Il sogno più temuto del cinema horror sta per tornare ad abitare le nostre notti. Paramount Pictures ha ufficialmente acquisito i diritti dalla famiglia di Wes Craven per sviluppare un nuovo film ambientato nell’universo di Nightmare – Dal profondo della notte, dando il via a quello che sarà il decimo capitolo della saga dell’uomo dagli artigli affilati e dal maglione a strisce rosse e verdi. Il progetto nascerà sotto Paramount Primal, la nuova etichetta dello studio dedicata ai film di genere, guidata dai produttori J.D. Lifshitz e Raphael Margules, già dietro horror recenti come Barbarian, Weapons, Companion e Friendship.
Secondo l’annuncio ufficiale, il film sarà ambientato nell’universo del capostipite e prenderà direttamente spunto dalla sceneggiatura originale scritta da Craven, i cui diritti sono stati concessi in licenza dalla sua famiglia: la vedova Iya Labunka, il figlio Jonathan Craven e il legale Marc Toberoff, protagonista della battaglia giudiziaria che ha consentito alla famiglia di riottenere i diritti del film del 1984.
La storia del franchise e il peso dell’eredità di Craven
Nightmare – Dal profondo della notte, uscito nel 1984 e diretto da Wes Craven, è uno dei film horror più influenti e originali di sempre: l’idea del killer che attacca le sue vittime nei sogni, rimanendo intoccabile nel mondo reale, aveva rivoluzionato le regole dello slasher e lanciato una delle figure più iconiche della storia del genere. La saga aveva poi prodotto otto sequel, tra cui il crossover Freddy vs. Jason (2003) e il remake del 2010 con Jackie Earle Haley nei panni di Freddy, una versione che i fan storici non hanno mai del tutto abbracciato. Per molti, Robert Englund rimane e rimarrà l’unico vero Freddy Krueger.
Ed è proprio questa la domanda che aleggia sull’intero annuncio: Englund tornerà? Il comunicato ufficiale non lo menziona, un’assenza difficile da ignorare. L’attore, oggi 79 anni, è ancora in attività e ha recentemente dimostrato tutta la sua potenza interpretativa con un’apparizione inquietante in Stranger Things. Englund ha dichiarato di essere interessato a tornare, ma le condizioni fisiche richieste dal personaggio sono impegnative. Che indossi ancora il cappello e il guanto o che compaia in un altro ruolo, la sua presenza potrebbe fare la differenza tra un reboot e un vero ritorno a Elm Street.
Paramount Primal: un nuovo modello per l’horror di qualità
Lifshitz e Margules hanno espresso il loro entusiasmo per il progetto con parole cariche di rispetto verso il materiale originale: “Non ricordiamo un tempo in cui non fossimo fan di Wes Craven. Il fatto che Iya e Jonathan ci abbiano affidato questa opportunità di portare una nuova storia in questo mondo è un onore che va oltre le parole. Non vediamo l’ora di lavorare insieme a loro per portare un nuovo e terrificante incubo al pubblico di tutto il mondo — e di dare il benvenuto a casa a Freddy.”
Iya Labunka ha aggiunto: “Sappiamo che Wes sarebbe stato felicissimo di vedere come il cinema horror abbia finalmente conquistato il posto che meritava nel canone culturale.” L’obiettivo dichiarato di Paramount Primal è sviluppare film di genere con budget contenuti ma forte identità autoriale, puntando tanto su nuovi talenti quanto su registi già affermati.
Per ora regista e sceneggiatore restano da annunciare, così come qualsiasi dettaglio sulla trama. Nessuna data di uscita è stata comunicata né oltreoceano né per il mercato italiano. Ma dopo più di un decennio di assenza dagli schermi, Freddy Krueger ha finalmente un motivo per fare incubi.
Dopo anni di sviluppo incerto tra serie televisiva e progetto cinematografico, Nova ha finalmente trovato la sua forma definitiva: un film per il grande schermo. Marvel Studios ha ingaggiato Michael Waldron per scrivere la sceneggiatura, come riportato da Deadline. Il progetto è ancora nelle primissime fasi di sviluppo, ma la notizia segna un’accelerazione significativa per un personaggio che i fan del MCU attendono da oltre un decennio.
