Lun 26 Gennaio, 2026
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God of War: la serie TV Amazon trova il suo Kratos in Ryan Hurst

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La serie TV live action di God of War, prodotta da Amazon in collaborazione con Sony Pictures, ha finalmente trovato il volto del suo protagonista. E no, non si tratta di uno sconosciuto per i fan della saga: Ryan Hurst, già doppiatore del dio nordico Thor in God of War Ragnarök (2022), vestirà ora i panni di Kratos, l’iconico protagonista del gioco.

Una scelta che profuma di continuità e fan service ben fatto, soprattutto per chi ha apprezzato la caratterizzazione intensa e tormentata di Thor nell’ultimo capitolo della saga videoludica.

Una produzione ambiziosa già con due stagioni confermate

La serie God of War ha già ricevuto un ordine di due stagioni e si trova attualmente in fase di pre-produzione a Vancouver. L’adattamento porterà sul piccolo schermo l’universo creato da Santa Monica Studio, ma con una scelta narrativa ben precisa: niente Grecia classica.

Lo show si concentrerà infatti sugli eventi dei due capitoli più recenti del franchise, ovvero God of War (2018) e God of War Ragnarök, abbandonando l’arco narrativo originale iniziato nel 2005 con la vendetta di Kratos contro gli dei dell’Olimpo.

Un Kratos più umano, al centro del rapporto con Atreus

Basata sul reboot del 2018, la serie racconterà la nuova vita di Kratos, ormai ritiratosi in un’esistenza isolata nelle terre nordiche insieme al figlio Atreus. Secondo la sinossi ufficiale, padre e figlio intraprenderanno un viaggio per spargere le ceneri di Faye, moglie di Kratos e madre di Atreus.

Un percorso che non è solo fisico, ma profondamente emotivo:

  • Kratos cerca di insegnare al figlio come essere un dio migliore;
  • Atreus prova, a sua volta, a insegnare al padre come essere più umano.

Un ribaltamento di ruoli che ha reso i nuovi God of War amatissimi anche da chi non era mai entrato in contatto con la saga.

God of War Ragnarok Kratos e Atreus

Ryan Hurst: da Thor a Kratos

Kratos è stato doppiato nel corso degli anni da Terrence C. Carson nei primi tre capitoli principali e da Christopher Judge nei due giochi più recenti. Ora tocca a Ryan Hurst incarnare fisicamente il personaggio, portando con sé una conoscenza già profonda dell’universo narrativo.

L’attore, noto al grande pubblico per Sons of Anarchy e anche per The Walking Dead, ha già dimostrato in Ragnarök di saper dare spessore a figure tragiche e moralmente ambigue. Il suo Thor è stato uno dei villain più complessi e memorabili dell’intera saga: un biglietto da visita non da poco per affrontare la sfida chiamata Kratos.

God of War: tutto quello che sappiamo finora sulla serie TV

Al momento non è stata annunciata una data di uscita ufficiale, ma sono già noti alcuni dettagli chiave della produzione:

I primi due episodi saranno diretti da Frederick E.O. Toye (Shōgun, Fallout), con la serie che è co-prodotta da Sony Pictures Television e Amazon MGM Studios in collaborazione con PlayStation Productions e Tall Ship Productions.

Con questi nomi coinvolti, le aspettative sono inevitabilmente alte, soprattutto dopo il successo di altre trasposizioni videoludiche recenti. Tuttavia la domanda è: “Ryan Hurst sarà il Kratos giusto?”

Lo scopriremo solo quando il Fantasma di Sparta tornerà a brandire le Lame del Caos… questa volta sullo schermo.

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Conan, il ragazzo del futuro arriva nei cinema per il 45º anniversario della serie anime

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Uno dei pilastri assoluti dell’animazione giapponese arriverà sul grande schermo per la gioia di tutti gli appassionati. Grazie ad Animagine, la collana nata dalla collaborazione tra Dynit e Adler Entertainment, Conan, il ragazzo del futuro approderà per la prima volta nei cinema italiani con un evento speciale dedicato al 45º anniversario della serie.

L’appuntamento è fissato per il 9, 10 e 11 febbraio, con un montaggio cinematografico speciale degli episodi finali dell’anime pensato per celebrare un’opera che ha segnato intere generazioni di spettatori e che ancora oggi resta incredibilmente attuale.

L’unica serie TV anime interamente diretta da Hayao Miyazaki

Andata in onda per la prima volta in Giappone nel 1978 su NHK e arrivata in Italia nel 1981, Conan, il ragazzo del futuro occupa un posto unico nella storia dell’animazione: è infatti l’unica serie televisiva diretta interamente da Hayao Miyazaki.

Un progetto che anticipa molti dei temi, delle sensibilità e delle ossessioni narrative che diventeranno il marchio di fabbrica del maestro giapponese. Rivederla oggi al cinema significa riscoprire le radici di un immaginario che avrebbe poi conquistato il mondo.

Un mondo post-apocalittico, tra avventura e speranza

La storia di Conan è ambientata in un pianeta devastato da un cataclisma globale che ha sommerso i continenti e quasi annientato l’umanità. Sulla remota Isola Perduta, uno degli ultimi frammenti di terra emersa, vive Conan insieme al nonno.

L’incontro con Lana, una misteriosa ragazza in fuga dalle forze della metropoli tecnologica di Indastria, dà il via a un viaggio avventuroso che porterà Conan a confrontarsi con un mondo spaccato in due: da un lato lo sfruttamento cieco della tecnologia, dall’altro la possibilità di una rinascita fondata su cooperazione, empatia e rispetto per la natura.

