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The Winds of Winter: George R.R. Martin non intende mollare (ma il numero di pagine scritto è sempre lo stesso)

Ogni volta che George R.R. Martin rilascia un’intervista, c’è una domanda che prima o poi arriva puntuale. Non importa se si parla di draghi, di Dunk e Egg o dello stato attuale del fantasy in televisione: il discorso finirà sempre su The Winds of Winter, il capitolo più atteso della saga A Song of Ice and Fire. È successo di nuovo in una recente intervista rilasciata a The Hollywood Reporter, che ha toccato molti temi, ma che inevitabilmente è tornata sull’elefante nella stanza.

Martin ha parlato del suo entusiasmo per Il cavaliere dei Sette Regni, ha accennato alle possibilità di uno spin-off su Jon Snow e ha lasciato trapelare qualche tensione con Ryan Condal, showrunner di House of the Dragon. Tutto interessante, certo. Ma niente ha lo stesso peso del romanzo che i fan aspettano da anni.

Una domanda che continua a fare male

Il tema di The Winds of Winter resta un nervo scoperto. Martin non ha dimenticato una domanda ricevuta al WorldCon dello scorso anno, quando un fan gli ha chiesto se, vista l’età, prenderebbe in considerazione l’idea di lasciare il libro a un altro autore. Oggi Martin ha 77 anni e quell’episodio lo ha colpito nel profondo. La sua reazione è stata netta e carica di frustrazione, segno che la pressione esterna è ancora molto forte.

Accanto a questa irritazione c’è però una consapevolezza lucida del tempo che passa. Lo scrittore ha confermato di avere attualmente circa 1.100 pagine già scritte di The Winds of Winter, un numero che ripete da tempo. Quello che cambia, però, è il contenuto. Le pagine non sono fisse, non sono definitive. Martin ha spiegato di lavorare in un continuo processo di revisione, riscrittura e spostamento dell’attenzione da un personaggio all’altro.

George R R Martin

Un processo creativo fatto di riscritture continue

Il metodo di lavoro di Martin è tutt’altro che lineare. Capita spesso che riapra l’ultimo capitolo scritto e decida di rifarlo da capo. A volte una scena non lo convince più, altre volte un personaggio sembra bloccato e allora passa a un altro punto della storia. Se un capitolo su Tyrion non funziona, magari ne inizia uno su Jon Snow. Quando però riesce a concentrarsi senza interruzioni, racconta che prima o poi entra nel flusso giusto.

Anche in condizioni ideali, il ritmo resta lento. Durante la pandemia, Martin si era isolato in una baita con l’obiettivo di scrivere senza distrazioni. Quel periodo ha prodotto molto materiale nuovo, ma anche tanti dubbi. Alcune idee che inizialmente lo avevano entusiasmato sono state accantonate perché rischiavano di cambiare troppo l’equilibrio del romanzo. Questo continuo ripensamento è parte integrante del suo modo di scrivere, ma contribuisce ad allungare i tempi.

Nessuna resa e nessun passaggio di testimone

Nonostante lo stress e le aspettative, Martin ha chiarito che non ha alcuna intenzione di mollare. Abbandonare The Winds of Winter sarebbe, per lui, una sconfitta totale. Il desiderio di finire il libro è ancora forte, anche se il percorso è faticoso. Allo stesso modo, l’idea di affidare la conclusione a un altro autore non è mai stata presa in considerazione.

Se non riuscirà a completare il romanzo per motivi di salute o per la morte, la storia resterà incompiuta. Martin ha detto di accettare questa possibilità, paragonandola al destino del Mistero di Edwin Drood di Charles Dickens. È una prospettiva dura, soprattutto per i lettori, ma è una scelta consapevole.

Nel frattempo, l’universo creato da Martin continuerà a vivere sullo schermo. Il cavaliere dei Sette Regni ha debuttato il 18 gennaio su HBO e HBO Max, offrendo ai fan un nuovo ritorno a Westeros mentre l’attesa per The Winds of Winter andrà avanti, sospesa tra speranza e incertezza.

Patlabor EZY: un teaser trailer annuncia la nuova trilogia anime cinematografica

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Il ritorno di Patlabor non è più solo una promessa nostalgica: Patlabor EZY è ufficialmente realtà.

Il sito ufficiale del progetto ha pubblicato un nuovo teaser trailer e una key visual che rivelano cast, nuovi membri dello staff e una struttura decisamente particolare per il debutto dell’anime.

Parliamo infatti di otto episodi, distribuiti al cinema sotto forma di tre film, con il primo in arrivo già a maggio 2026.

Tre film, otto episodi e una struttura “a dossier”

Patlabor EZY sarà suddiviso in tre uscite cinematografiche:

  • File 1 – 15 maggio 2026;
  • File 2 – 14 agosto 2026;
  • File 3 – marzo 2027.

I primi due film raccoglieranno sei episodi totali, presentati in formato omnibus con storie autoconclusive. Il terzo e ultimo capitolo conterrà invece gli ultimi due episodi, che racconteranno una storia unica divisa in due parti, fungendo da vero e proprio finale.

Una scelta che richiama molto lo spirito investigativo e procedurale della saga originale, fatta di casi, rapporti e interventi sul campo.

Un futuro molto vicino… e molto attuale

La nuova visual è una dichiarazione d’intenti: a sinistra il Patlabor originale, con Noa Izumi e l’iconico AV-98 Ingram; a destra Patlabor EZY, con la nuova protagonista Towa Kuga e l’AV-98Plus Ingram.