Waldron è già uno degli sceneggiatori più fidati dell’universo Marvel: ha creato la serie Loki, scritto Doctor Strange nel Multiverso della Follia ed è co-sceneggiatore di Avengers: Doomsday. Le fonti indicano che Waldron sarebbe interessato anche a dirigere il film, qualora il progetto dovesse procedere. Nel frattempo, lo sceneggiatore ha stuzzicato i fan con un indizio sul possibile protagonista: in un’intervista rilasciata al podcast Bingeworthy di The Playlist, Waldron aveva suggerito che il suo collaboratore Glen Powell sarebbe “un ottimo Nova” — anche se nulla è stato ufficialmente confermato.
Da serie Disney a film: la lunga storia di sviluppo di Nova
La strada verso questo annuncio è stata tutt’altro che lineare. Marvel aveva inizialmente sviluppato Nova come serie per Disney, con Sabir Pirzada — sceneggiatore di Ms. Marvel — alla sceneggiatura e successivamente Ed Bernero di Criminal Minds come showrunner. Nel 2025, il progetto era stato messo in pausa nell’ambito di una più ampia riduzione dei titoli per lo streaming, insieme ad altre serie come Strange Academy e Terror Inc. Nova diventa così il secondo titolo MCU precedentemente annunciato come serie televisiva a trasformarsi in film, dopo Armor Wars.
Con Waldron ora al lavoro su una nuova sceneggiatura, il progetto repart da zero rispetto alle versioni precedenti. Non è chiaro se elementi delle bozze precedenti — tra cui il possibile villain Annihilus e la presenza sia di Richard Rider che di Sam Alexander — sopravviveranno alla transizione.
Chi è Nova e perché il MCU lo stava aspettando
La Nuova Corps è stata introdotta nel MCU in Guardiani della Galassia del 2014, come forza di polizia intergalattica con sede sul pianeta Xandar. Avengers: Infinity War ha poi stabilito che Thanos ha raso al suolo Xandar e sterminato quasi tutti i membri della Nuova Corps fuori campo, prima degli eventi del film, aprendo la strada a una storia sull’ultimo sopravvissuto o sulla ricostruzione del corpo. Richard Rider, il Nova più celebre dei fumetti, è un adolescente del Queens che riceve i poteri di un membro morente della Nuova Corps e diventa uno dei più potenti eroi cosmici dell’universo Marvel. Sam Alexander, il Nova più recente, è invece un ragazzo dell’Arizona che eredita l’elmetto dal padre scomparso e viene addestrato da Gamora e Rocket.
Il presidente di Marvel Studios Kevin Feige aveva già anticipato che Nova sarebbe arrivato “tre o quattro anni” dopo il Comic-Con del 2024 in cui ne aveva parlato, una stima che coinciderebbe con una finestra di uscita tra il 2028 e il 2029 nel MCU, probabilmente nell’ambito della Fase 7. Nessuna data di uscita oltreoceano o per il mercato italiano è stata ancora annunciata.
Il cinema perde uno dei suoi interpreti più autentici e inimitabili. Sam Neill è morto il 13 luglio 2026 a Sydney, in Australia, all’età di 78 anni, circondato dalla sua famiglia. La notizia, comunicata dalla famiglia stessa attraverso un post su Instagram, ha colto di sorpresa il mondo intero: Neill aveva recentemente annunciato di essere guarito dal linfoma angioimmunoblastico a cellule T al terzo stadio diagnosticatogli nel 2022, e sognava di tornare sul set.
Nel comunicato, la famiglia ha scritto: “È con immensa tristezza che il whānau di Sam Neill annuncia la sua scomparsa, avvenuta lunedì 13 luglio a Sydney, in Australia. Sam era circondato dai suoi cari e si è spento con la dignità che ha caratterizzato tutta la sua vita. La perdita è stata improvvisa e inaspettata, ma siamo grati del fatto che Sam sia rimasto libero dal cancro.”
Una carriera da cinquant’anni: dal paleontologo ai grandi villain della storia
Nato Nigel John Dermot Neill il 14 settembre 1947 a Omagh, nell’Irlanda del Nord, e cresciuto in Nuova Zelanda dal 1954, Neill aveva scelto il nome Sam perché lo riteneva “meno impacciato”. Con quella semplicità disarmante che avrebbe poi contraddistinto tutta la sua carriera, aveva costruito in oltre cinquant’anni di lavoro un catalogo straordinariamente variegato: più di 150 produzioni tra cinema e televisione, attraverso generi e registri completamente diversi tra loro.