 

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Un anime più che mai attuale

Il ritorno al cinema permette di valorizzare al massimo la regia, il character design e la forza visiva della serie, elementi che già in questa fase iniziale mostrano il talento straordinario di Miyazaki.

Al centro del racconto si intrecciano azione, crescita personale e riflessione etica, in una storia che parla di responsabilità, sopravvivenza e futuro dell’umanità. Temi che, a distanza di 45 anni, risultano forse ancora più attuali di allora.

Conan il ragazzo del futuro

Un evento imperdibile per fan storici e nuove generazioni

Le proiezioni del 9, 10 e 11 febbraio non sono solo un omaggio a un anniversario importante, ma rappresentano una vera occasione di riscoperta: per chi è cresciuto con Conan e per chi lo incontrerà per la prima volta sul grande schermo.

Un ritorno che celebra non solo una serie leggendaria, ma anche l’inizio del percorso artistico di uno dei più grandi autori dell’animazione mondiale.

Chissà se il lungometraggio verrà accompagnato dalla sigla originale, una delle migliori sigle dei cartoni animati anni ’80 che riproponiamo proprio qui di seguito.

Tomb Raider: Amazon rivela il primo sguardo a Sophie Turner nei panni di Lara Croft

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Prime Video si prepara a un biennio particolarmente ricco di progetti ambiziosi, ma tra i titoli più attesi spicca senza dubbio la nuova serie live-action di Tomb Raider. Il progetto, guidato da Phoebe Waller-Bridge insieme a Chad Hodge, vedrà Sophie Turner nel ruolo iconico di Lara Croft. Con l’avvio ufficiale della produzione, è arrivato anche il primo sguardo all’attrice nei panni dell’archeologa più famosa dei videogiochi, un’immagine che ha già acceso l’entusiasmo dei fan.

Lo scatto è stato realizzato sul backlot dei set di Tomb Raider e mostra una Lara Croft che richiama in modo diretto l’estetica classica del franchise. Gli occhiali da sole con lenti rossastre, il top verde, i pantaloncini marroni e le fondine laterali restituiscono subito quella sensazione familiare, come se il personaggio fosse appena uscito da una delle avventure videoludiche che l’hanno resa leggendaria.

Sophie Turner e l’eredità di Lara Croft

Il primo sguardo a Sophie Turner nei panni di Lara Croft suggerisce una scelta precisa: rispettare l’iconografia storica del personaggio senza rinunciare a una nuova interpretazione. Turner affronterà un ruolo carico di aspettative, raccogliendo un’eredità che attraversa decenni di videogiochi, film e adattamenti animati.

La serie di Prime Video punterà a raccontare una Lara Croft moderna, ma profondamente radicata nello spirito originale di Tomb Raider. La presenza di Phoebe Waller-Bridge dietro le quinte lascia intendere un approccio attento ai personaggi, ai dialoghi e a una scrittura capace di bilanciare azione, ironia e introspezione. Con l’inizio delle riprese, l’obiettivo sarà costruire una Lara credibile, fisica e carismatica, in grado di parlare sia ai fan storici sia a un nuovo pubblico.

Un cast ricco per una nuova avventura live-action

Accanto a Sophie Turner, la serie potrà contare su un cast di alto profilo. Tra i nomi annunciati figurano Sigourney Weaver, Jason Isaacs, Martin Bobb-Semple, Jack Bannon, John Heffernan, Bill Paterson, Paterson Joseph, Sasha Luss, Juliette Motamed, Celia Imrie e August Wittgenstein. Un insieme di volti molto diversi tra loro, che lascia immaginare una storia articolata e un mondo narrativo ampio.

Negli ultimi anni, il percorso di Tomb Raider è stato meno continuo di quanto i fan avrebbero voluto. Non per mancanza di qualità, ma per una presenza a schermo piuttosto limitata. L’unico progetto recente è stato la serie animata Tomb Raider: La leggenda di Lara Croft su Netflix, con Hayley Atwell, che ha ricevuto un buon riscontro. Nonostante questo, al momento non sono previsti sviluppi oltre la seconda stagione. La nuova serie live-action rappresenterà quindi un rilancio importante per il franchise in ambito televisivo.

 

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Un futuro luminoso tra serie e videogiochi

Il momento scelto per riportare Tomb Raider in live-action appare particolarmente favorevole. Sul fronte videoludico, l’interesse per il personaggio è tornato a crescere. Dopo un periodo di relativa calma, l’arrivo di Tomb Raider: Definitive Edition su Nintendo Switch ha riacceso l’attenzione, grazie a recensioni molto positive.

Inoltre, durante i The Game Awards sono stati annunciati due nuovi videogiochi. Tomb Raider: Legacy of Atlantis, remake moderno del primo storico capitolo, arriverà nel 2026. A seguire, nel 2027, debutterà Tomb Raider Catalyst, il vero e proprio nuovo capitolo della saga, pensato per portare avanti la storia di Lara Croft.

Se la serie Prime Video riuscirà a conquistare il pubblico, il franchise potrebbe vivere una delle sue fasi più floride di sempre, con cinema, televisione e videogiochi pronti a dialogare tra loro. Al momento, la serie Tomb Raider non ha ancora una data di uscita ufficiale, ma le prime immagini di Sophie Turner nei panni di Lara Croft lasciano intuire che l’attesa potrebbe essere ampiamente ripagata.

