A oltre vent’anni dal trionfo de Il Gladiatore, premiato con l’Oscar come Miglior Film, Russell Crowe resta indissolubilmente legato all’eredità di Massimo Decimo Meridio. Così, quando Il Gladiatore II è arrivato nelle sale nel 2024 senza diventare il fenomeno di incassi che molti si attendevano, l’attore ha condiviso senza mezzi termini la propria opinione su cosa, a suo avviso, non abbia funzionato.
Intervenendo al Taormina Film Festival, dove ha ritirato l’International Achievement Award prima della première mondiale del suo nuovo thriller Bear Country, Crowe ha offerto una valutazione netta sulla performance del sequel: “Se applichi quanto è cambiato il valore del dollaro nel tempo, hanno fallito. E hanno fallito perché non hanno capito perché il film originale fosse stato un successo: era un successo perché aveva dei solidi principi morali alla base.”
I principi morali che, secondo Crowe, il sequel ha smarrito
Secondo l’attore, il primo Il Gladiatore non era soltanto uno spettacolo fatto di battaglie nell’arena e azione su scala epica. Era una storia guidata dall’emozione, dallo scopo e da una struttura etica solida. Il viaggio di Massimo risuonava con il pubblico perché gli spettatori si erano affezionati all’uomo, non soltanto ai duelli con la spada. Crowe ha raccontato per la prima volta un retroscena rivelatore proprio in questo senso: durante le riprese del primo film, si era opposto con fermezza alle pressioni dello studio e dei produttori, che insistevano per inserire una componente romantica esplicita tra Massimo e i personaggi femminili, inclusa Lucilla interpretata da Connie Nielsen.
“Lo studio, i produttori, pensavano che dovesse esserci del sesso tra Massimo e i personaggi femminili. Ho continuato a opporre resistenza”, ha raccontato. “Questa è la storia di un uomo che vendica la morte di sua moglie e di suo figlio. Non può esserci un momento, in quel percorso, in cui si ferma e ha un rapporto con qualcuno. Non avrebbe alcun senso… distruggerebbe il viaggio.” Fortunatamente, secondo l’attore, anche Ridley Scott — pur desiderando scrivere quella scena — si trovò alla fine d’accordo, riconoscendo che era proprio quella la base etica su cui si fondava il film.
Sul fronte degli incassi, Il Gladiatore II ha raccolto circa 462 milioni di dollari in tutto il mondo — una cifra che sembra notevole, finché non si considerano i costi di produzione, partiti da un budget stimato attorno ai 250 milioni di dollari e secondo alcune ricostruzioni lievitati fino a circa 310 milioni. Per Crowe, applicando la svalutazione del dollaro nei venticinque anni trascorsi dal primo film, il sequel non ha raggiunto i risultati necessari per essere considerato un vero successo commerciale.
Quando anche Crowe sognava un ritorno di Massimo: la sceneggiatura “impossibile” di Nick Cave
C’è un paradosso curioso in tutta questa storia: lo stesso Crowe aveva passato anni a cercare un modo per tornare nei panni di Massimo, nonostante il personaggio fosse morto in modo decisamente definitivo nel film originale. Come ha raccontato Ridley Scott, l’attore e il regista avevano lavorato a un’idea di sequel quasi vent’anni fa, arrivando a coinvolgere il musicista e scrittore Nick Cave per la sceneggiatura. Scott ricorda quelle conversazioni così: “Russell e io ci abbiamo provato circa diciotto anni fa. Avevo Nick Cave che scriveva la sceneggiatura e continuavo a dirgli: ‘Ma sei morto.’ E lui rispondeva: ‘Lo so che sono morto. E voglio tornare dai morti.'”
Da lì, la versione di Cave per Il Gladiatore II — intitolata provvisoriamente Christ Killer — si è trasformata in qualcosa di ancora più sopra le righe. La sceneggiatura prevedeva la resurrezione di Massimo, chiamato dagli dei romani a compiere una missione: assassinare una figura simile a Cristo, la cui crescente popolarità minacciava di spingere gli antichi dei nell’oblio. Lungo il cammino, Massimo avrebbe scoperto che l’obiettivo era in realtà suo figlio. Dopo aver completato quella missione tragica, sarebbe stato condannato a vivere per sempre, attraversando secoli di guerre — incluse le Crociate e il Vietnam — fino a un ruolo, nel presente, come funzionario al Pentagono.
Un concept folle, che lo stesso Cave sapeva avere poche possibilità di arrivare sullo schermo. Eppure, paradossalmente, conteneva esattamente l’elemento che Crowe ritiene mancante in Il Gladiatore II: un conflitto emotivo al centro della storia. Un padre che uccide inconsapevolmente il proprio figlio e viene poi condannato a vagare nella storia per l’eternità rispetta senza dubbio i canoni della tragedia.
Avrebbe funzionato? Difficile dirlo. È una di quelle idee gloriosamente bizzarre di Hollywood che sembrano impossibili da immaginare e altrettanto impossibili da smettere di pensare una volta sentite. Una cosa, però, resta chiara nel ragionamento di Crowe: il pubblico si è affezionato a Massimo perché si preoccupava della sua anima, della sua perdita e del suo scopo — esattamente ciò che, a suo avviso, il sequel non è riuscito a ricreare.