La storia è ambientata negli anni 2030, in un Giappone segnato da carenza di manodopera, automazione crescente, intelligenze artificiali sempre più diffuse.

I Labors, un tempo tecnologia all’avanguardia, sono ormai parte della quotidianità e stanno persino venendo sostituiti da robot autonomi. Ma una cosa non cambia: qualcuno deve occuparsi dei crimini legati a queste macchine. Ed è qui che entra in gioco la SV-2, ancora operativa e armata di Ingram aggiornati.

Mecha e fantascienza insomma, ma con i piedi ben piantati nella realtà, come da tradizione Patlabor.

Uno staff che profuma di leggenda

Il progetto è una vera e propria riunione di veterani:

  • Regia: Yutaka Izubuchi (mecha designer storico di Patlabor);
  • Sceneggiatura: Kazunori Itō;
  • Character design: Masami Yuuki;
  • Musiche: Kenji Kawai;
  • Produzione: GENCO;
  • Studio: J.C. Staff;
  • Storia originale: HEADGEAR.

A questi si aggiungono nomi di peso come Akemi Takada per i costumi, Kanetake Ebikawa e Toshiaki Ihara al mechanical design e un comparto CG curato da GAZEN e J.C. Staff.

In pratica Patlabor fatto da chi Patlabor l’ha creato e definito.

Un ritorno atteso da anni

Il progetto Patlabor EZY era stato annunciato addirittura nel 2017, con un pilot mostrato nel 2022 e poi proiettato insieme alle celebrazioni per il 35° anniversario di Patlabor: The Movie nel 2024.

Ora, dopo anni di attesa, il reboot è finalmente pronto a entrare nel vivo.

Perché Patlabor EZY è importante

In un’epoca dominata da mecha iper-spettacolari e battaglie cosmiche, Patlabor resta un unicum: una serie che parla di tecnologia, lavoro, politica e società, usando i robot come strumento narrativo, non come fine.

Patlabor EZY sembra voler raccogliere quell’eredità e aggiornarla al presente, parlando di Intelligenza Artificiale, automazione e futuro del lavoro. E francamente, non poteva esserci momento migliore.

Bentornata, SV-2. Ci sei mancata.

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Il director di Rust offre 25 milioni di dollari ad Amazon per salvare New World: “I giochi non dovrebbero mai morire”

Qualche giorno fa, quando Amazon Game Studios ha annunciato che New World verrà definitivamente chiuso a fine gennaio del prossimo anno, in molti hanno fatto spallucce, rassegnandosi alla cosa, e poi c’è chi invece ha messo sul piatto un’offerta da 25 milioni di dollari per salvare il gioco.

Già, perché mentre l’MMO di Amazon si prepara a spegnere i server e a scomparire dagli store digitali, Alistair McFarlane, COO e director di Facepunch Studios (Rust), ha deciso di intervenire a modo suo: proponendo pubblicamente di comprare New World.

New World: da quasi un milione di giocatori al game over

Al lancio, New World era stato un piccolo fenomeno: quasi un milione di utenti contemporanei su Steam, numeri da vero colosso.

Poi però sono arrivati i problemi: quest poco ispirate, endgame debole, aggiornamenti che non riuscivano a rimettere insieme i pezzi. Il risultato? Un crollo verticale dell’utenza e una lenta agonia.

Ora Amazon ha deciso di staccare la spina a New World: server offline a gennaio; gioco rimosso da tutti gli store; nessuna nuova copia acquistabile.

Game over? Forse no.

L’offerta di Facepunch

In un thread nato quasi per scherzo, McFarlane ha lanciato quella che ha definito una “final offer”: 25 milioni di verdi bigliettoni per acquistare New World da Amazon.

Subito dopo, la chiosa che ha fatto il giro del web: “Games should never die.”

Ora, va detto: il contesto fa pensare che l’offerta possa essere semiseria, se non del tutto ironica. Una collega di Facepunch aveva scherzato sul fatto di non riuscire a convincerlo a comprare il gioco, e da lì è partita la provocazione.

E se non fosse una burla? E se Amazon decidesse di ascoltare?

La vera lezione di Rust: dare il potere alla community

Scherzi a parte, McFarlane ha anche condiviso un’idea molto concreta su come New World avrebbe potuto sopravvivere“Date il controllo alla community. Server pubblici, strumenti aperti. Un gioco può vivere per sempre nelle mani dei giocatori.”

Questa è, di fatto, la filosofia che ha reso Rust quello che è oggi: un ecosistema vivo, spesso caotico, ma sostenuto da una community che crea contenuti, server e regole proprie.

Altri sviluppatori abbracciano l’idea

Il post ha attirato l’attenzione di parecchi nomi noti: Bucky, communications director di Palworld, ha scherzato proponendo di dividere la spesa “se rilasciano la alpha originale di New World come modalità separata”, affermazione a cui McFarlane ha risposto con entusiasmo.

Ma il commento più interessante è arrivato da Simon Collins-Laflamme, creatore di Hytale: “Se ti servono consigli su come comprare giochi cancellati, fammi sapere.”

E lui ne sa qualcosa: dopo la cancellazione di Hytale da parte di Riot Games e la chiusura di Hypixel Studios, Collins-Laflamme ha ricomprato il progetto e lo ha rilanciato in Early Access. Una vera storia di resurrezione videoludica.