Il cavaliere dei Sette Regni potrebbe durare anni: George R.R. Martin ha già tracciato il futuro di Dunk ed Egg

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Il ritorno a Westeros con Il cavaliere dei Sette Regni potrebbe non essere un semplice viaggio nostalgico, ma l’inizio di un percorso molto più lungo del previsto. Dietro le quinte della nuova serie HBO, infatti, George R.R. Martin avrebbe già delineato un futuro sorprendentemente ampio per Dunk ed Egg, sufficiente a sostenere la storia per diverse stagioni.

A rivelarlo è stato lo showrunner Ira Parker, spiegando come l’autore non si sia limitato alle novelle già pubblicate, ma abbia condiviso una vera e propria mappa narrativa che accompagna i due protagonisti lungo l’intero arco delle loro vite. Un materiale prezioso, che offre alla serie un vantaggio raro all’interno dell’universo de Il Trono di Spade.

Tales of Dunk and Egg Edge Knight

Le idee di George R.R. Martin per Dunk ed Egg

Secondo quanto raccontato da Parker in una recente intervista, Martin avrebbe messo sul tavolo 10 o 12 ulteriori linee narrative, pensate come potenziali racconti o novelle, capaci di seguire Dunk ed Egg dalle prime avventure fino alla maturità. Non semplici appunti vaghi, ma uno schema abbastanza solido da suggerire un percorso a lungo termine.

Questo non significa che Martin scriverà necessariamente tutte queste storie in forma letteraria. Il dubbio rimane, considerando la lentezza con cui avanzano altri progetti dell’autore. Tuttavia, anche solo avere questi outline rappresenta una base narrativa chiara, con un inizio, uno sviluppo e un possibile finale già immaginati.

Per ora, la produzione preferisce muoversi con cautela. L’obiettivo principale è far funzionare le prime storie, capire come il pubblico reagirà e costruire una fiducia graduale. Parker ha spiegato che l’attenzione è concentrata sul presente, ma con la speranza concreta di poter continuare a lungo, se l’accoglienza sarà positiva.

Una storia più intima rispetto a Il Trono di Spade

Il cavaliere dei Sette Regni è ambientata circa 90 anni prima de Il Trono di Spade e sceglie deliberatamente una scala narrativa più contenuta. Al posto di intrighi tra grandi casate e guerre che decidono il destino del continente, la serie punta su una dimensione più personale e diretta.

La storia segue Dunk, un cavaliere errante senza gloria né ricchezze, interpretato da Peter Claffey, e il suo giovane scudiero Egg, che nasconde un’identità molto più importante di quanto lasci intendere, portato sullo schermo da Dexter Sol Ansell. Insieme attraversano tornei, scontri tra cavalieri e situazioni pericolose, affidandosi soprattutto al legame che li unisce.

Questo approccio rende la serie più leggera nel tono, ma non meno profonda. Ogni decisione contribuisce a costruire la reputazione dei protagonisti, passo dopo passo, in un mondo che resta duro e imprevedibile. È proprio questa attenzione ai personaggi a distinguere il progetto e a renderlo adatto a un racconto di lunga durata.

Un potenziale mai visto prima nel franchise

Se le idee di Martin dovessero arrivare davvero sullo schermo, il pubblico potrebbe assistere a qualcosa di inedito per il franchise. Non solo seguire gli stessi personaggi per anni, ma vederli crescere, cambiare e invecchiare, attraversando fasi diverse della loro vita. Un’evoluzione raramente esplorata in modo così diretto nell’universo di Westeros.

La prima stagione si baserà su Il cavaliere errante, la più famosa delle tre novelle pubblicate, affiancata da La spada giurata e Il cavaliere misterioso, che completano al momento il ciclo di Dunk ed Egg. Ma con una fine già idealmente tracciata, la serie ha l’opportunità di evitare improvvisazioni e scelte affrettate.

Il cavaliere dei Sette Regni debutterà il 18 gennaio su HBO. Se il pubblico risponderà come sperano i suoi autori, questo nuovo viaggio a Westeros potrebbe accompagnarci per molti anni, raccontando una storia diversa, più umana e forse proprio per questo ancora più memorabile.

Emilia Clarke dice addio al fantasy dopo Il Trono di Spade

Emilia Clarke ha segnato un’intera generazione di spettatori con il ruolo di Daenerys Targaryen, la Madre dei Draghi de Il Trono di Spade. Otto stagioni, quattro nomination agli Emmy e un personaggio diventato iconico hanno reso il suo volto inseparabile dal fantasy televisivo moderno. Eppure, proprio quell’esperienza sembra aver chiuso definitivamente un capitolo della sua carriera.

Durante il tour promozionale della nuova serie Peacock Ponies, la Clarke ha raccontato al New York Times di sentirsi ormai lontana da quel genere. Dopo tanti anni trascorsi tra draghi, profezie e regni immaginari, l’attrice ha spiegato di non avere alcun desiderio di tornare in quel tipo di universo narrativo.

«È altamente improbabile che mi vedrete salire di nuovo su un drago, o anche solo nella stessa inquadratura di un drago», ha dichiarato. Una frase netta, che lascia poco spazio alle interpretazioni e che sembra sancire una chiusura consapevole con il fantasy.

Emilia Clarke e il peso di Daenerys Targaryen

Il percorso di Daenerys è stato uno dei più centrali e discussi dell’intera serie. Emilia Clarke ha accompagnato il personaggio dalla fragilità iniziale fino alla trasformazione finale, diventata uno dei momenti più controversi della storia televisiva recente. Proprio l’ultima stagione de Il Trono di Spade ha messo l’attrice al centro di un’ondata di reazioni contrastanti, tra shock, critiche e dibattiti accesi.