La sua prima grande occasione arrivò grazie al regista polacco Andrzej Żuławski, che nel 1981 lo volle come protagonista di Possession, un horror psicologico sul disfacimento di un matrimonio ambientato nella Berlino divisa, al fianco di Isabelle Adjani. Una performance di intensità devastante, che lo impose all’attenzione del cinema europeo e aprì le porte a una carriera internazionale.
Negli anni Ottanta, Neill lavorò con Meryl Streep in Plenty (1985) e in Un grido nella notte (1988), due collaborazioni con il regista Fred Schepisi. Nel 1989 recitò con Nicole Kidman nel thriller Ore 10: calma piatta di Phillip Noyce, proiettando entrambi verso una visibilità internazionale ancora maggiore.
Ma fu il 1993 a consacrarlo definitivamente agli occhi del pubblico di tutto il mondo. Quello stesso anno Neill fu protagonista di due capolavori: Lezioni di piano di Jane Campion, che vinse la Palma d’Oro a Cannes e tre Oscar, dove interpretò il complesso Alisdair Stewart con una profondità che avrebbe potuto rendere il personaggio semplicemente cattivo e lo rese invece tragicamente umano; e poi Jurassic Park di Steven Spielberg, dove vestì i panni del paleontologo dottor Alan Grant.
Il dottor Alan Grant: un personaggio eterno
Jurassic Park non fu soltanto un blockbuster: fu un evento che cambiò per sempre il cinema. E al centro di quella rivoluzione c’era Sam Neill, che con la sua interpretazione di Alan Grant riuscì a bilanciare meraviglia scientifica, ironia sottile e coraggio autentico in un modo che nessun altro avrebbe saputo fare. Neill avrebbe ripreso il ruolo in Jurassic Park III (2001) e poi ancora in Jurassic World: Il dominio (2022), tornando a un personaggio che il pubblico non aveva mai smesso di amare.
Riflettendo sul ritorno nei panni di Grant, Neill aveva detto: “Penso sempre che Alan Grant sia come un vecchio paio di stivali comodi. Hanno visto giorni migliori, ma sono davvero comodi, e non li getteresti mai via. Naturalmente, ti infili gli stivali comodi e il cappello, e sei di nuovo lì.”
Il seme della follia, Merlin, Peaky Blinders e Hunt for the Wilderpeople
Nello stesso anno di Jurassic Park, Neill girò con John Carpenter Il seme della follia (1994), uno degli horror psicologici più celebrati degli anni Novanta, in cui interpretò il crollo progressivo di un uomo razionale di fronte all’orrore cosmico in modo che pochi attori avrebbero osato tentare. Nel 1998 portò sullo schermo il mago Merlino nella miniserie televisiva omonima, in un’interpretazione che gli valse candidature all’Emmy e al Golden Globe e che per molti spettatori rimane la versione definitiva del personaggio arturiano.
Negli anni successivi continuò a sorprendere. Come il temibile Maggiore Chester Campbell in Peaky Blinders, un antagonista formidabile capace di reggere il confronto con Tommy Shelby di Cillian Murphy. Come lo scorbutico ma tenero Zio Hec in Hunt for the Wilderpeople (2016) di Taika Waititi, una delle sue prove più calde e commosse. E come presenza fugace ma indimenticabile in Thor: Ragnarok e Thor: Love and Thunder.
La malattia, la guarigione e i due ultimi film che usciranno postumi
Nel 2023, dopo il completamento delle riprese di Jurassic World: Il dominio, Neill aveva reso pubblica la diagnosi di linfoma angioimmunoblastico a cellule T al terzo stadio, affrontando la malattia con la stessa lucidità e ironia con cui aveva sempre approcciato i ruoli più difficili. Una terapia sperimentale Car-T lo aveva dichiarato libero dal cancro all’inizio del 2026. Stava già pensando ai prossimi progetti quando la morte lo ha colto in modo improvviso e inaspettato, come ha confermato la sua famiglia.
Lascia due ultimi lavori che usciranno postumi: Godzilla x Kong: Supernova e The Last Resort, attesi probabilmente nel 2027. Lascia anche i figli Tim, Elena, Maiko e Andrew, e otto nipoti. E lascia un corpo di lavoro immenso, variegato, coraggioso, capace di continuare a emozionare chiunque lo scopra per la prima volta. Il cinema non sarà lo stesso senza di lui.
Il cielo di Seoul, in Corea del Sud, si è trasformato in una gigantesca tela luminosa grazie a uno degli spettacoli con droni più impressionanti mai realizzati. Più di 2.000 droni hanno preso il volo per una performance sincronizzata della durata di dieci minuti in celebrazione dell’universo di Star Wars, regalando al pubblico presente immagini che hanno dell’incredibile.
