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Il live-action di Oceania affonda al botteghino e si avvicina al disastro di Biancaneve

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Disney sperava in un’estate trionfante, ma il remake live-action di Oceania ha deluso tutte le aspettative. Il film con Catherine Laga’aia nei panni di Vaiana e Dwayne Johnson di ritorno come Maui ha debuttato nelle sale nordamericane il weekend del 10-12 luglio con soli 43 milioni di dollari, lontanissimo dalle previsioni iniziali che indicavano tra i 60 e i 75 milioni. Sommando i mercati internazionali, il totale globale del weekend di apertura si ferma a 95 milioni di dollari. Con un budget di produzione di 250 milioni di dollari, a cui si aggiungono le spese di marketing stimate in altri 100 milioni, il film rischia di perdere tra i 100 e i 125 milioni di dollari al termine della sua corsa cinematografica.

In Italia il film non è ancora uscito: dopo la presentazione al Giffoni Film Festival, la data di uscita nelle sale italiane è stata spostata al 19 agosto 2026.

I numeri del flop e il confronto con i remake Disney precedenti

Per dare un’idea della portata della delusione, basta confrontare il debutto di Oceania con quello degli altri remake live-action Disney di successo. Il Re Leone aveva aperto con 191 milioni di dollari solo in Nord America, La Bella e la Bestia con 174 milioni, Aladdin con 91 milioni. L’unico precedente paragonabile nella categoria dei flop è Biancaneve del 2025, che aveva debuttato con 87 milioni di dollari a livello globale. Lilo e Stitch, invece, aveva appena superato il miliardo di dollari, dimostrandosi un successo clamoroso. Oceania si posiziona al di sotto anche di Biancaneve, nonostante parta da un franchise considerato molto più forte.

La critica non ha aiutato: su Rotten Tomatoes il film ha ottenuto un punteggio del 36%, con recensioni che oscillano tra chi lo definisce “il miglior live-action Disney di sempre” e chi lo bolla come “privo di anima” e paragonabile a un prodotto generato dall’intelligenza artificiale. Il pubblico che è andato in sala è stato più generoso, con un voto di A su CinemaScore (A+ tra gli Under 18), ma il passaparola non è stato sufficiente a portare nuovi spettatori.

Oceania

Perché Oceania ha fallito: tre fattori determinanti

Gli analisti indicano almeno tre ragioni principali. La prima è il tempismo sbagliato: il live-action arriva a meno di due anni da Oceania 2, il sequel animato che nel novembre 2024 aveva incassato oltre un miliardo di dollari, stabilendo un record storico. Molti spettatori si trovano a dover ripagare un biglietto per rivedere sostanzialmente la stessa storia della pellicola originale del 2016, senza che il live-action offra qualcosa di realmente nuovo. Al contrario, i remake di successo come Il Re Leone e La Bella e la Bestia erano arrivati a distanza di oltre vent’anni dagli originali, cavalcando la nostalgia di adulti che avevano visto i film da bambini.

La seconda ragione è il marketing poco convincente: i trailer non hanno mai trasmesso la sensazione di trovarsi davanti a un’esperienza davvero diversa dall’originale, insistendo soprattutto sulla somiglianza con l’animazione senza aggiungere una ragione visivamente o narrativamente nuova per tornare in sala. A questo si è aggiunta la terza ragione: le polemiche virali sul look di Johnson come Maui, con la parrucca e la tuta senza capezzoli che hanno alimentato meme e ironia online nelle settimane precedenti all’uscita, non generando hype positivo ma al contrario contribuendo a un clima di scetticismo.

Disney rallenterà la strategia dei live-action?

Il risultato di Oceania alimenta interrogativi sul futuro della strategia di remake Disney, che pure ha garantito incassi miliardari negli anni passati. Lo studio non sembra intenzionato a fermarsi: il sequel di Lilo e Stitch è già stato approvato, un live-action di Rapunzel è in sviluppo e il progetto Hercules non è stato ufficialmente cancellato. Ma dopo Biancaneve e ora Oceania, è evidente che il pubblico non si presenta in sala automaticamente solo perché Disney mette in cartellone un classico in versione real. La nostalgia ha un valore, ma non è infinita, e sempre più spettatori sembrano disposti ad aspettare l’arrivo del film su Disney+ piuttosto che comprare un biglietto per qualcosa che non trasmette la sensazione di essere un’esperienza cinematografica davvero necessaria.

Odissea: Nolan risponde alle dichiarazioni virali di Damon – “Non sono d’accordo”

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Quando Matt Damon ha dichiarato che girare Odissea potrebbe essere stata “l’ultima occasione” per lavorare a un film di questo tipo, le sue parole hanno generato una discussione ampia e accesa nel mondo del cinema. Il timore che l’era del grande cinema epico, girato su pellicola e in giro per il mondo, stia tramontando di fronte all’avanzata del digitale e dell’intelligenza artificiale è un sentimento condiviso da molti. Ma Christopher Nolan non ci sta, e lo dice chiaramente.

In un’intervista rilasciata a The Telegraph, mentre Odissea si prepara a entrare nelle sale italiane il 16 luglio 2026 — un giorno prima del debutto americano — il regista ha risposto alle parole del suo protagonista con garbo ma senza ambiguità.

“C’è qualcosa di rinunciatario in quella visione”

Nolan ha spiegato di comprendere il punto di vista di Damon, riconoscendo che effettivamente è passato molto tempo dall’ultima volta che qualcuno ha realizzato un film di questa portata con questi metodi. Ma si è fermato lì: “Penso di capire cosa intendesse, perché sembra davvero passato molto tempo da quando qualcuno ha realizzato un film così, in questo modo, viaggiando per il mondo, mettendo insieme un cast di migliaia di persone e via dicendo.”