Un sogno improbabile ma affascinante

Che l’offerta sia reale o solo una provocazione, il messaggio è chiaro: New World aveva dei problemi, ma aveva anche una community che lo amava.

Era bello da vedere, aveva un combat system interessante e delle battaglie PvP 50v50 davvero spettacolari. Forse non meritava una fine così.

E se davvero un giorno qualcuno decidesse di salvarlo, questa storia potrebbe diventare uno di quei casi da raccontare nei libri di storia dei videogiochi.

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Indiana Jones e quella volta in cui la Lucasfilm ha provato a svilupparne una serie animata

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Per anni, i fan hanno sognato di vedere Indiana Jones muovere il suo frustino anche in versione animata. Ora, grazie a un nuovo report, scopriamo che Lucasfilm aveva effettivamente esplorato l’idea di una serie animata su Indy, insieme a un progetto spin-off live-action.

Nessuno dei due progetti è mai arrivato alla fase di produzione, ma i dettagli emersi offrono un quadro affascinante di ciò che avrebbe potuto essere.

Il progetto animato “Reggie”

Secondo quanto riportato da The Wrap, la serie animata era sviluppata da Rodrigo Blaas, noto ai fan dei generi fantastici per il suo lavoro su Star Wars: Visions. La storia avrebbe seguito Indy in avventure di dimensioni più contenute, collocate tra gli eventi dei film, mostrando il personaggio alle prese con varie peripezie che avrebbero colmato alcune lacune della sua carriera da globetrotter.

Internamente, il progetto aveva il titolo provvisorio “Reggie”, un riferimento nascosto al serpente presente nel velivolo di Jock Lindsay in I predatori dell’arca perduta. L’intento era quello di mantenere il classico stile di Indiana Jones, senza rivoluzionarlo.

harrison ford indiana jones e il quadrante del destino

Lo spin-off live-action su Abner Ravenwood

Sempre secondo il report, Lucasfilm aveva esplorato nel 2022 un’altra idea molto diversa: una serie live-action incentrata su Abner Ravenwood, il mentore di Indy e padre di Marion Ravenwood. I dettagli su questo concept sono scarsi e, come il progetto animato, non ha mai superato la fase iniziale di sviluppo.

Non è chiaro perché entrambe le idee siano state accantonate. Una possibile spiegazione è legata al controllo creativo: Kathleen Kennedy, da sempre estremamente protettiva sui principali franchise di Lucasfilm, ha il potere di fermare qualsiasi progetto che non sembri adeguato sul piano creativo.

Un altro fattore da considerare è la performance al box office recente. Indiana Jones e il quadrante del destino ha faticato a superare i 400 milioni di dollari a livello mondiale durante la sua corsa nel 2023, un segnale chiaro sul livello di interesse attuale per il franchise. Una risposta del genere può rendere più complicato giustificare anche progetti a rischio relativamente basso.

Va anche sottolineato che nessuna delle due serie sembra essere arrivata molto lontano nello sviluppo. Probabilmente si trattava solo di una bozza narrativa o di alcuni artwork preliminari, molto diversa dall’ipotetico progetto Star Wars Underground di George Lucas, per il quale si sarebbero scritte decine di sceneggiature.

Il futuro di Indiana Jones

Nonostante questi ostacoli, Kennedy non sembra pronta a chiudere del tutto il capitolo su Indy. Recentemente ha dichiarato di non avere rimpianti riguardo a Quadrante del destino e ha lasciato aperta la porta per il futuro.

“Non credo che Indy sarà mai finito”, ha affermato. “Ma al momento nessuno è interessato a esplorarlo. Questi film sono senza tempo e Indy non finirà mai.”

Ha inoltre sottolineato che le voci creative originali del franchise hanno ancora voce in capitolo: “Siamo ancora tutti qui”, ha aggiunto, riferendosi a Steven Spielberg, Frank Marshall, Harrison Ford e George Lucas. Quindi, anche se i fan non hanno un voto, c’è ancora speranza che, quando il momento sarà giusto, Indiana Jones torni a muovere il suo frustino, animato o live-action, per vivere qualche nuova avventura.

Una nuova era per Lucasfilm: cosa significa il cambiamento ai vertici per Star Wars

Per anni, Kathleen Kennedy è stata una delle figure più dibattute di Star Wars. Per alcuni fan, è diventata il simbolo di tutto ciò che li frustrava nell’era moderna del franchise. Ora, con l’uscita di Kennedy, Lucasfilm entrerà in una nuova fase sotto un modello di leadership ristrutturato e la grande domanda sarà dove andrà Star Wars da qui.

La fine di un’epoca e la nascita di una nuova leadership

L’uscita di Kennedy segnerà la conclusione di un periodo iniziato quando George Lucas scelse personalmente lei per proteggere la sua azienda, proprio mentre si preparava a venderla a Disney. Lucasfilm adotterà una struttura di co-presidenza, con Dave Filoni a guidare la direzione creativa e Lynwen Brennan a gestire la parte operativa. Filoni, considerato l’erede creativo di Lucas, apporterà la propria visione al franchise, mentre Brennan garantirà stabilità operativa e gestione efficiente. Questa nuova struttura permetterà allo studio di perseguire progetti ambiziosi senza sacrificare la coerenza e la qualità.

Filoni e Brennan: un equilibrio tra creatività e gestione

Filoni continuerà a fungere da bussola creativa per la televisione e il cinema di Lucasfilm, supportando showrunner come Jon Favreau e supervisionando nuovi progetti. La sua attenzione alla lore e alla continuità lo renderà il punto di riferimento per i fan di lunga data, mentre Brennan manterrà il controllo delle operazioni quotidiane, assicurando che i progetti vengano completati senza intoppi.