La flotta di droni ha formato prima il celebre logo di Star Wars, per poi trasformarsi in una sequenza di figure iconiche: il Millennium Falcon, Luke Skywalker, Dart Fener, R2-D2, BB-8, le Guardie Imperiali, Din Djarin, Grogu e molti altri personaggi amatissimi dai fan della saga.
Ecco il video:
Non solo immagini statiche: filmati animati proiettati nel cielo di Seoul
Quello che ha reso lo spettacolo davvero straordinario non sono state soltanto le formazioni statiche, ma la capacità dei droni di riprodurre sequenze video animate nel cielo notturno, trasformando l’intera performance in qualcosa che ricordava più un ologramma gigantesco sospeso nell’aria che un tradizionale spettacolo pirotecnico moderno.
La precisione della sincronizzazione, la qualità delle immagini e la scala complessiva dell’evento testimoniano quanto la tecnologia dei droni stia evolvendo rapidamente come forma d’arte e di intrattenimento collettivo. Per qualsiasi fan di Star Wars, assistere a qualcosa del genere dal vivo sarebbe stata un’esperienza difficile da dimenticare.
Mancano meno di tre mesi all’arrivo nelle sale italiane di Wildwood – I segreti del bosco proibito, il nuovo kolossal in stop-motion dello studio Laika, e la produzione ha rilasciato una featurette che offre uno sguardo affascinante sul processo creativo dietro il film. Il filmato, della durata di quasi due minuti e mezzo, non è un trailer tradizionale: è un invito a entrare nell’atelier dove prende forma ogni singolo fotogramma di questa avventura fantasy, accompagnato dalla partitura orchestrale del compositore Dario Marianelli e dai dialoghi originali del film.
Wildwood – I segreti del bosco proibito arriverà nelle sale italiane il 22 ottobre 2026, distribuito da Notorious Pictures, un giorno prima del debutto americano.
Cosa mostra la featurette: set in miniatura, pupazzi e artigianato senza compromessi
La featurette permette di osservare da vicino ciò che rende Laika uno studio unico nel panorama dell’animazione contemporanea. Enormi set in miniatura vengono assemblati pezzo per pezzo e poi trasportati con cura attraverso gli spazi di produzione. I pupazzi dei personaggi prendono vita un fotogramma alla volta, mossi dalle mani di animatori che lavorano con una precisione e una pazienza difficili da comprendere se non le si vede all’opera.
Tra i momenti più suggestivi, la featurette svela per la prima volta alcune nuove location e personaggi inediti: una imponente figura femminile in armatura a cavallo e una foresta fiabesca popolata di casette per gli uccelli arroccate in cima agli alberi, dettagli che anticipano la scala epica di una storia molto più ambiziosa di quanto i materiali precedenti avessero lasciato intuire. Lo studio ha già dichiarato che il team ha trascorso oltre un decennio a costruire questo mondo attraverso un artigianato meticoloso, tecniche di animazione innovative e una creatività senza limiti.
La storia di Prue McKeel e il mondo di Wildwood
Basato sull’omonimo romanzo best-seller di Colin Meloy, frontman dei Decemberists, illustrato da Carson Ellis e pubblicato in Italia col titolo Wildwood – I segreti del bosco proibito, il film racconta la storia di Prue McKeel, un’adolescente intraprendente la cui vita viene sconvolta quando il fratellino viene rapito da uno stormo di corvi e trascinato nella Landa Impenetrabile, una foresta incantata e misteriosa nascosta appena oltre i confini di Portland, in Oregon. Insieme al compagno di scuola Curtis Mehlberg, Prue si addentra in un mondo abitato da animali parlanti, banditi e figure potenti mosse da dolore e ambizione, scoprendo una forza interiore che non pensava di possedere.
La regia è affidata a Travis Knight, già responsabile di Kubo e la spada magica e del live-action Bumblebee, con la sceneggiatura di Chris Butler (ParaNorman, Mister Link). Il cast vocale originale include Peyton Elizabeth Lee e Jacob Tremblay come protagonisti, affiancati da Carey Mulligan, Mahershala Ali, Awkwafina, Angela Bassett, Charlie Day, Jemaine Clement e Tom Waits.