“Ma c’è qualcosa di rinunciatario nel vederla in questo modo, con cui non sono d’accordo. Penso che il cinema sia vitale, essenziale e continui a trasformarsi. Ci sono tutte queste grandi nuove voci giovani nel cinema, che si stanno appropriando del medium e lo stanno portando avanti.”

Una risposta che riflette la posizione che Nolan ha difeso per tutta la sua carriera: quella di chi crede nel cinema come esperienza collettiva in sala, nella pellicola fisica, negli effetti pratici, nella capacità del grande schermo di fare cose che nessun altro medium può fare. Per Odissea, ha sviluppato con IMAX nuove attrezzature che hanno reso possibile girare anche scene di dialogo ravvicinate nel grande formato, compreso un involucro insonorizzante per le cineprese chiamato “blimp”. Ha impressionato oltre 2 milioni di piedi di pellicola in 91 giorni di riprese, su set sparsi tra Italia, Grecia, Marocco, Islanda, Spagna e Scozia.

L’Odissea

Il film che Nolan aspettava da vent’anni

C’è un dettaglio biografico che rende Odissea ancora più significativo nella filmografia di Nolan: nel 2004 gli fu offerta la regia di Troy, il kolossal sulla guerra di Troia con Brad Pitt, ma scelse di dedicarsi a Batman Begins. Due decenni dopo, il mondo omerico torna nella sua carriera in forma ancora più ambiziosa: non la guerra di Troia, ma il viaggio di ritorno di Odisseo, uno dei racconti fondativi della letteratura occidentale.

Nel corso della promozione del film, Nolan ha anche risposto con sicurezza ad altre polemiche emerse attorno al progetto, definendo le critiche ricevute “irrilevanti” e difendendo la scelta di far parlare i personaggi in inglese moderno invece di tentare un dialetto antico, ritenendola la soluzione che meglio serve il pubblico contemporaneo. Le prime reazioni di critica e pubblico, arrivate dopo la premiere londinese, sembrano dargli ragione: “trionfo assoluto” e “capolavoro senza difetti” sono tra le definizioni più ricorrenti.

Che si condivida l’ottimismo di Nolan o la malinconia di Damon, sentire uno dei registi più influenti del nostro tempo esprimere fiducia nel futuro del cinema è qualcosa di cui il settore aveva probabilmente bisogno. E Odissea, con il suo debutto nelle sale italiane il 16 luglio, potrebbe essere l’argomento più convincente a sostegno di quella tesi.

La Fine di Oak Street: il regista risponde alle teorie sul collegamento con Cloverfield – “Ci sono certamente alcune risposte”

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Da quando è uscito il primo teaser trailer di La Fine di Oak Street, i fan di tutto il mondo si sono messi a setacciarlo fotogramma per fotogramma alla ricerca di indizi su un possibile collegamento con l’universo di Cloverfield. Il lampo di luce misterioso, l’evento cosmico inspiegabile, le creature preistoriche gigantesche e soprattutto la presenza di J.J. Abrams come produttore hanno alimentato settimane di speculazioni. Ora il regista e sceneggiatore David Robert Mitchell ha risposto alle voci, senza però chiarire molto.

Il film, diretto da Mitchell, già autore di It Follows e Under the Silver Lake, arriverà nelle sale italiane il 12 agosto 2026, due giorni prima del debutto nordamericano, distribuito da Warner Bros. Pictures. Prodotto da Abrams attraverso Bad Robot, è ambientato negli anni Ottanta e vede protagonisti Anne Hathaway ed Ewan McGregor nel ruolo dei genitori della famiglia Platt, affiancati dai giovani Maisy Stella e Christian Convery. La colonna sonora è firmata da Michael Giacchino.

Mitchell risponde alle teorie Cloverfield: “Ho scritto la sceneggiatura prima di parlare con J.J.”

In un’intervista rilasciata a SFX Magazine, Mitchell ha scelto di non smentire né confermare nulla, lasciando il campo aperto: “Ecco cosa posso dirvi. Ho scritto la sceneggiatura prima di aver mai parlato personalmente con J.J. Potete trarne le conclusioni che preferite.”

Una risposta che non conferma nulla ma che, allo stesso tempo, non chiude nessuna porta. Anzi, fornisce ulteriore materiale al dibattito. Se Mitchell aveva già scritto la storia prima che Abrams si unisse al progetto, cosa rende il film così simile all’estetica Cloverfield? La domanda resta aperta.

Mitchell ha anche anticipato che il film offrirà risposte concrete su cosa sia realmente accaduto a Oak Street, pur mantenendo il suo approccio volutamente reticente: “Ci sono certamente alcune risposte lì dentro.” Per poi aggiungere: “Non voglio spiegare troppo. E penso che sia una cosa soggettiva stabilire se qualcuno abbia abbastanza spiegazioni, ma credo che sia così.”

La trama e le teorie dei fan

La storia segue la famiglia Platt dopo che un “misterioso evento cosmico” strappa Oak Street dalla sua tranquilla periferia americana degli anni Ottanta e trasporta l’intero quartiere in un luogo sconosciuto e ostile, popolato da creature preistoriche. La sopravvivenza della famiglia dipenderà dalla capacità di restare uniti in un ambiente di cui non conoscono né le regole né i pericoli.

Gli elementi che hanno fatto scattare le teorie Cloverfield sono diversi: il flash di luce nel trailer, le dimensioni enormi delle creature, l’ambientazione in una realtà alternativa, e il fatto che il progetto si chiamasse originariamente Flowervale Street prima di assumere il titolo definitivo. I precedenti film della saga Cloverfield, tra cui 10 Cloverfield Lane e Cloverfield Paradox, erano stati concepiti come storie originali collegate all’universo del mostro solo in fasi avanzate di sviluppo, e anche in quel caso Abrams era coinvolto come produttore. Il parallelismo è evidente, anche se al momento nessuna fonte ufficiale ha confermato alcun legame.