Questo equilibrio permetterà a Lucasfilm di concentrarsi su progetti cinematografici e televisivi senza sovraccaricare il brand, mantenendo alta la qualità delle produzioni.

I progetti futuri e la strategia cinematografica

Sotto la guida di Filoni e Brennan, Lucasfilm si concentrerà maggiormente sul cinema, riducendo gradualmente il peso delle produzioni televisive. I film come The Mandalorian & Grogu e Starfighter fungeranno da test per il nuovo approccio: produzioni a budget moderato pensate per essere redditizie e per attirare nuovi spettatori.

Progetti già in sviluppo includono sceneggiature di Taika Waititi e Donald Glover, mentre The Dawn of the Jedi di James Mangold e Beau Willimon resterà temporaneamente in pausa, pronta a essere rilanciata in futuro. L’obiettivo sarà trasformare ogni uscita cinematografica in un vero evento atteso dai fan, senza saturare il brand con troppe produzioni TV.

Il futuro di Star Wars sotto la nuova guida

Filoni e Brennan erediteranno una base più solida rispetto a quella trovata dalla Kennedy. I progetti futuri saranno pensati per equilibrare l’appeal verso i nuovi fan e il rispetto per il pubblico storico, con un approccio misurato e sostenibile.

Starfighter sarà il primo grande test della nuova era, programmato per il 50° anniversario di Star Wars, con un cast destinato a connettere i fan più giovani e gli spettatori storici. La strategia sarà quella di creare eventi cinematografici memorabili, evitando sprechi e sovraccarichi produttivi, e garantendo al franchise un futuro duraturo e coerente.

Universal vorrebbe Dwayne Johnson per La Mummia 4 e un nuovo film su Il Re Scorpione

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Universal Pictures starebbe guardando con decisione al proprio passato per rilanciare uno dei suoi franchise più iconici. La saga de La Mummia, resa celebre dal ciclo con Brendan Fraser, sarebbe pronta a tornare con un quarto capitolo, e al centro delle discussioni ci sarebbe anche un nome che i fan ricordano bene: Dwayne Johnson. L’idea sarebbe quella di riportare in gioco Mathayus, il personaggio noto come Il Re Scorpione, aprendo la strada non solo a un ritorno nella saga principale, ma anche a un progetto autonomo.

Dopo anni in cui Universal ha puntato su nuovi universi e riletture moderne, il clima sembra cambiato. Il pubblico continua a mostrare affetto per i grandi franchise avventurosi degli anni Duemila, e lo studio starebbe valutando una strategia che unisca nostalgia e ambizione blockbuster, rimettendo insieme volti storici e nuove prospettive narrative.

Il possibile ritorno di Dwayne Johnson come Mathayus

Secondo quanto riportato dall’insider Daniel Richtman, Universal avrebbe messo gli occhi su Dwayne Johnson per un ritorno nel ruolo che ha segnato l’inizio della sua carriera cinematografica. L’idea non si limiterebbe a una semplice apparizione: lo studio starebbe tentando di coinvolgerlo in più di un progetto, tra La Mummia 4 e un nuovo film dedicato a Il Re Scorpione.

Richtman ha spiegato che Universal vorrebbe Johnson almeno per un cameo nel prossimo capitolo de La Mummia, mentre parallelamente starebbe lavorando a un rilancio del personaggio di Mathayus con un film tutto suo. Non è chiaro quanto sarebbe estesa la sua presenza nella saga principale, ma anche una breve apparizione avrebbe un forte valore simbolico per i fan storici.

Johnson, dal canto suo, non ha mai escluso del tutto questa possibilità. In una recente dichiarazione, l’attore ha detto che sarebbe aperto a un ritorno, sottolineando però che La Mummia resta prima di tutto il franchise di Brendan Fraser, verso il quale nutre grande stima e affetto. Ha anche ricordato come quel ruolo abbia cambiato la sua vita, lasciando intendere che un ritorno avrebbe per lui un significato personale.

La Mummia 4 tra nostalgia e nuovi registi

Il quarto capitolo de La Mummia rappresenterebbe un momento chiave per la saga. Universal ha già confermato il ritorno di Brendan Fraser e Rachel Weisz nei ruoli di Rick ed Evelyn O’Connell, una notizia che da sola basterebbe a riaccendere l’interesse del pubblico.

Alla regia ci sarebbero Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, il duo noto come Radio Silence, già dietro a titoli come Ready or Not, Scream e Abigail. Una scelta che suggerisce un approccio più moderno, forse leggermente più cupo, ma sempre radicato nell’avventura classica che ha definito la saga.

Se il coinvolgimento di Johnson dovesse concretizzarsi, La Mummia 4 potrebbe diventare un vero punto d’incontro tra passato e presente, un film capace di celebrare l’eredità della serie e allo stesso tempo rilanciarla verso un nuovo ciclo.

Un nuovo Il Re Scorpione per rilanciare il franchise

Oltre a La Mummia 4, Universal starebbe valutando seriamente un nuovo film su Il Re Scorpione, potenzialmente pensato come un reboot moderno con Dwayne Johnson nuovamente protagonista. Il primo Il Re Scorpione, uscito nel 2002, è stato fondamentale per trasformare Johnson da star del wrestling a attore di primo piano a Hollywood.

