro scout, tutto in questa tavola sembra indicare quell’ultimo istante prima del colpo decisivo. Ha rallentato il tempo, Matteoni, come un Varliedarto che affronta un drago!

E ora tutti col fiato sospeso fino al 10 gennaio, con Le regine nere, il primo capitolo della tanto attesa saga. Ma per non passare il Natale senza Dragonero, non dimenticate che è tornato disponibile il bel volume di Senzanima, dedicato al passato mercenario di Ian e che sarà uno dei prodotti della collana Audace.

Ricordate: diverso il passo, uguale il cuore.

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