Che si tratti di un capitolo segreto della saga Cloverfield o di qualcosa di completamente autonomo, La Fine di Oak Street si candida già a essere uno dei film più discussi dell’estate 2026. Il 12 agosto sapremo dove è finita Oak Street, e forse anche qualcosa di più.

Spiel des Jahres 2026: vince JinxO e Reiner Knizia entra nella storia con Rebirth

La notte dei premi più importanti del mondo dei giochi da tavolo ha regalato emozioni storiche. Il Spiel des Jahres 2026, assegnato durante la cerimonia di Berlino, ha incoronato JinxO come miglior gioco dell’anno, mentre il leggendario designer Reiner Knizia ha scritto una pagina di storia conquistando il Kennerspiel des Jahres con Rebirth e diventando il primo autore in assoluto ad aver vinto tutte e tre le categorie principali del premio nella sua lunga carriera.

JinxO, un party game di associazione di parole firmato dal designer indonesiano Martin Ang e pubblicato da Game Factory (in versione tedesca come Dito!), ha superato in finale Cozy Stickerville di Corey Konieczka e Morty Sorty Magic Shop di Markus Slawitscheck. Si tratta soltanto del quarto gioco incentrato sulle parole a vincere il premio nella sua storia 47-enne, dopo Barbarossa, Codenames e Just One. La vittoria pone fine a un dominio triennale dei giochi cooperativi, con Dorfromantik, Sky Team e Bomb Busters che si erano aggiudicati il titolo nelle ultime tre edizioni.

Reiner Knizia fa la storia: primo designer a vincere tutte e tre le categorie

La serata ha però il suo momento più memorabile con il trionfo di Reiner Knizia. Il designer tedesco, presente alla cerimonia in kilt e tartan scozzesi in omaggio alla mappa del suo gioco Rebirth, ha conquistato il Kennerspiel des Jahres superando Boss Fighters QR di Michael Palm e Lukas Zach, e Moon Colony Bloodbath di Donald X Vaccarino. Con questa vittoria, Knizia diventa il primo autore nella storia ad aver completato il trittico completo dei premi Spiel des Jahres: aveva già vinto il premio principale nel 2008 con Keltis e il Kinderspiel des Jahres nello stesso anno con Whoowasit?

Nel discorso di accettazione, Knizia ha reso omaggio alla moglie Margaret, ai suoi tester di Monaco di Baviera (“senza di loro nulla sarebbe possibile”), ai grafici del gioco e all’editore originale maltese Mighty Boards. Ha chiuso con un invito generoso rivolto al pubblico: “Alla fine non conta chi vince, perché portiamo tutti insieme il messaggio dei buoni giochi alla gente. Acquistate gli altri giochi, giocateli e onorate i loro autori quanto i vincitori.”

spiel des jahres

Un premio sempre più internazionale: il Sud-Est asiatico entra nella storia

La vittoria di Martin Ang segna un ulteriore passo nell’internazionalizzazione di un premio storicamente dominato da designer europei. L’anno scorso, Bomb Busters di Hisashi Hayashi aveva aperto la strada come primo vincitore asiatico nella storia del premio. Ang, con base in Indonesia, ha dedicato il riconoscimento a “tutti gli amici e gli editori dell’Asia, specialmente del Sud-Est asiatico”, sottolineando come JinxO affondasse le radici nella tradizione tutta indonesiana dei party game sociali. Harald Schrapers, presidente dell’associazione Spiel des Jahres, ha celebrato questa apertura geografica: “Abbiamo avuto nominee dal Giappone e dalla Nuova Zelanda in passato, ma avevamo sempre un punto cieco sulla mappa del mondo. Non avevamo mai avuto un autore nominato dal Sud globale sul palco, e siamo molto orgogliosi del nostro designer indonesiano.”

Una nota dolente riguarda la diversità di genere: su 571 giochi esaminati dalla giuria quest’anno, soltanto il 2,3% proveniva da designer donne, in linea con le percentuali degli anni precedenti (2% nel 2025, 2,6% nel 2024). Una questione aperta che il mondo del gioco da tavolo fatica ancora a risolvere.

Il Kinderspiel des Jahres va a Mooki Island

Nella categoria dedicata ai giochi per bambini, il Kinderspiel des Jahres è andato a Mooki Island di Florian Sirieix, edito da Kosmos e Scorpion Masqué, che ha superato Boo Party (co-firmato dallo stesso Sirieix con Benoit Turpin) e Verflixt Verzaubert, localizzazione tedesca del gioco canadese Mimose e Sam e il ladro di frutti di Thomas Dagenais-Lespérance.

La serata ha confermato la vitalità di un premio che ogni anno può trasformare le sorti di giochi, designer ed editori: secondo Karsten Esser di Pegasus Spiele, vincere lo Spiel des Jahres può moltiplicare le vendite di un titolo da 10 a 20 volte nei mesi successivi alla cerimonia, grazie all’enorme visibilità conquistata nella distribuzione tradizionale tedesca in vista del Natale.

Honda presenta NS125FX Freedom Gundam, lo scooter inspirato alla saga Gundam SEED

Diciamoci la verità, almeno una volta nella vita abbiamo fantasticato di essere alla guida di un Gundam.

Certo, in attesa che ci si possa mettere davvero ai comandi di un vero Mobile Suit, Honda ha trovato una soluzione che potrebbe essere davvero alla portata di tutti i fan della saga dei real robot.

Durante il BilibiliWorld 2026 di Shanghai è stato infatti svelato il primo prototipo dell’NS125FX, lo scooter ufficiale ispirato al Freedom Gundam nato dalla collaborazione tra Honda e Mobile Suit Gundam SEED. Un mezzo che sembra uscito direttamente dall’hangar dell’Arcangelo e che ha immediatamente attirato l’attenzione di fan, fotografi e curiosi.