Un ritorno di Mathayus, oggi, avrebbe un peso diverso. Johnson è ormai una delle figure più riconoscibili del cinema commerciale, e la sua presenza potrebbe dare al progetto una risonanza globale immediata. Allo stesso tempo, Universal dovrebbe trovare il giusto equilibrio tra rispetto per l’originale e rinnovamento, evitando una semplice operazione nostalgia.

Per ora, lo studio mantiene il massimo riserbo. Ma se davvero si stesse lavorando a un accordo multi-film con Johnson, le sabbie del deserto potrebbero presto muoversi di nuovo. E questa volta, il ritorno de La Mummia e de Il Re Scorpione potrebbe segnare l’inizio di una rinascita completa del franchise.

E se Cloudflare lasciasse davvero l’Italia? Uno scenario tutt’altro che fantascientifico

L’idea che uno dei pilastri dell’infrastruttura di Internet possa abbandonare un intero Paese europeo sembra assurda. Eppure, dopo lo scontro frontale tra Cloudflare e Agcom sul funzionamento di Piracy Shield, questa ipotesi non è più solo teoria da addetti ai lavori.

La sanzione da 14 milioni di euro inflitta dall’authority italiana e le successive dichiarazioni pubbliche del CEO Matthew Prince hanno aperto un vaso di Pandora: cosa succederebbe davvero se Cloudflare decidesse di fare le valigie e spegnere i server italiani?

Spoiler: non sarebbe un problema “solo per Cloudflare”.

Perché questo scontro è diverso da tutti gli altri

Non siamo davanti al classico contenzioso. Qui il punto è più profondo: il ruolo stesso delle infrastrutture globali di Internet e i limiti dell’intervento nazionale.

Prince ha parlato apertamente di:

  • ritiro dei servizi gratuiti di sicurezza informatica;
  • stop al supporto cyber per eventi critici come Milano-Cortina;
  • chiusura dei data center italiani;
  • cancellazione di investimenti e uffici futuri;

Tradotto: un disimpegno strutturale, non simbolico.

Ed è qui che il problema smette di essere politico e diventa sistemico.

Che cosa fa davvero Cloudflare (e perché è ovunque)

Cloudflare non è “un sito”, né un semplice fornitore di servizi. È una Content Delivery Network (CDN), cioè una rete globale di server che rende Internet più veloce, più stabile, più sicura.

Ogni volta che un sito si carica in pochi istanti, che un servizio regge milioni di accessi simultanei o che un attacco informatico viene bloccato prima di fare danni, molto spesso c’è di mezzo una CDN.

Cloudflare opera in oltre 125 Paesi, è interconnessa con migliaia di reti e viene usata da decine di milioni di siti, inclusi colossi come piattaforme social, servizi di streaming, fintech e strumenti di lavoro quotidiano.

In Italia, la sua presenza fisica passa da data center strategici a Milano, Roma e Palermo, integrati direttamente con diversi provider nazionali.

Toglierli di mezzo non significa “spostare un server”: significa allungare i percorsi dei dati, aumentare la latenza e ridurre la resilienza della rete.

Il vero nervo scoperto: la sicurezza informatica

C’è un motivo se Prince insiste sul tema cyber security. Cloudflare è uno dei principali scudi globali contro gli attacchi DDoS, oggi tra le armi preferite di gruppi criminali e attori statali.

In Italia il problema è tutt’altro che teorico:

  • oltre la metà degli incidenti di sicurezza recenti riguarda attacchi DDoS;
  • il nostro Paese è statisticamente più colpito della media globale;

Le CDN moderne non servono solo a “far caricare prima i siti”, ma ad assorbire e deviare traffico malevolo prima che colpisca aziende, ospedali, media e infrastrutture pubbliche.

Perdere uno dei principali attori in questo campo significa alzare il livello di rischio, non abbassarlo.

“Se Cloudflare abbandona l’Italia arriverà qualcun altro”: davvero?

In teoria sì. In pratica, no.

Il problema non è Cloudflare in sé, ma il precedente. Se un operatore globale viene obbligato a intervenire su contenuti a livello planetario per rispettare un sistema nazionale che genera blocchi errati
colpisce servizi legittimi ed espone a sanzioni milionarie, perché mai un altro fornitore dovrebbe correre lo stesso rischio?

Il messaggio che passa è semplice e devastante: operare in Italia è imprevedibile.

Una vittoria contro la pirateria, una sconfitta per Internet?

La lotta alla pirateria è un obiettivo legittimo. Ma quando gli strumenti scelti finiscono per indebolire l’infrastruttura digitale, il conto arriva comunque.

Un Internet più lento, meno sicuro e meno attrattivo per gli investimenti non è una punizione per le Big Tech: è un problema per aziende, cittadini e pubbliche amministrazioni.

La vera domanda, a questo punto, non è se Cloudflare bluffi o meno. La domanda è: ne vale davvero la pena?

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Non solo selfie “ghiblizzati”: dal Giappone il video anime che omaggia la visita di Giorgia Meloni

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Sì, è successo davvero: in Giappone hanno realizzato un video in stile anime dedicato alla visita ufficiale di Giorgia Meloni, filmato con tanto di accompagnamento musicale. Un omaggio che non passa inosservato, soprattutto per chi conosce quanto il linguaggio simbolico e culturale conti, nel Paese del Sol Levante, almeno quanto quello politico.