In una precedente intervista a Entertainment Weekly, Clarke aveva raccontato di non essere stata preparata alla svolta narrativa della sua protagonista. Quando lesse gli ultimi copioni, la sua reazione fu di totale incredulità. «Cosa, cosa, cosa, COSA!?», ricordava. «Succede dal nulla. Sono rimasta senza parole, non me lo aspettavo minimamente».

L’attrice ha descritto un momento personale molto difficile, segnato da lacrime e da una lunga passeggiata senza meta. «Ho pianto e sono uscita di casa. Sono tornata con le vesciche ai piedi dopo cinque ore. Continuavo a chiedermi come avrei potuto farcela». Ha poi raccontato di aver chiamato la madre, chiedendole semplicemente di parlarle per ritrovare un equilibrio dopo la lettura di quelle pagine.

Daenerys Targaryen Emilia Clarke Game of Thrones

Le critiche al finale e il rapporto con la serie

La trasformazione di Daenerys nella cosiddetta Regina Folle è stata percepita da molti spettatori come affrettata. Clarke, in un’intervista al Sunday Times nel 2020, aveva ammesso di essersi sentita infastidita dal modo in cui le ultime stagioni avevano privilegiato le grandi scene spettacolari a discapito dei dialoghi e dell’approfondimento dei personaggi.

Nonostante questo, col tempo il suo rapporto con Il Trono di Spade è cambiato. Intervistata da The Hollywood Reporter un anno dopo, alla domanda se avesse fatto pace con il finale della serie, l’attrice aveva risposto senza esitazioni: «Sì, davvero. Davvero, davvero, davvero».

Questa serenità ritrovata sembra andare di pari passo con la volontà di guardare avanti, esplorando nuovi generi e nuovi ruoli. Ponies, serie di spionaggio ambientata in un contesto realistico e contemporaneo, rappresenta un esempio chiaro di questa nuova direzione.

Un futuro lontano dai draghi

Le parole di Emilia Clarke non suonano come un rifiuto rabbioso del passato, ma come una scelta matura. Il Trono di Spade le ha dato moltissimo, ma ha anche richiesto un impegno emotivo e professionale enorme. Dopo otto anni trascorsi in un mondo fantasy così totalizzante, è comprensibile il desiderio di cambiare registro.

Per i fan, l’idea di non rivederla mai più in un ruolo simile a Daenerys può essere malinconica. Per Clarke, invece, sembra rappresentare una liberazione. Il fantasy resterà una parte fondamentale della sua storia artistica, ma il futuro, a quanto pare, sarà fatto di altre sfide, lontane da draghi e troni.

Jar Jar Binks cerca riscatto con il nuovo fumetto di Star Wars

La galassia di Star Wars è piena di eroi leggendari, villain iconici e personaggi entrati di diritto nell’immaginario collettivo. Ma non tutti hanno avuto lo stesso trattamento da parte dei fan.
Anzi, pochi nomi dividono la community quanto Jar Jar Binks.

Introdotto nella trilogia prequel, il Gungan è diventato rapidamente uno dei personaggi più controversi dell’intera saga. Amato da pochi, detestato da molti, spesso usato come bersaglio facile, con punte di disprezzo quasi inarrivabili.

Ora però, a distanza di anni, Star Wars sembra finalmente pronto a concedergli una vera possibilità di redenzione.

Marvel Comics riporta Jar Jar al centro della storia

Marvel Comics ha annunciato Star Wars: Jar Jar, una nuova miniserie che prova a rispondere a una domanda rimasta sospesa per troppo tempo: “Che fine ha fatto Jar Jar dopo l’era dei prequel?”

La storia affronta direttamente le conseguenze della sua decisione più famosa (e disastrosa) e lo collega agli albori dell’Alleanza Ribelle, dando finalmente peso narrativo a un personaggio che ha sempre vissuto all’ombra delle sue gag.

Ahmed Best torna a scrivere il destino del suo personaggio

La vera novità, però, è dietro le quinte di questa miniserie.

La serie è co-scritta proprio da Ahmed Best che ha collaborato con Marc Guggenheim, mentre i disegni sono firmati da Kieran McKeown.

E non è finita qui.

Jar Jar non sarà solo: nella storia compare anche Kelleran Beq, Jedi interpretato sempre da Best, visto prima in Star Wars: Jedi Temple Challenge e poi in The Mandalorian. Una scelta che crea un legame meta-narrativo interessante e, soprattutto, emotivamente potente.

star wars jar jar fumetto tavola

L’errore che ha cambiato la galassia lontana lontana

L’ultima apparizione davvero significativa di Jar Jar al cinema risale a L’Attacco dei Cloni, quando il suo discorso al Senato concede i poteri d’emergenza a Palpatine. Una scelta che apre la strada all’Impero e che pesa come un macigno sull’intera saga.

Dopo qualche fugace comparsa in La Vendetta dei Sith, il personaggio è sparito dai radar.

Questo fumetto riprende esattamente quel filo narrativo, chiedendosi cosa significhi convivere con una colpa di quelle dimensioni.

Redenzione, fandom spietato e ferite mai rimarginate

Le prime tavole in anteprima mostrano Jar Jar e Kelleran Beq incrociarsi in circostanze tutt’altro che tranquille. Beq rappresenta per Jar Jar una figura di fiducia, ma il pericolo arriva in fretta, suggerendo che il tono sarà molto più serio di quanto ci si aspetterebbe dal personaggio.

Ed è impossibile ignorare il contesto reale.

Dopo La Minaccia Fantasma, Ahmed Best ha subito un’ondata di critiche durissime, con conseguenze personali molto pesanti. Negli anni, però, il fandom ha iniziato a rivedere il giudizio, distinguendo finalmente il personaggio dall’attore.