Uno scooter che rende omaggio al Freedom Gundam

Il modello prende come base l’Honda NS125FX, scooter con motore a benzina da 125 cc, che per l’occasione è stato completamente rivestito con una livrea che richiama il celebre Freedom Gundam.

Il colpo d’occhio è immediato: la combinazione di bianco, blu e rosso riprende fedelmente i colori dell’iconico Mobile Suit, mentre dettagli grafici come la scritta “FREEDOM GUNDAM” e le marcature “ET101” rendono omaggio alla serie senza lasciare spazio a dubbi sull’ispirazione del progetto.

Secondo quanto comunicato durante l’evento, quello mostrato durante il BilibiliWorld è un prototipo destinato a diventare un modello in edizione limitata, pensato esclusivamente per il mercato cinese. Honda, almeno per il momento, non ha ancora comunicato prezzo, data di lancio o le specifiche definitive del veicolo.

Il prototipo esposto, tuttavia, sembra essere un mezzo perfettamente funzionante e destinato all’utilizzo su strada, piuttosto che un semplice esercizio di stile creato esclusivamente per l’esposizione.

scooter Honda NS125FX Freedom Gundam 2

Due ruote che hanno conquistato il pubblico

Lo scooter dedicato al Freedom Gundam è diventato rapidamente una delle principali attrazioni dello stand Gundam, con numerosi visitatori che hanno fatto la fila per fotografarlo da ogni angolazione.

Non è difficile capire il motivo. Negli ultimi anni Mobile Suit Gundam SEED FREEDOM ha riportato la saga sotto i riflettori grazie allo straordinario successo del film, che continua a essere uno dei capitoli più apprezzati dell’intero franchise. La collaborazione con Honda rappresenta quindi un ulteriore tassello di un periodo particolarmente ricco per il brand, che continua a espandersi ben oltre anime, Gunpla e merchandising tradizionale.

scooter Honda NS125FX Freedom Gundam 3

Arriverà anche in Europa?

Questa è la domanda che probabilmente si stanno facendo tutti gli appassionati di Gundam.

Per il momento la risposta è no, o almeno non ufficialmente. Le informazioni diffuse durante l’evento parlano infatti di una release limitata al mercato cinese, senza alcun annuncio riguardo a una distribuzione internazionale.

Naturalmente, quando si parla di collaborazioni dedicate a Gundam, mai dire mai. Se il progetto dovesse riscuotere il successo che sembra aver già ottenuto tra i visitatori del BilibiliWorld, non sarebbe sorprendente vedere iniziative simili anche in altri mercati.

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Freddy Krueger torna al cinema: Paramount rilancia Nightmare!

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Il sogno più temuto del cinema horror sta per tornare ad abitare le nostre notti. Paramount Pictures ha ufficialmente acquisito i diritti dalla famiglia di Wes Craven per sviluppare un nuovo film ambientato nell’universo di Nightmare – Dal profondo della notte, dando il via a quello che sarà il decimo capitolo della saga dell’uomo dagli artigli affilati e dal maglione a strisce rosse e verdi. Il progetto nascerà sotto Paramount Primal, la nuova etichetta dello studio dedicata ai film di genere, guidata dai produttori J.D. Lifshitz e Raphael Margules, già dietro horror recenti come Barbarian, Weapons, Companion e Friendship.

Secondo l’annuncio ufficiale, il film sarà ambientato nell’universo del capostipite e prenderà direttamente spunto dalla sceneggiatura originale scritta da Craven, i cui diritti sono stati concessi in licenza dalla sua famiglia: la vedova Iya Labunka, il figlio Jonathan Craven e il legale Marc Toberoff, protagonista della battaglia giudiziaria che ha consentito alla famiglia di riottenere i diritti del film del 1984.

La storia del franchise e il peso dell’eredità di Craven

Nightmare – Dal profondo della notte, uscito nel 1984 e diretto da Wes Craven, è uno dei film horror più influenti e originali di sempre: l’idea del killer che attacca le sue vittime nei sogni, rimanendo intoccabile nel mondo reale, aveva rivoluzionato le regole dello slasher e lanciato una delle figure più iconiche della storia del genere. La saga aveva poi prodotto otto sequel, tra cui il crossover Freddy vs. Jason (2003) e il remake del 2010 con Jackie Earle Haley nei panni di Freddy, una versione che i fan storici non hanno mai del tutto abbracciato. Per molti, Robert Englund rimane e rimarrà l’unico vero Freddy Krueger.

Ed è proprio questa la domanda che aleggia sull’intero annuncio: Englund tornerà? Il comunicato ufficiale non lo menziona, un’assenza difficile da ignorare. L’attore, oggi 79 anni, è ancora in attività e ha recentemente dimostrato tutta la sua potenza interpretativa con un’apparizione inquietante in Stranger Things. Englund ha dichiarato di essere interessato a tornare, ma le condizioni fisiche richieste dal personaggio sono impegnative. Che indossi ancora il cappello e il guanto o che compaia in un altro ruolo, la sua presenza potrebbe fare la differenza tra un reboot e un vero ritorno a Elm Street.

Paramount Primal: un nuovo modello per l’horror di qualità

Lifshitz e Margules hanno espresso il loro entusiasmo per il progetto con parole cariche di rispetto verso il materiale originale: “Non ricordiamo un tempo in cui non fossimo fan di Wes Craven. Il fatto che Iya e Jonathan ci abbiano affidato questa opportunità di portare una nuova storia in questo mondo è un onore che va oltre le parole. Non vediamo l’ora di lavorare insieme a loro per portare un nuovo e terrificante incubo al pubblico di tutto il mondo — e di dare il benvenuto a casa a Freddy.”