Ma il vero dettaglio che ha colpito pubblico e commentatori giapponesi non è stato tanto lo stile del video quanto una singola parola pronunciata dalla premier italiana: ganbaru.

Ganbaru: una parola semplice, con un significato molto profondo

Ganbaru è uno di quei termini giapponesi che non si lasciano tradurre davvero. Letteralmente può significare “resistere”, “impegnarsi”, “tenere duro”, ma fermarsi a questo è riduttivo.

Nel contesto culturale giapponese, ganbaru rappresenta:

  • la perseveranza morale;
  • la capacità di andare avanti senza lamentarsi;
  • il rispetto per il proprio dovere, anche quando è faticoso;
  • la dignità nello sforzo, indipendentemente dal risultato;

Non parla di successo immediato. Non promette vittorie. Parla di disciplina, responsabilità e coerenza.

Quando in Giappone si dice Ganbatte! (頑張って), non si sta dicendo “forza, vincerai”, ma qualcosa di molto più profondo: “So che è difficile. Continua. È il tuo impegno che conta.”

Perché in Giappone sono rimasti colpiti (almeno così sembra)

Il punto chiave è questo: ganbaru non è uno slogan motivazionale, ma un principio culturale. Usarlo nel modo corretto – e soprattutto nel contesto giusto – segnala una conoscenza reale, non superficiale, del Paese che ti ospita.

Quando qualcuno che non è giapponese pronuncia ganbaru: dimostra rispetto autentico per la cultura nipponica; comunica valori condivisi come costanza, affidabilità e sacrificio; manda un messaggio di credibilità, non di spettacolo.

Ed è qui che il gesto diventa politico, ma nel senso più sottile e potente del termine: non propaganda (speriamo), bensì connessione culturale.

Un dettaglio studiato, non casuale

In Giappone nulla è davvero “detto per caso”, soprattutto in ambito istituzionale. Il fatto che quella parola sia stata notata, apprezzata e poi trasformata in un racconto visivo in stile anime dice molto su come sia stata percepita la visita.

Non come una passerella diplomatica, ma come un momento di sintonizzazione valoriale.

Ed è probabilmente per questo che quel video funziona: non celebra una persona, ma un concetto. La perseveranza. Il “tenere duro”. Il ganbaru, appunto.

Kathleen Kennedy non rimpiange Indiana Jones e il quadrante del destino e crede che Indy non finirà mai

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Nonostante Indiana Jones e il quadrante del destino non sia riuscito a diventare il grande trionfo che Lucasfilm sperava, Kathleen Kennedy non mostra alcun ripensamento sulla scelta di realizzare il film. La presidente uscente dello studio ha ribadito di non avere rimpianti per aver riportato Indiana Jones sul grande schermo e, soprattutto, di non credere affatto che l’iconico archeologo con cappello e frusta sia arrivato davvero alla fine del suo viaggio.

Parlando con Deadline, Kennedy ha affrontato senza giri di parole la ricezione del film e i risultati al botteghino, inferiori alle aspettative e sotto i 400 milioni di dollari a livello globale. Secondo la produttrice, però, la decisione di realizzare Il quadrante del destino non è mai stata guidata dai numeri, ma da una motivazione molto più personale.

La scelta di realizzare Indiana Jones e il quadrante è stata fatta per Harrison Ford

La Kennedy ha spiegato che il vero motore del progetto è stato Harrison Ford. L’attore desiderava fortemente tornare a vestire i panni di Indiana Jones per un’ultima avventura e non voleva che il personaggio si congedasse definitivamente con Il regno del teschio di cristallo.

Secondo Kennedy, offrire a Ford questa possibilità era la cosa giusta da fare, indipendentemente dall’esito commerciale. Il quarto capitolo della saga, uscito nel 2008, è stato a lungo considerato il punto più debole di una serie leggendaria. Il quadrante del destino non ha completamente ribaltato questa percezione per tutti gli spettatori, ma ha rappresentato comunque un atto di rispetto verso l’attore e verso il personaggio che ha interpretato per decenni.

In quest’ottica, il film non è stato pensato come un’operazione nostalgica fine a se stessa, ma come un’occasione per dare a Indiana Jones una chiusura più sentita dal suo interprete storico.

Indiana Jones oltre il box office

Quando si parla del futuro del personaggio, Kennedy evita promesse definitive o smentite categoriche. La sua visione è più ampia e guarda oltre i singoli cicli cinematografici. Per lei, Indiana Jones è un’icona senza tempo, destinata a sopravvivere a qualsiasi fase industriale o risultato economico.

Secondo la produttrice, al momento non ci sarebbe un interesse concreto nel tornare subito a esplorare nuove storie cinematografiche di Indy, ma questo non significa che il personaggio sia destinato a sparire. Anzi, Kennedy è convinta che Indiana Jones non sarà mai davvero “finito”, perché appartiene a una dimensione mitica del cinema, capace di riemergere quando le condizioni creative lo permetteranno.

Un altro elemento chiave è il fatto che il nucleo creativo originale è ancora presente. Kathleen Kennedy ha ricordato come Steven Spielberg, Frank Marshall, George Lucas e lo stesso Harrison Ford siano ancora coinvolti e in grado di decidere se e quando riportare Indiana Jones in una nuova avventura.

Un’eredità che continua a vivere

Indiana Jones è entrato nella storia del cinema con I predatori dell’arca perduta, dando vita a una delle saghe più amate di sempre. I successivi Il tempio maledetto e L’ultima crociata hanno consolidato il personaggio come uno degli eroi più riconoscibili e duraturi del grande schermo.