Un traguardo per tutta l’animazione artigianale
Ogni film prodotto da Laika ha ottenuto una candidatura all’Oscar come Miglior Film d’Animazione, dal debutto con Coraline nel 2009 fino a Mister Link. Con Wildwood, lo studio sembra voler alzare ulteriormente l’asticella: si tratta del progetto più ambizioso e visivamente imponente mai realizzato dalla casa di produzione, con set di scala inedita e una portata epica che si avvicina più ai grandi fantasy cinematografici che ai precedenti film Laika. La featurette ne è la dimostrazione più eloquente: dietro ogni scena che durerà pochi secondi sullo schermo, ci sono settimane o mesi di lavoro manuale. Ed è esattamente questo che rende l’animazione in stop-motion qualcosa di irripetibile.
Approda online il nuovo trailer ufficiale di The Samurai and the Prisoner, il film diretto dal regista di CureKiyoshi Kurosawa che porterà sul grande schermo un insolito mix di film di samurai, giallo investigativo e thriller storico.
Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2026, dove ha raccolto recensioni molto positive, il film arriverà nelle sale statunitensi alla fine di luglio distribuito da Janus Films.
Quando si parla di Kiyoshi Kurosawa, il pensiero corre subito ai thriller psicologici e agli horror che hanno contribuito a ridefinire il cinema giapponese contemporaneo. Questa volta, però, il regista ha deciso di cambiare completamente scenario, senza rinunciare alle atmosfere cariche di tensione che lo hanno reso celebre.
Un mistero nel cuore del Giappone feudale
Conosciuto inizialmente con il titolo giapponese Kokurojo, The Samurai and the Prisoner è ambientato durante il periodo Sengoku, una delle epoche più turbolente della storia del Giappone segnata da guerre, lotte di potere e continui cambi di alleanze.
Al centro della vicenda troviamo Lord Murashige, interpretato da Masahiro Motoki, un signore feudale che decide di ribellarsi al potente e spietato Oda, ritrovandosi però assediato all’interno del proprio castello.
Come se la minaccia dell’esercito nemico non fosse sufficiente, all’interno della fortezza iniziano a verificarsi una serie di misteriosi omicidi ed eventi inspiegabili che alimentano sospetti e diffidenza tra i suoi uomini.
Con il tempo che scorre sempre più velocemente e il timore che un traditore si nasconda tra le mura del castello, Murashige è costretto a stringere un’insolita alleanza con Kanbei, un brillante stratega rinchiuso nelle prigioni sotterranee della fortezza.
Il primo vero film storico di Kiyoshi Kurosawa
Pur avendo costruito una carriera ricca di opere acclamate come Cure, Pulse, Tokyo Sonata, Creepy e Wife of a Spy, The Samurai and the Prisoner rappresenta un’importante novità nella filmografia di Kurosawa.
Si tratta infatti del suo primo lungometraggio ambientato interamente nel Giappone feudale, un contesto che il regista sfrutta per raccontare una storia dove il mistero investigativo sembra avere lo stesso peso degli scontri armati.
Dal trailer emerge chiaramente come il cuore del film non sia tanto la guerra quanto il clima di paranoia che si diffonde tra i protagonisti, trasformando il castello assediato in una prigione da cui sembra impossibile fuggire.
Quando esce The Samurai and the Prisoner?
Dopo il debutto nelle sale giapponesi avvenuto il 19 giugno, The Samurai and the Prisoner arriverà nei cinema statunitensi a partire dal 31 luglio 2026 grazie a Janus Films.
Al momento non è stata annunciata una distribuzione italiana, ma considerando l’ottima accoglienza ricevuta a Cannes e il crescente interesse attorno al film, sarà interessante capire se anche il pubblico europeo avrà presto l’occasione di vedere sul grande schermo quello che si preannuncia come uno dei thriller storici più intriganti dell’anno.
Se oggi parlare di razzi che atterrano in verticale non sorprende più come un tempo, è soprattutto merito di SpaceX, che negli ultimi dieci anni ha trasformato quella che sembrava fantascienza in una pratica quasi di routine.
Proprio per questo il successo ottenuto dalla Cina nelle scorse ore merita attenzione: il colosso asiatico ha infatti completato con successo il recupero del primo stadio di un razzo orbitale, segnando uno dei traguardi più importanti della sua corsa verso le tecnologie spaziali riutilizzabili.
Pechino si avvicina alle tecnologie di SpaceX e Blue Origin
Il test avvicina Pechino alle tecnologie di SpaceX e Blue Origin e rappresenta un tassello fondamentale per i futuri obiettivi lunari del programma spaziale cinese.