Iya Labunka ha aggiunto: “Sappiamo che Wes sarebbe stato felicissimo di vedere come il cinema horror abbia finalmente conquistato il posto che meritava nel canone culturale.” L’obiettivo dichiarato di Paramount Primal è sviluppare film di genere con budget contenuti ma forte identità autoriale, puntando tanto su nuovi talenti quanto su registi già affermati.

Per ora regista e sceneggiatore restano da annunciare, così come qualsiasi dettaglio sulla trama. Nessuna data di uscita è stata comunicata né oltreoceano né per il mercato italiano. Ma dopo più di un decennio di assenza dagli schermi, Freddy Krueger ha finalmente un motivo per fare incubi.

Nova diventerà un film, Michael Waldron di Loki scriverà la sceneggiatura per Marvel Studios

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Dopo anni di sviluppo incerto tra serie televisiva e progetto cinematografico, Nova ha finalmente trovato la sua forma definitiva: un film per il grande schermo. Marvel Studios ha ingaggiato Michael Waldron per scrivere la sceneggiatura, come riportato da Deadline. Il progetto è ancora nelle primissime fasi di sviluppo, ma la notizia segna un’accelerazione significativa per un personaggio che i fan del MCU attendono da oltre un decennio.

Waldron è già uno degli sceneggiatori più fidati dell’universo Marvel: ha creato la serie Loki, scritto Doctor Strange nel Multiverso della Follia ed è co-sceneggiatore di Avengers: Doomsday. Le fonti indicano che Waldron sarebbe interessato anche a dirigere il film, qualora il progetto dovesse procedere. Nel frattempo, lo sceneggiatore ha stuzzicato i fan con un indizio sul possibile protagonista: in un’intervista rilasciata al podcast Bingeworthy di The Playlist, Waldron aveva suggerito che il suo collaboratore Glen Powell sarebbe “un ottimo Nova” — anche se nulla è stato ufficialmente confermato.

Da serie Disney a film: la lunga storia di sviluppo di Nova

La strada verso questo annuncio è stata tutt’altro che lineare. Marvel aveva inizialmente sviluppato Nova come serie per Disney, con Sabir Pirzada — sceneggiatore di Ms. Marvel — alla sceneggiatura e successivamente Ed Bernero di Criminal Minds come showrunner. Nel 2025, il progetto era stato messo in pausa nell’ambito di una più ampia riduzione dei titoli per lo streaming, insieme ad altre serie come Strange Academy e Terror Inc. Nova diventa così il secondo titolo MCU precedentemente annunciato come serie televisiva a trasformarsi in film, dopo Armor Wars.

Con Waldron ora al lavoro su una nuova sceneggiatura, il progetto repart da zero rispetto alle versioni precedenti. Non è chiaro se elementi delle bozze precedenti — tra cui il possibile villain Annihilus e la presenza sia di Richard Rider che di Sam Alexander — sopravviveranno alla transizione.

Chi è Nova e perché il MCU lo stava aspettando

La Nuova Corps è stata introdotta nel MCU in Guardiani della Galassia del 2014, come forza di polizia intergalattica con sede sul pianeta Xandar. Avengers: Infinity War ha poi stabilito che Thanos ha raso al suolo Xandar e sterminato quasi tutti i membri della Nuova Corps fuori campo, prima degli eventi del film, aprendo la strada a una storia sull’ultimo sopravvissuto o sulla ricostruzione del corpo. Richard Rider, il Nova più celebre dei fumetti, è un adolescente del Queens che riceve i poteri di un membro morente della Nuova Corps e diventa uno dei più potenti eroi cosmici dell’universo Marvel. Sam Alexander, il Nova più recente, è invece un ragazzo dell’Arizona che eredita l’elmetto dal padre scomparso e viene addestrato da Gamora e Rocket.

Il presidente di Marvel Studios Kevin Feige aveva già anticipato che Nova sarebbe arrivato “tre o quattro anni” dopo il Comic-Con del 2024 in cui ne aveva parlato, una stima che coinciderebbe con una finestra di uscita tra il 2028 e il 2029 nel MCU, probabilmente nell’ambito della Fase 7. Nessuna data di uscita oltreoceano o per il mercato italiano è stata ancora annunciata.

Addio a Sam Neill: si è spento a 78 anni uno degli attori più versatili e amati del cinema internazionale

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Il cinema perde uno dei suoi interpreti più autentici e inimitabili. Sam Neill è morto il 13 luglio 2026 a Sydney, in Australia, all’età di 78 anni, circondato dalla sua famiglia. La notizia, comunicata dalla famiglia stessa attraverso un post su Instagram, ha colto di sorpresa il mondo intero: Neill aveva recentemente annunciato di essere guarito dal linfoma angioimmunoblastico a cellule T al terzo stadio diagnosticatogli nel 2022, e sognava di tornare sul set.

Nel comunicato, la famiglia ha scritto: “È con immensa tristezza che il whānau di Sam Neill annuncia la sua scomparsa, avvenuta lunedì 13 luglio a Sydney, in Australia. Sam era circondato dai suoi cari e si è spento con la dignità che ha caratterizzato tutta la sua vita. La perdita è stata improvvisa e inaspettata, ma siamo grati del fatto che Sam sia rimasto libero dal cancro.”

Una carriera da cinquant’anni: dal paleontologo ai grandi villain della storia

Nato Nigel John Dermot Neill il 14 settembre 1947 a Omagh, nell’Irlanda del Nord, e cresciuto in Nuova Zelanda dal 1954, Neill aveva scelto il nome Sam perché lo riteneva “meno impacciato”. Con quella semplicità disarmante che avrebbe poi contraddistinto tutta la sua carriera, aveva costruito in oltre cinquant’anni di lavoro un catalogo straordinariamente variegato: più di 150 produzioni tra cinema e televisione, attraverso generi e registri completamente diversi tra loro.