Anche nei momenti meno fortunati, Indy non è mai scomparso davvero. Negli anni Novanta ha trovato spazio in televisione con Le avventure del giovane Indiana Jones, mentre di recente il personaggio è tornato a nuova vita nel mondo dei videogiochi con Indiana Jones e l’antico Cerchio, dimostrando che l’interesse del pubblico è ancora vivo, anche al di fuori del cinema.

Le parole di Kathleen Kennedy lasciano quindi intendere che Il quadrante del destino non rappresenterà una chiusura definitiva. Che sia sul grande schermo, su una console o in una forma ancora inaspettata, l’avventura di Indiana Jones sembra destinata a continuare, prima o poi, seguendo strade diverse ma fedeli allo spirito originale del personaggio.

Red Dead Redemption: Xbox finalmente rimborsa i giocatori dopo il caos dell’upgrade

Dopo mesi di confusione e polemiche, i giocatori Xbox di Red Dead Redemption stanno finalmente ricevendo i rimborsi promessi.

Una storia che parte da un upgrade discutibile e finisce (forse) con Xbox che si prende le sue responsabilità.

Un upgrade che nessuno aveva davvero chiesto

Da tempo si vocifera che Rockstar Games stia lavorando a una vera versione current-gen di Red Dead Redemption 2, capace di portare console Xbox Series X|S e PS5 allo stesso livello della versione PC.

Proprio per questo, l’annuncio improvviso di un upgrade per il primo Red Dead Redemption, arrivato a novembre dello scorso anno, ha lasciato parecchi fan perplessi.

Un aggiornamento percepito da molti come superfluo, ma che ha fatto infuriare davvero l’utenza Xbox.

Il problema su Xbox Series X

Rockstar aveva promesso che l’upgrade sarebbe stato gratuito per chi possedeva già una copia digitale del gioco. Peccato che, su Xbox Series X, per moltissimi utenti questo non sia successo.

Risultato?

Giocatori costretti a pagare di nuovo l’upgrade, mentre Rockstar e Xbox iniziavano un classico scaricabarile, rimpallandosi la colpa del problema senza una soluzione concreta.

Se avete pagato l’upgrade, potreste avere un rimborso in arrivo

A distanza di quasi due mesi, qualcosa finalmente si è mosso.

Come segnalato da RockstarINTEL, l’utente Reddit SaucyChief ha condiviso un messaggio ricevuto direttamente dall’assistenza Xbox.

Nel messaggio si legge chiaramente: “Red Dead Redemption era pensato per essere gratuito per chi aveva già acquistato una copia digitale del gioco.”

Subito dopo, arriva la conferma che il rimborso per l’upgrade è stato emesso.

Nice Gesture from Xbox!
byu/SaucyChief inxbox

Di chi era davvero la colpa?

Il dettaglio più interessante è che il rimborso arriva direttamente da Xbox, non da Rockstar.

Un elemento che sembra chiudere definitivamente la questione: il problema non era dovuto a Rockstar, ma legato alla gestione dell’upgrade sullo store Xbox.

Una conclusione che molti sospettavano già da tempo, ma che ora trova finalmente una conferma ufficiale.

Fine della storia (forse)

Vale dunque la pena controllare email e notifiche dell’account Microsoft nel caso abbiate pagato l’upgrade di Red Dead Redemption su Xbox Series X nonostante il gioco fosse già vostro. Potreste trovare una bella sorpresa ad attendervi.

Certo, resta l’amaro in bocca per una gestione poco chiara e per un upgrade che, onestamente, pochi sentivano come necessario. Ma almeno, questa volta, il far west digitale sembra aver trovato un minimo di giustizia.

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ASUS TUF Gaming BE9400: arriva il router WiFi 7 pensato per chi gioca sul serio

ASUS espande la famiglia TUF Gaming con un nuovo alleato per chi pretende prestazioni solide, latenza minima e stabilità assoluta: si chiama TUF Gaming BE9400 ed è un router Tri-Band WiFi 7 progettato per affrontare senza paura gaming online, streaming ad alta risoluzione e case sempre più piene di dispositivi connessi.

Dietro al classico design robusto TUF si nasconde una piattaforma di nuova generazione capace di raggiungere velocità complessive fino a 9400 Mbps, con una gestione intelligente del traffico che strizza l’occhio soprattutto ai gamer.

WiFi 7 tri-band: più banda, meno lag

Il vero punto di forza del TUF Gaming BE9400 è il supporto completo allo standard WiFi 7, con Multi-Link Operation (MLO) attivo sulle bande 2,4 GHz, 5 GHz e 6 GHz. In pratica, il router può usare più bande contemporaneamente (o passare da una all’altra in modo dinamico) per ridurre la latenza e aumentare la stabilità della connessione.

Il risultato è una copertura che arriva fino a 230 metri quadrati, ideale per abitazioni moderne, setup gaming complessi, streaming 4K e smart home affollate di dispositivi IoT. A completare il quadro troviamo canali ultra-ampi da 320 MHz e modulazione 4096-QAM, che permettono di spremere ogni singolo megabit disponibile.

Una porta dedicata al gaming

ASUS sa bene che, per un gamer, non tutte le porte sono uguali. Ecco perché il BE9400 integra quattro porte LAN da 2,5G e una porta WAN 2,5G, con una LAN ottimizzata specificamente per il gaming online.