Vedere Jar Jar affrontare le conseguenze delle sue azioni e trovare uno scopo più grande sembra una chiusura del cerchio, sia narrativa che umana.

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Star Wars Jar Jar: data di uscita e sinossi ufficiale

Questa la sinossi ufficiale del fumetto rilasciata da Marvel: “Jar Jar ritorna — co-scritto dallo stesso Jar Jar, Ahmed Best — per affronta le conseguenze di aver concesso i poteri d’emergenza al Cancelliere Palpatine. Quale ruolo chiave ha avuto nella nascita dell’Alleanza Ribelle? Con la partecipazione speciale del Jedi Knight Kelleran Beq, Star Wars: Jar Jar #1 arriverà nelle fumetterie l’11 febbraio 2026″.

Che lo si ami o lo si odi, Jar Jar Binks sta tornando sotto i riflettori. E questa volta, potrebbe finalmente raccontare la storia che meritava da sempre.

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Stranger Things: i Duffer hanno davvero usato ChatGPT per scrivere la stagione finale della serie TV?

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Se c’è una cosa che i patiti delle serie TV sanno fare benissimo è analizzare ogni singolo fotogramma dei vari show, soprattutto come nel caso della stagione finale di Stranger Things la cui conclusione non ha soddisfatto del tutto una larga parte del fandom.

E così, mentre il documentario Un’ultima avventura: The Making of Stranger Things 5 da poco arrivato su Netflix racconta il making of dell’epilogo dello show creato dai fratelli Duffer, l’attenzione del pubblico si è spostata rapidamente su una nuova, rovente, polemica: il famigerato “ChatGPT Gate”.

Alcuni spettatori particolarmente attenti hanno notato quella che sembra essere una finestra di ChatGPT aperta su un computer della writers’ room, PC presumibilmente utilizzato da uno dei fratelli Duffer durante la stesura dello script dell’ultima stagione della serie TV.

Internet, ovviamente, è esploso.

ChatGPT nella writers’ room di Stranger Things 5? La spiegazione della regista

A fare chiarezza è intervenuta Martina Radwan, regista del documentario, intervistata da The Hollywood Reporter. Alla domanda diretta sull’uso dell’intelligenza artificiale generativa durante la scrittura della serie, la sua prima risposta è stata tanto semplice quanto disarmante: “Ma siamo sicuri che fosse davvero ChatGPT aperto?”

Radwan ha sottolineato come gran parte delle reazioni online siano basate su supposizioni: “C’è un sacco di gente sui social che dice: ‘Non lo sappiamo, ma lo supponiamo’. Onestamente, al giorno d’oggi chi è che non tiene aperti certi strumenti solo per fare ricerche veloci?”

Secondo la Radwan, confondere una possibile consultazione rapida con l’idea che una serie complessa come Stranger Things venga scritta da un’IA è semplicemente assurdo: “Come puoi scrivere una storia con 19 personaggi usando ChatGPT? Io davvero non lo capisco.”

La regista paragona la situazione a quella di avere il telefono accanto al computer mentre si lavora: strumenti a portata di mano non significano necessariamente che si stiano utilizzando. “Usiamo strumenti mentre facciamo più cose. Succedono tante cose nello stesso momento.”

E poi arriva la frase più diretta: “Quello che trovo triste è che tutti amano la serie ma, all’improvviso, sentono il bisogno di smontarla pezzo per pezzo.”

Cosa succede davvero in una writers’ room?

Radwan, che ha passato un anno intero immersa nel mondo di Stranger Things, è stata categorica: “No, non ho mai visto usare l’intelligenza artificiale in modo non etico.”

Anzi, ha colto l’occasione per spiegare cosa significhi davvero lavorare in una writers’ room: “La gente pensa che ‘writers’ room’ significhi persone sedute a scrivere. Non è così. È un continuo scambio creativo. È sviluppo della storia.”

Poi aggiunge: “È un processo fatto di discussioni, idee che vanno e vengono, intuizioni improvvise e continue revisioni. Nessun prompt. Niente generazioni automatiche. È pura creatività umana. Essere lì dentro è un privilegio enorme. È un regalo poter assistere a quel tipo di processo creativo.”

Netflix tace, ma la polemica continua

Radwan ha anche commentato altre scene “controverse” del documentario, incluso il già noto “Conformity Gate”, ma per ora Netflix non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’eventuale presenza di ChatGPT nei frame incriminati.

Nel frattempo, resta una certezza: Stranger Things può anche parlare di mostri, dimensioni alternative e orrori cosmici… ma niente spaventa internet più di una scheda di ChatGPT aperta sullo sfondo.

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Peter Jackson nega l’esistenza dell’edizione “extended-extended” de Il Signore degli Anelli

Da anni, come appassionati della Terra di Mezzo, abbiamo sentito circolare una leggenda affascinante: l’esistenza di una fantomatica edizione “extended-extended” de Il Signore degli Anelli, ancora più lunga delle già celebri versioni estese. Un racconto tramandato tra forum, fiere e conversazioni tra fan, quasi fosse un manoscritto perduto di Gondor. Ora però Peter Jackson ha deciso di mettere fine una volta per tutte a queste voci.

In un’intervista rilasciata a Empire, il regista è stato molto chiaro. Non esiste alcun caveau segreto pieno di scene straordinarie mai viste, pronte a essere montate in una nuova versione dei film. Le parole di Jackson non lasciano molto spazio all’immaginazione, ma aiutano a riportare il discorso su binari concreti.