La sua prima grande occasione arrivò grazie al regista polacco Andrzej Żuławski, che nel 1981 lo volle come protagonista di Possession, un horror psicologico sul disfacimento di un matrimonio ambientato nella Berlino divisa, al fianco di Isabelle Adjani. Una performance di intensità devastante, che lo impose all’attenzione del cinema europeo e aprì le porte a una carriera internazionale.

Negli anni Ottanta, Neill lavorò con Meryl Streep in Plenty (1985) e in Un grido nella notte (1988), due collaborazioni con il regista Fred Schepisi. Nel 1989 recitò con Nicole Kidman nel thriller Ore 10: calma piatta di Phillip Noyce, proiettando entrambi verso una visibilità internazionale ancora maggiore.

Ma fu il 1993 a consacrarlo definitivamente agli occhi del pubblico di tutto il mondo. Quello stesso anno Neill fu protagonista di due capolavori: Lezioni di piano di Jane Campion, che vinse la Palma d’Oro a Cannes e tre Oscar, dove interpretò il complesso Alisdair Stewart con una profondità che avrebbe potuto rendere il personaggio semplicemente cattivo e lo rese invece tragicamente umano; e poi Jurassic Park di Steven Spielberg, dove vestì i panni del paleontologo dottor Alan Grant.

Jeff Goldblum, Sam Neill e Laura Dern Jurassic Park

Il dottor Alan Grant: un personaggio eterno

Jurassic Park non fu soltanto un blockbuster: fu un evento che cambiò per sempre il cinema. E al centro di quella rivoluzione c’era Sam Neill, che con la sua interpretazione di Alan Grant riuscì a bilanciare meraviglia scientifica, ironia sottile e coraggio autentico in un modo che nessun altro avrebbe saputo fare. Neill avrebbe ripreso il ruolo in Jurassic Park III (2001) e poi ancora in Jurassic World: Il dominio (2022), tornando a un personaggio che il pubblico non aveva mai smesso di amare.

Riflettendo sul ritorno nei panni di Grant, Neill aveva detto: “Penso sempre che Alan Grant sia come un vecchio paio di stivali comodi. Hanno visto giorni migliori, ma sono davvero comodi, e non li getteresti mai via. Naturalmente, ti infili gli stivali comodi e il cappello, e sei di nuovo lì.”

Il seme della follia, Merlin, Peaky Blinders e Hunt for the Wilderpeople

Nello stesso anno di Jurassic Park, Neill girò con John Carpenter Il seme della follia (1994), uno degli horror psicologici più celebrati degli anni Novanta, in cui interpretò il crollo progressivo di un uomo razionale di fronte all’orrore cosmico in modo che pochi attori avrebbero osato tentare. Nel 1998 portò sullo schermo il mago Merlino nella miniserie televisiva omonima, in un’interpretazione che gli valse candidature all’Emmy e al Golden Globe e che per molti spettatori rimane la versione definitiva del personaggio arturiano.

Negli anni successivi continuò a sorprendere. Come il temibile Maggiore Chester Campbell in Peaky Blinders, un antagonista formidabile capace di reggere il confronto con Tommy Shelby di Cillian Murphy. Come lo scorbutico ma tenero Zio Hec in Hunt for the Wilderpeople (2016) di Taika Waititi, una delle sue prove più calde e commosse. E come presenza fugace ma indimenticabile in Thor: Ragnarok e Thor: Love and Thunder.

La malattia, la guarigione e i due ultimi film che usciranno postumi

Nel 2023, dopo il completamento delle riprese di Jurassic World: Il dominio, Neill aveva reso pubblica la diagnosi di linfoma angioimmunoblastico a cellule T al terzo stadio, affrontando la malattia con la stessa lucidità e ironia con cui aveva sempre approcciato i ruoli più difficili. Una terapia sperimentale Car-T lo aveva dichiarato libero dal cancro all’inizio del 2026. Stava già pensando ai prossimi progetti quando la morte lo ha colto in modo improvviso e inaspettato, come ha confermato la sua famiglia.

Lascia due ultimi lavori che usciranno postumi: Godzilla x Kong: Supernova e The Last Resort, attesi probabilmente nel 2027. Lascia anche i figli Tim, Elena, Maiko e Andrew, e otto nipoti. E lascia un corpo di lavoro immenso, variegato, coraggioso, capace di continuare a emozionare chiunque lo scopra per la prima volta. Il cinema non sarà lo stesso senza di lui.

2.000 droni trasformano il cielo di Seoul in uno spettacolo epico dedicato a Star Wars

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Il cielo di Seoul, in Corea del Sud, si è trasformato in una gigantesca tela luminosa grazie a uno degli spettacoli con droni più impressionanti mai realizzati. Più di 2.000 droni hanno preso il volo per una performance sincronizzata della durata di dieci minuti in celebrazione dell’universo di Star Wars, regalando al pubblico presente immagini che hanno dell’incredibile.

La flotta di droni ha formato prima il celebre logo di Star Wars, per poi trasformarsi in una sequenza di figure iconiche: il Millennium Falcon, Luke Skywalker, Dart Fener, R2-D2, BB-8, le Guardie Imperiali, Din Djarin, Grogu e molti altri personaggi amatissimi dai fan della saga.

Ecco il video:

https://youtu.be/m5hxvGCZLdQ

Non solo immagini statiche: filmati animati proiettati nel cielo di Seoul

Quello che ha reso lo spettacolo davvero straordinario non sono state soltanto le formazioni statiche, ma la capacità dei droni di riprodurre sequenze video animate nel cielo notturno, trasformando l’intera performance in qualcosa che ricordava più un ologramma gigantesco sospeso nell’aria che un tradizionale spettacolo pirotecnico moderno.