Tra le funzioni pensate per chi gioca troviamo:

  • Gaming Port dedicata, per dare priorità automatica al traffico di gioco;
  • OpenNAT, per aprire le porte in pochi click e dire addio ai problemi di matchmaking;
  • Mobile Game Mode, attivabile con un tocco dall’app;
  • supporto al tethering USB 4G/5G, utile come backup di emergenza.

Che si tratti di una partita classificata, di uno streaming o di un download pesante in background, il router gestisce il traffico senza colli di bottiglia.

 

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Smart home, sicurezza, VPN, robustezza e affidabilità

Il TUF Gaming BE9400 non è solo muscoli e velocità. Grazie all’app ASUS Router, la gestione della rete è semplice anche per chi non vuole perdersi nei menu avanzati. Con Smart Home Master è possibile creare fino a tre SSID separati per dispositivi IoT, bambini, VPN o reti MLO.

Sul fronte sicurezza, ASUS punta su:

  • AiProtection con protezione in tempo reale;
  • Safe Browsing di livello commerciale;
  • Supporto fino a 30 client VPN con protocolli come WireGuard, OpenVPN e IPSec.

Il tutto è compatibile con AiMesh WiFi 7, per espandere la rete in modo modulare e senza interruzioni, mantenendo le prestazioni elevate in ogni angolo della casa.

Come ogni prodotto della linea TUF, anche il BE9400 è costruito per durare. Materiali robusti, firmware aggiornabile e una filosofia orientata alla stabilità fanno di questo router una scelta pensata per accompagnare il setup gaming per anni, non solo per la prossima stagione competitiva.

 

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Disponibilità e prezzo

Il TUF Gaming BE9400 è disponibile sull’eShop ASUS Italia, presso gli ASUS Gold Store, i rivenditori Powered by ASUS e i principali partner commerciali, al prezzo consigliato di 195 euro.

Una cifra interessante per chi vuole fare il salto al WiFi 7 senza rinunciare a funzioni pensate specificamente per il gaming.

Wolfenstein 3 sarebbe in sviluppo da MachineGames dopo Indiana Jones e l’Antico Cerchio

Dopo aver chiuso i lavori su Indiana Jones e l’Antico Cerchio, sembra proprio che MachineGames sia pronta a tornare a uno dei suoi franchise più iconici. Secondo nuove indiscrezioni, lo studio svedese avrebbe infatti avviato lo sviluppo di Wolfenstein 3, nuovo capitolo principale della celebre saga sparatutto.

Al momento non c’è ancora un annuncio ufficiale, ma le voci arrivano da fonti piuttosto affidabili e stanno già facendo eccitare non poco il fandom affezionato a B.J. Blazkowicz.

Wolfenstein 3: cosa sappiamo finora

A lanciare la notizia è stata Windows Central, secondo cui il prossimo Wolfenstein sarebbe ufficialmente in lavorazione. Poco dopo, anche Kotaku ha confermato l’informazione citando fonti interne vicine al progetto.

Nessuno dei due siti ha condiviso dettagli concreti su trama o gameplay, ma un punto sembra chiaro: MachineGames sarebbe nuovamente al comando dello sviluppo, una notizia che da sola basta a riaccendere l’hype.

Se confermato, si tratterebbe del primo vero passo avanti per la serie dopo Wolfenstein: Youngblood del 2019.

Ritorno alle origini o sguardo al futuro?

Wolfenstein: Youngblood era uno spin-off canonico ambientato circa vent’anni dopo The New Colossus, con protagoniste le figlie gemelle di Blazkowicz alla ricerca del padre scomparso. Un’idea interessante, ma che ha diviso parecchio la community, soprattutto se paragonata all’accoglienza entusiastica riservata a The New Order e The New Colossus.

Il finale di Youngblood, inoltre, aveva lasciato aperta una prospettiva decisamente intrigante, accennando all’ascesa di un Quarto Reich.

Ed è qui che nasce il grande interrogativo su Wolfenstein 3: continuità o reboot narrativo?

Il nuovo capitolo proseguirà quella linea temporale, esplorando le conseguenze del finale di Youngblood? Oppure MachineGames deciderà di riportarci indietro, rimettendo al centro B.J. Blazkowicz e la sua guerra contro i nazisti in una fase precedente?

Per ora non ci sono risposte, ma entrambe le opzioni hanno un enorme potenziale narrativo.

Wolfenstein 2

Un franchise che si risveglia

Il tempismo di queste voci non è casuale. Lo scorso anno è stata annunciata anche una serie TV di Wolfenstein per Amazon Prime Video dagli stessi produttori di Fallout, segno che Bethesda sta tornando a investire seriamente nel brand su più fronti.

Tuttavia, è bene ribadirlo: Bethesda non ha ancora confermato ufficialmente Wolfenstein 3, quindi finché non arriverà un reveal vero e proprio, siamo nel territorio delle indiscrezioni.

E Indiana Jones?

Seppur eccitante, questa notizia, però, porta con sé anche una piccola delusione: se MachineGames è davvero concentrata su Wolfenstein, un seguito di Indiana Jones e l’Antico Cerchio non sembra destinato ad arrivare a breve. Un peccato per chi sperava in un annuncio rapido, ma forse un sacrificio necessario per rivedere in azione uno degli FPS più amati degli ultimi anni.

Per chi aspetta da tempo di scoprire il futuro della saga, questo è comunque il segnale più incoraggiante degli ultimi anni. Ora non resta che attendere la conferma ufficiale… e prepararsi a tornare a combattere.