Nessuna scena segreta pronta a cambiare la trilogia

Jackson ha spiegato che non ci sono grandi scene escluse capaci di giustificare un ulteriore montaggio. Esistono solo frammenti, piccoli momenti, secondi aggiuntivi che, messi insieme, non offrirebbero un’esperienza davvero diversa. Secondo il regista, una ipotetica edizione “extended-extended” risulterebbe deludente, perché sarebbe sostanzialmente la versione estesa che conosciamo già, con pochissime aggiunte marginali.

Guardando ai numeri, il ragionamento è più che comprensibile. Le versioni cinematografiche de La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri e Il Ritorno del Re superano già le nove ore complessive. Con le edizioni estese si arriva oltre le undici ore e mezza, un colosso narrativo che ha già incluso quasi tutto ciò che valeva la pena raccontare sullo schermo.

Andy Serkis Gollum Smeagol Il Signore degli Anelli

Il mito del “Mithril Cut” e cosa c’è davvero dietro

Una delle voci più insistenti riguarda il cosiddetto “Mithril Cut”, una versione che avrebbe mostrato molto di più della relazione iniziale tra Aragorn e Arwen. Anche su questo punto sono arrivate conferme definitive.

La co-sceneggiatrice Philippa Boyens ha chiarito che del materiale esiste, in particolare legato al periodo trascorso a Lothlórien, ma si tratta di contenuti troppo esigui per costruire una nuova edizione dei film. Non abbastanza da reggere una struttura narrativa autonoma o da giustificare un ulteriore montaggio destinato al pubblico.

Il mito, quindi, resta affascinante, ma privo di basi solide. La trilogia che abbiamo visto, soprattutto nelle versioni estese, rappresenta già la forma più completa e coerente del racconto cinematografico immaginato dal team creativo.

Il futuro della Terra di Mezzo tra documentari e nuovi film

Una piccola speranza, però, Jackson l’ha lasciata aperta. Il regista ha ribadito il suo interesse nel realizzare un grande documentario sul making of della trilogia, costruito con riprese alternative, momenti dietro le quinte e blooper mai pubblicati. Un progetto ambizioso, che richiederebbe tempo e risorse e che, almeno per ora, non ha ancora ottenuto il via libera definitivo dallo studio.

Nel frattempo, la Terra di Mezzo continua a vivere. Sul fronte televisivo, Gli Anelli del Potere si prepara alla terza stagione. Al cinema, invece, è ufficialmente in sviluppo The Hunt for Gollum, con Andy Serkis alla regia e nuovamente nei panni di Smeagol. La storia sarà ambientata prima degli eventi de Lo Hobbit e de La Compagnia dell’Anello, con il ritorno di Ian McKellen nel ruolo di Gandalf.

Forse l’edizione “extended-extended” resterà solo un sogno, ma il mondo creato da Tolkien ha ancora molto da raccontare e noi saremo pronti ad ascoltarlo.

GameStop chiude quasi 500 negozi: il declino del colosso del gaming

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento profondo nel modo in cui il pubblico vive il gaming, e GameStop ne è diventato uno dei simboli più evidenti. Un tempo punto di riferimento assoluto per milioni di giocatori, oggi la catena si trova ad affrontare una crisi che sembra sempre più difficile da arginare. Il nuovo annuncio arrivato dall’azienda, legato a un’ulteriore ondata di chiusure, rafforza la sensazione che il modello storico di GameStop stia arrivando al capolinea.

La crescita del digitale, l’abbandono progressivo del supporto fisico e un mercato sempre più orientato agli store online hanno ridotto drasticamente lo spazio di manovra per il retail tradizionale. Nonostante i tentativi di reinventarsi, i numeri raccontano una storia chiara, fatta di ridimensionamenti continui e di una presenza fisica sempre più ridotta.

GameStop chiuderà quasi 500 negozi negli Stati Uniti

GameStop ha confermato la chiusura di circa 470 negozi negli Stati Uniti entro la fine di gennaio. Si tratta dell’ennesimo taglio significativo, che segue le 400 chiusure del 2025 e le 590 del 2024. Il ridimensionamento non riguarda solo il mercato americano: negli ultimi mesi l’azienda ha venduto diverse controllate europee e ha chiuso punti vendita in Paesi come Austria, Irlanda e Nuova Zelanda.

Attualmente restano operative circa 3.200 sedi GameStop nel mondo, un numero lontanissimo dai fasti del 2015, quando la catena superava le 6.000 unità. Il calo è costante e riflette una difficoltà strutturale nel competere con marketplace digitali che offrono prezzi più bassi, accesso immediato ai contenuti e un catalogo virtualmente infinito.

Un declino iniziato molto prima del boom digitale

Il momento critico per GameStop non è arrivato all’improvviso. Già dal 2016 il valore delle azioni aveva iniziato a scendere in modo evidente, segnale di una perdita di fiducia da parte degli investitori. Con il progressivo abbandono dei giochi fisici, il brand ha faticato a mantenere una proposta distintiva.

Alcune scelte strategiche si sono rivelate particolarmente problematiche. L’investimento in Spring Mobile, ad esempio, si è trasformato in un pesante fallimento che ha lasciato l’azienda con centinaia di milioni di dollari di debiti. Anche i tentativi di trovare un acquirente non hanno portato risultati concreti, mentre le perdite di bilancio hanno continuato ad accumularsi.

Negli anni successivi abbiamo visto GameStop provare a spostare il focus su altri segmenti, come carte collezionabili e merchandising, senza però ottenere l’impatto sperato. Nemmeno l’improvvisa esplosione del valore in Borsa nel 2021, legata al famoso short squeeze, ha prodotto benefici duraturi.