La precisione della sincronizzazione, la qualità delle immagini e la scala complessiva dell’evento testimoniano quanto la tecnologia dei droni stia evolvendo rapidamente come forma d’arte e di intrattenimento collettivo. Per qualsiasi fan di Star Wars, assistere a qualcosa del genere dal vivo sarebbe stata un’esperienza difficile da dimenticare.

Wildwood: I segreti del bosco proibito, la nuova featurette di Laika svela la magia artigianale del film

Mancano meno di tre mesi all’arrivo nelle sale italiane di Wildwood – I segreti del bosco proibito, il nuovo kolossal in stop-motion dello studio Laika, e la produzione ha rilasciato una featurette che offre uno sguardo affascinante sul processo creativo dietro il film. Il filmato, della durata di quasi due minuti e mezzo, non è un trailer tradizionale: è un invito a entrare nell’atelier dove prende forma ogni singolo fotogramma di questa avventura fantasy, accompagnato dalla partitura orchestrale del compositore Dario Marianelli e dai dialoghi originali del film.

Wildwood – I segreti del bosco proibito arriverà nelle sale italiane il 22 ottobre 2026, distribuito da Notorious Pictures, un giorno prima del debutto americano.

Cosa mostra la featurette: set in miniatura, pupazzi e artigianato senza compromessi

La featurette permette di osservare da vicino ciò che rende Laika uno studio unico nel panorama dell’animazione contemporanea. Enormi set in miniatura vengono assemblati pezzo per pezzo e poi trasportati con cura attraverso gli spazi di produzione. I pupazzi dei personaggi prendono vita un fotogramma alla volta, mossi dalle mani di animatori che lavorano con una precisione e una pazienza difficili da comprendere se non le si vede all’opera.

Tra i momenti più suggestivi, la featurette svela per la prima volta alcune nuove location e personaggi inediti: una imponente figura femminile in armatura a cavallo e una foresta fiabesca popolata di casette per gli uccelli arroccate in cima agli alberi, dettagli che anticipano la scala epica di una storia molto più ambiziosa di quanto i materiali precedenti avessero lasciato intuire. Lo studio ha già dichiarato che il team ha trascorso oltre un decennio a costruire questo mondo attraverso un artigianato meticoloso, tecniche di animazione innovative e una creatività senza limiti.

La storia di Prue McKeel e il mondo di Wildwood

Basato sull’omonimo romanzo best-seller di Colin Meloy, frontman dei Decemberists, illustrato da Carson Ellis e pubblicato in Italia col titolo Wildwood – I segreti del bosco proibito, il film racconta la storia di Prue McKeel, un’adolescente intraprendente la cui vita viene sconvolta quando il fratellino viene rapito da uno stormo di corvi e trascinato nella Landa Impenetrabile, una foresta incantata e misteriosa nascosta appena oltre i confini di Portland, in Oregon. Insieme al compagno di scuola Curtis Mehlberg, Prue si addentra in un mondo abitato da animali parlanti, banditi e figure potenti mosse da dolore e ambizione, scoprendo una forza interiore che non pensava di possedere.

La regia è affidata a Travis Knight, già responsabile di Kubo e la spada magica e del live-action Bumblebee, con la sceneggiatura di Chris Butler (ParaNorman, Mister Link). Il cast vocale originale include Peyton Elizabeth Lee e Jacob Tremblay come protagonisti, affiancati da Carey Mulligan, Mahershala Ali, Awkwafina, Angela Bassett, Charlie Day, Jemaine Clement e Tom Waits.

Un traguardo per tutta l’animazione artigianale

Ogni film prodotto da Laika ha ottenuto una candidatura all’Oscar come Miglior Film d’Animazione, dal debutto con Coraline nel 2009 fino a Mister Link. Con Wildwood, lo studio sembra voler alzare ulteriormente l’asticella: si tratta del progetto più ambizioso e visivamente imponente mai realizzato dalla casa di produzione, con set di scala inedita e una portata epica che si avvicina più ai grandi fantasy cinematografici che ai precedenti film Laika. La featurette ne è la dimostrazione più eloquente: dietro ogni scena che durerà pochi secondi sullo schermo, ci sono settimane o mesi di lavoro manuale. Ed è esattamente questo che rende l’animazione in stop-motion qualcosa di irripetibile.

The Samurai and the Prisoner: trailer per il thriller ricco di misteri ambientato nel Giappone feudale

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Approda online il nuovo trailer ufficiale di The Samurai and the Prisoner, il film diretto dal regista di Cure Kiyoshi Kurosawa che porterà sul grande schermo un insolito mix di film di samurai, giallo investigativo e thriller storico.

Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2026, dove ha raccolto recensioni molto positive, il film arriverà nelle sale statunitensi alla fine di luglio distribuito da Janus Films.

Quando si parla di Kiyoshi Kurosawa, il pensiero corre subito ai thriller psicologici e agli horror che hanno contribuito a ridefinire il cinema giapponese contemporaneo. Questa volta, però, il regista ha deciso di cambiare completamente scenario, senza rinunciare alle atmosfere cariche di tensione che lo hanno reso celebre.

Un mistero nel cuore del Giappone feudale

Conosciuto inizialmente con il titolo giapponese Kokurojo, The Samurai and the Prisoner è ambientato durante il periodo Sengoku, una delle epoche più turbolente della storia del Giappone segnata da guerre, lotte di potere e continui cambi di alleanze.

Al centro della vicenda troviamo Lord Murashige, interpretato da Masahiro Motoki, un signore feudale che decide di ribellarsi al potente e spietato Oda, ritrovandosi però assediato all’interno del proprio castello.

Come se la minaccia dell’esercito nemico non fosse sufficiente, all’interno della fortezza iniziano a verificarsi una serie di misteriosi omicidi ed eventi inspiegabili che alimentano sospetti e diffidenza tra i suoi uomini.

