Quando si parla di missioni spaziali con astronauti siamo più o meno abituati a immaginare stazioni orbitanti, passeggiate extraveicolari, esperimenti in microgravità e qualche licenza dei blockbuster hollywoodiani che hanno messo l’accento sui possibili problemi del rientro sulla Terra.
Ma quello che è accaduto nelle ultime settimane attorno alla stazione spaziale cinese Tiangong è qualcosa di davvero inedito… Shenzhou-22: la prima vera missione di recupero astronauti bloccati della storia.
Sì, proprio la prima. Tipo Apollo 13, ma senza Tom Hanks e con un piano ben organizzato per il lancio di una vera scialuppa di salvataggio spaziale per permettere il rientro degli astronauti cinesi.
La capsula incrinata che ha fatto tremare Pechino
Tutto inizia con Shenzhou-20: missione lanciata il 24 aprile scorso che ha portato il suo equipaggio sulla Tiangong per dare il cambio ai taikonauti di Shenzhou-19. Tutto perfetto, tutto regolare. Poi il 31 ottobre arriva Shenzhou-21 con un nuovo equipaggio fresco di addestramento e pronto a un nuovo avvicendamento.
Ma il 5 novembre accade l’imprevisto: una crepa in uno dei finestrini della capsula Shenzhou-20, probabilmente causato dall’impatto di un micrometeorite o un detrito spaziale. Non un buchino. Una crepa. E se c’è una cosa che si dovrebbe assolutamente evitare, quando devi rientrare da 400 chilometri d’altezza a 28.000 km/h, è una crepa nel finestrino.
Il risultato? Shenzhou-20 viene dichiarata non sicura per il rientro e quindi inutilizzabile così l’equipaggio rientrante passa sulla Shenzhou-21 e torna a Terra con una navetta non loro. Insomma, taikonauti di Shenzhou-21 rimangono nello spazio senza una capsula pronta per il rientro in caso di emergenza.
Dieci giorni sospesi nel nulla aspettando Shenzhou-22
È la prima volta nella storia che esseri umani lo sanno, lo ammettono e rimangono terribilmente in attesa, contando sul fatto che tutto fili liscio fino all’arrivo dei soccorsi da Terra.
A Pechino allora si danno letteralmente da fare: nel giro di dieci giorni l’agenzia spaziale cinese prepara e lancia Shenzhou-22, capsula che è partita dalla base spaziale di Jiuquan martedì 25 novembre come la più rapida operazione di recupero orbitale mai tentata.
Missione compiuta. Crisi risolta. Storia dell’esplorazione spaziale scritta.
No, non è come il caso Boeing Starliner
Qui serve una precisazione, perché tra social, talk show e dichiarazioni esuberanti qualcuno ha voluto vedere somiglianze con la vicenda della Starliner e degli astronauti Butch Wilmore e Suni Williams.
La realtà, però, è abbastanza diversa.
Durante i nove mesi di permanenza nello spazio (a fronte degli otto giorni previsti inizialmente dalla missione), Wilmore e Williams hanno sempre avuto un mezzo di rientro funzionante e un piano B previsto da anni. È stato prudente prolungare la permanenza degli astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale, è stato imbarazzante per Boeing… ma non è mai stata un’emergenza.
Diverso invece il caso cinese: per quasi dieci giorni, un equipaggio era nello spazio senza un modo garantito di tornare a casa. E questo non era mai successo.
La storia spaziale ha un nuovo capitolo
Shenzhou-22 non è solo la prima “vera” missione di soccorso spaziale della storia: è la prova che la Cina sta entrando in una fase di maturità operativa che finora aveva mostrato solo sulla carta.
Ma, soprattutto, è un promemoria potentissimo per il futuro dell’esplorazione spaziale umana: lo spazio rimane un ambiente ostile, imprevedibile e implacabile, anche se incredibilmente affascinante.