Un futuro sempre più incerto per il marchio

Dopo il 2021, la società ha attraversato numerosi cambi di gestione e sperimentazioni, dagli NFT fino alle criptovalute, nel tentativo di trovare una nuova identità. Eventi speciali come il “Trade Anything” di dicembre non sono bastati a invertire la rotta, e la chiusura di quasi un quinto dei negozi rimasti lo dimostra chiaramente.

Le voci su ulteriori tagli nel corso dell’anno e su una possibile riconversione di alcuni punti vendita verso il mondo del collezionismo e del tabletop rafforzano l’idea di un marchio che sta cercando di sopravvivere cambiando pelle. Ma il divario rispetto al passato resta enorme.

Per molti di noi, vedere GameStop ridursi in questo modo è una lezione amara su quanto velocemente il progresso tecnologico possa rendere obsoleto un modello di business. Da pilastro dell’industria a realtà in contrazione, la storia di GameStop ci ricorda che evolversi non è un’opzione, ma una necessità continua.

ARC Raiders celebra 12 milioni di copie vendute regalando ai giocatori un piccone dorato

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ARC Raiders continua a sorprendere e, come community, non possiamo che prenderne atto. Lo shooter extraction di Embark Studios ha raggiunto il traguardo delle 12 milioni di copie vendute, confermandosi come uno dei lanci più forti degli ultimi anni. Un risultato arrivato in tempi rapidissimi, accompagnato da un gesto simbolico pensato per ringraziare chi ha creduto nel progetto fin dal primo giorno: un piccone dorato in edizione limitata, destinato ai giocatori più fedeli.

Secondo quanto condiviso dallo studio, oltre 12 milioni di Raiders sono saliti da Speranza per saccheggiare la Rust Belt. Alcune fonti di settore parlano addirittura di 12,4 milioni di copie vendute in sole dieci settimane, con numeri impressionanti anche sul fronte dell’attività online, grazie a centinaia di migliaia di giocatori contemporanei su tutte le piattaforme. Dati che raccontano meglio di qualunque slogan la portata del successo.

Un regalo per chi ha creduto in ARC Raiders fin dal lancio

Per celebrare il traguardo, Embark Studios ha deciso di premiare chi ha accompagnato ARC Raiders sin dal debutto. Tutti i giocatori che hanno effettuato almeno un accesso dal lancio fino alle 23:59 CET del 13 gennaio riceveranno il Gilded Pickaxe Raider Tool, un oggetto cosmetico speciale pensato come ringraziamento diretto alla community.

Il piccone dorato non è solo un elemento estetico, ma anche un simbolo di appartenenza. Rappresenta l’essere stati presenti in una fase cruciale della vita del gioco, quando il progetto stava ancora dimostrando il proprio valore. L’oggetto viene reso disponibile tramite un aggiornamento appena pubblicato, che consentirà ai giocatori idonei di trovarlo automaticamente nel proprio equipaggiamento.

 

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Un mondo ostile e una formula che continua a funzionare

Ambientato in una Terra futura devastata da una minaccia meccanizzata nota come ARC, ARC Raiders ci mette nei panni dei Raiders, sopravvissuti rifugiati nella città sotterranea di Toledo. Da lì ci spingeremo in superficie per recuperare risorse fondamentali alla sopravvivenza, sapendo che ogni uscita può trasformarsi in una missione senza ritorno.

La struttura PvPvE resta uno degli elementi centrali dell’esperienza. Non affrontiamo solo nemici controllati dall’intelligenza artificiale, ma anche altri giocatori, con la costante tensione data dalla possibilità di perdere tutto in caso di morte. Questa combinazione di rischio, strategia e competizione è uno dei motivi per cui ARC Raiders ha saputo mantenere alta l’attenzione nel tempo.

Un successo che rafforza la posizione di Embark Studios

ARC Raiders rappresenta la seconda grande uscita di Embark Studios dopo The Finals, pubblicato nel 2023. Il fatto che il team sia riuscito a imporsi nuovamente, questa volta in un genere altamente competitivo, rende il risultato ancora più significativo. Il gioco è riuscito a tenere testa a produzioni molto più grandi, arrivando a posizionarsi stabilmente ai vertici delle classifiche di vendita globali su Steam, accanto a titoli storici come Counter-Strike 2 e PUBG.

Questo successo racconta di uno studio che ha trovato una propria identità chiara e di una community che continua a crescere. Se questi sono i presupposti, ARC Raiders sembra destinato a restare a lungo al centro della scena.

Monarch Legacy of Monsters 2: il trailer della nuova stagione anticipa un possibile kaiju leggendario

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Apple TV+ ha ada poco rilasciato il nuovo trailer di Monarch: Legacy of Monsters – Stagione 2, filmato che rivela una cosa molto importante: il MonsterVerse sta per diventare ancora più grosso, più strano e decisamente più inquietante.

Dopo una prima stagione che ha ampliato l’universo di Godzilla e King Kong con nuove creature e retroscena, la serie sembra pronta a fare il salto di qualità. Al centro del caos c’è una nuova minaccia chiamata Titan X, un mostro avvolto dal mistero che potrebbe avere radici molto profonde nel mito dei kaiju.

Titan X non è un semplice Titano originale

Il trailer, visibile proprio qui sotto, lascia intendere che Titan X non verrà scoperto, ma “rilasciato”. Una scelta narrativa che cambia tutto. Non parliamo di un mostro primordiale che viene risvegliato in qualche modo, ma di qualcosa che sembra provenire da un altro mondo.

Visivamente, Titan X colpisce subito: un corpo centrale circondato da enormi tentacoli, un design che farà drizzare le antenne a chiunque conosca la mitologia Toho. E infatti il primo nome che viene in mente è uno solo: Biollante.