Con il tempo che scorre sempre più velocemente e il timore che un traditore si nasconda tra le mura del castello, Murashige è costretto a stringere un’insolita alleanza con Kanbei, un brillante stratega rinchiuso nelle prigioni sotterranee della fortezza.

Il primo vero film storico di Kiyoshi Kurosawa

Pur avendo costruito una carriera ricca di opere acclamate come Cure, Pulse, Tokyo Sonata, Creepy e Wife of a Spy, The Samurai and the Prisoner rappresenta un’importante novità nella filmografia di Kurosawa.

Si tratta infatti del suo primo lungometraggio ambientato interamente nel Giappone feudale, un contesto che il regista sfrutta per raccontare una storia dove il mistero investigativo sembra avere lo stesso peso degli scontri armati.

Dal trailer emerge chiaramente come il cuore del film non sia tanto la guerra quanto il clima di paranoia che si diffonde tra i protagonisti, trasformando il castello assediato in una prigione da cui sembra impossibile fuggire.

Quando esce The Samurai and the Prisoner?

Dopo il debutto nelle sale giapponesi avvenuto il 19 giugno, The Samurai and the Prisoner arriverà nei cinema statunitensi a partire dal 31 luglio 2026 grazie a Janus Films.

Al momento non è stata annunciata una distribuzione italiana, ma considerando l’ottima accoglienza ricevuta a Cannes e il crescente interesse attorno al film, sarà interessante capire se anche il pubblico europeo avrà presto l’occasione di vedere sul grande schermo quello che si preannuncia come uno dei thriller storici più intriganti dell’anno.

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La Cina compie un passo storico verso i razzi riutilizzabili: Long March 10B atterra con successo dopo il lancio

Se oggi parlare di razzi che atterrano in verticale non sorprende più come un tempo, è soprattutto merito di SpaceX, che negli ultimi dieci anni ha trasformato quella che sembrava fantascienza in una pratica quasi di routine.

Proprio per questo il successo ottenuto dalla Cina nelle scorse ore merita attenzione: il colosso asiatico ha infatti completato con successo il recupero del primo stadio di un razzo orbitale, segnando uno dei traguardi più importanti della sua corsa verso le tecnologie spaziali riutilizzabili.

Pechino si avvicina alle tecnologie di SpaceX e Blue Origin

Il test avvicina Pechino alle tecnologie di SpaceX e Blue Origin e rappresenta un tassello fondamentale per i futuri obiettivi lunari del programma spaziale cinese.

Protagonista dell’impresa è il Long March 10B, lanciato dall’isola di Hainan, nel sud della Cina. Secondo quanto riportato dai media statali, circa sei minuti dopo la separazione dal secondo stadio, il booster è rientrato in modo controllato ed è atterrato verticalmente su una piattaforma galleggiante in mare.

Rientro a terra dopo il lancio orbitale

Le immagini diffuse dall’emittente statale CCTV mostrano il booster mentre completa la fase finale della discesa, rallentando progressivamente fino a posarsi sulla piattaforma di recupero.

Oltre al successo dell’atterraggio, la missione ha raggiunto anche il suo obiettivo principale, collocando regolarmente un satellite in orbita.

Secondo la China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC), azienda responsabile dello sviluppo del vettore, il test rappresenta una “svolta storica” per le tecnologie di riutilizzo dei lanciatori spaziali cinesi e costituisce una base fondamentale per aumentare l’efficienza dell’accesso allo spazio nei prossimi anni.

Perché i razzi riutilizzabili sono così importanti?

Recuperare il primo stadio di un razzo non è soltanto una dimostrazione tecnologica.

La possibilità di riutilizzare i componenti più costosi del lanciatore consente infatti di ridurre sensibilmente i costi delle missioni, diminuire i tempi necessari tra un lancio e l’altro e aumentare la frequenza delle operazioni spaziali.

È proprio questa filosofia ad aver rivoluzionato il settore grazie a SpaceX, che da quasi un decennio recupera e riutilizza regolarmente i booster della famiglia Falcon 9, cambiando gli equilibri del mercato dei lanci spaziali.

Anche Blue Origin, l’azienda fondata da Jeff Bezos, ha raggiunto un traguardo analogo con il primo recupero del booster del razzo New Glenn, avvenuto lo scorso anno.

Con il successo del Long March 10B, anche la Cina dimostra di essere sempre più vicina a padroneggiare una tecnologia ormai considerata strategica per il futuro dell’esplorazione spaziale.

La corsa allo spazio passa anche dalla competizione tecnologica

Negli ultimi anni Pechino ha dichiarato più volte di voler trasformare il Paese in una delle principali potenze aerospaziali del pianeta.

Per raggiungere questo obiettivo, il governo cinese ha affiancato al tradizionale programma spaziale statale un settore commerciale sempre più dinamico, nel quale numerose aziende stanno sviluppando nuovi vettori e sistemi di lancio riutilizzabili.

Il percorso, però, non è stato privo di ostacoli.

Diversi test effettuati negli ultimi mesi da altre società cinesi non avevano raggiunto i risultati sperati, rendendo ancora più significativo il successo ottenuto dal Long March 10B.

Obiettivo Luna

Il Long March 10 non nasce soltanto con l’obiettivo di rendere più efficienti i lanci commerciali.

Questa nuova famiglia di razzi rappresenta infatti uno degli elementi chiave del programma con cui la Cina punta a realizzare future missioni con equipaggio verso la Luna.

In quest’ottica, il recupero del primo stadio non è soltanto un esercizio ingegneristico, ma un passo concreto verso una maggiore autonomia operativa e una riduzione dei costi delle missioni spaziali di nuova generazione.

La competizione con gli Stati Uniti, insomma, non si gioca più soltanto sul numero di satelliti lanciati o sulle future basi lunari. Sempre di più, passa dalla capacità di sviluppare tecnologie riutilizzabili in grado di rendere l’accesso allo spazio più rapido, economico e sostenibile.

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