Il fantasma del 1989 torna a farsi sentire

I tentacoli e la struttura organica richiamano fortissimo il kaiju apparso per la prima volta in Godzilla vs. Biollante (1989). Nell’originale, Biollante era una creatura tragica, nata dalla fusione tra una rosa, il DNA umano e cellule di Godzilla.

Se Titan X fosse una reinterpretazione di Biollante, il MonsterVerse dovrebbe riscriverne completamente l’origine e il trailer sembra andare proprio in quella direzione: niente esperimenti genetici, ma una entità aliena o extradimensionale.

Un cambio radicale ma perfettamente in linea con il modo in cui Legendary ama remixare i classici.

Biollante, Destroyah o Monster X?

Biollante, però, non è l’unico sospetto. Un’altra possibilità è che si tratti di Destroyah, uno dei nemici più letali di Godzilla. Nell’originale, Destroyah era composto da microrganismi crostacei e incarnava la distruzione pura. Alcune texture e movenze viste nel trailer ricordano proprio quel tipo di minaccia: diffusa, inquietante e apparentemente inarrestabile.

E poi c’è il nome: Titan X. Un’etichetta che sembra strizzare l’occhio a Monster X, apparso in Godzilla: Final Wars (2004). Anche se il design non coincide, il MonsterVerse ha già dimostrato di non limitarsi a un solo riferimento alla volta. Titan X potrebbe essere una fusione concettuale di più kaiju storici.

Che si tratti di Biollante, Destroyah, Monster X o un mix di tutti e tre, Titan X promette di essere una delle creature più importanti dell’intero MonsterVerse.

La Stagione 2 di Monarch: Legacy of Monsters sembra quindi pronta a spingere l’universo narrativo verso territori più oscuri, cosmici e decisamente più Toho-style.

Un futuro pieno di kaiju

Il 6 novembre 2026 arriverà al cinema Godzilla Minus Zero, sequel diretto di Godzilla Minus One con Takashi Yamazaki di nuovo alla regia, mentre nel 2027 il MonsterVerse tornerà sul grande schermo con Godzilla x Kong: Supernova.

I rumor, poi, parlano sempre più insistentemente dell’arrivo di SpaceGodzilla e tra streaming e cinema, il Re dei Kaiju non è mai stato così centrale nella cultura pop globale.

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Online il trailer “wakandiano” di Avengers Doomsday: Black Panther e l’arrivo dei Fantastici Quattro

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Il quarto trailer di Avengers: Doomsday è approdato online e questa volta Marvel ha deciso di giocare una carta pesantissima: il Wakanda al centro della scena e il ritorno (in forme nuove) dell’eredità di Black Panther.

La vera sorpresa? Il primo incontro sullo schermo tra i Fantastici Quattro e i personaggi dell’MCU “principale”. Un momento che segna un punto di svolta enorme per l’universo cinematografico dei fumetti della Casa delle Idee.

Un trailer corale… finalmente

Rispetto ai quelli precedenti, questo è senza dubbio il trailer più ricco di personaggi.

Se i primi filmati promozionali si sono concentrati su pochi volti chiave (Steve Rogers, Thor, gli X-Men), quello “wakandiano” mette in campo cinque protagonisti di peso, oltre a veri peronaggi al seguito di Shuri, M’Baku e Namor.

Tutti, o quasi, sfoggiano look aggiornati, segno che il tempo è passato e che le alleanze hanno lasciato il segno.

Shuri e il peso del lutto

Il trailer conferma che Shuri è ancora profondamente segnata dalle perdite subite. In un momento particolarmente intenso, afferma di aver perso tutte le persone che amava. Una frase che pesa, soprattutto considerando la presenza del giovane Principe T’Challa, suo nipote.

Questa scelta narrativa potrebbe preparare il terreno alle voci sempre più insistenti sull’arrivo di una variante adulta di T’Challa in Doomsday o Secret Wars, continuando l’esplorazione del tema del lutto che l’MCU sta portando avanti da anni.

M’Baku re di Wakanda

Come anticipato dal finale di Wakanda Forever, M’Baku è ufficialmente il nuovo re di Wakanda. Sia lui che Shuri presentano costumi che fondono elementi wakandiani e talokani, segno evidente che la tregua tra le due nazioni non solo ha retto, ma ha influenzato anche la loro identità.

Namor cambia… ma qualcosa non torna

Anche Namor torna con un nuovo costume, finalmente più vicino alla sua iconografia fumettistica, completo di colletto alto in stile classico. Addio alle vesti cerimoniali del suo debutto.

Fa la sua comparsa anche Namora, confermando ufficialmente il suo coinvolgimento in Doomsday. Tuttavia, c’è qualcosa di inquietante nel modo in cui Namor viene presentato: il suo sguardo e la sua postura suggeriscono tensione. Che stia davvero valutando un’alleanza con il Dottor Destino? Per ora è solo speculazione ma il seme del dubbio è stato piantato.

I Fantastici Quattro entrano nell’MCU

Il trailer conferma che Ben Grimm (Ebon Moss-Bachrach) incontra la delegazione wakandiana, segnando il primo vero crossover tra i Fantastici Quattro e l’MCU principale. Curiosamente, Ben indossa ancora lo stesso costume visto nel film I Fantastici Quattro: Gli Inizi, rompendo la “tradizione” Marvel di cambiare outfit a ogni apparizione. Una scelta sorprendentemente coerente (e apprezzabile).

E il Dottor Destino? Ancora nessuna traccia. Ma il silenzio, a questo punto, fa tanto rumore.

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