Protagonista dell’impresa è il Long March 10B, lanciato dall’isola di Hainan, nel sud della Cina. Secondo quanto riportato dai media statali, circa sei minuti dopo la separazione dal secondo stadio, il booster è rientrato in modo controllato ed è atterrato verticalmente su una piattaforma galleggiante in mare.
Rientro a terra dopo il lancio orbitale
Le immagini diffuse dall’emittente statale CCTV mostrano il booster mentre completa la fase finale della discesa, rallentando progressivamente fino a posarsi sulla piattaforma di recupero.
Oltre al successo dell’atterraggio, la missione ha raggiunto anche il suo obiettivo principale, collocando regolarmente un satellite in orbita.
Secondo la China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC), azienda responsabile dello sviluppo del vettore, il test rappresenta una “svolta storica” per le tecnologie di riutilizzo dei lanciatori spaziali cinesi e costituisce una base fondamentale per aumentare l’efficienza dell’accesso allo spazio nei prossimi anni.
Perché i razzi riutilizzabili sono così importanti?
Recuperare il primo stadio di un razzo non è soltanto una dimostrazione tecnologica.
La possibilità di riutilizzare i componenti più costosi del lanciatore consente infatti di ridurre sensibilmente i costi delle missioni, diminuire i tempi necessari tra un lancio e l’altro e aumentare la frequenza delle operazioni spaziali.
È proprio questa filosofia ad aver rivoluzionato il settore grazie a SpaceX, che da quasi un decennio recupera e riutilizza regolarmente i booster della famiglia Falcon 9, cambiando gli equilibri del mercato dei lanci spaziali.
Anche Blue Origin, l’azienda fondata da Jeff Bezos, ha raggiunto un traguardo analogo con il primo recupero del booster del razzo New Glenn, avvenuto lo scorso anno.
Con il successo del Long March 10B, anche la Cina dimostra di essere sempre più vicina a padroneggiare una tecnologia ormai considerata strategica per il futuro dell’esplorazione spaziale.
La corsa allo spazio passa anche dalla competizione tecnologica
Negli ultimi anni Pechino ha dichiarato più volte di voler trasformare il Paese in una delle principali potenze aerospaziali del pianeta.
Per raggiungere questo obiettivo, il governo cinese ha affiancato al tradizionale programma spaziale statale un settore commerciale sempre più dinamico, nel quale numerose aziende stanno sviluppando nuovi vettori e sistemi di lancio riutilizzabili.
Il percorso, però, non è stato privo di ostacoli.
Diversi test effettuati negli ultimi mesi da altre società cinesi non avevano raggiunto i risultati sperati, rendendo ancora più significativo il successo ottenuto dal Long March 10B.
Obiettivo Luna
Il Long March 10 non nasce soltanto con l’obiettivo di rendere più efficienti i lanci commerciali.
Questa nuova famiglia di razzi rappresenta infatti uno degli elementi chiave del programma con cui la Cina punta a realizzare future missioni con equipaggio verso la Luna.
In quest’ottica, il recupero del primo stadio non è soltanto un esercizio ingegneristico, ma un passo concreto verso una maggiore autonomia operativa e una riduzione dei costi delle missioni spaziali di nuova generazione.
La competizione con gli Stati Uniti, insomma, non si gioca più soltanto sul numero di satelliti lanciati o sulle future basi lunari. Sempre di più, passa dalla capacità di sviluppare tecnologie riutilizzabili in grado di rendere l’accesso allo spazio più rapido, economico e sostenibile.
Warner Bros Pictures e Legendary Pictures hanno pubblicato il primo trailer ufficiale in italiano di Dune – Parte 3, il capitolo conclusivo della trilogia diretta da Denis Villeneuve.
Il film debutterà nelle sale italiane il 16 dicembre, portando sul grande schermo l’epilogo dell’ambizioso adattamento cinematografico del capolavoro di Frank Herbert.
Il film promette di chiudere una delle saghe di fantascienza più apprezzate degli ultimi anni, con un finale che si preannuncia epico e ricco di colpi di scena.
Il trailer anticipa il destino di Paul Atreides
Il filmato promozionale si apre con una frase destinata a lasciare il segno: “Perdonatemi per ciò che ho fatto”.
Poche parole che racchiudono il peso delle scelte compiute da Paul Atreides, ormai diventato Imperatore dopo gli eventi del secondo capitolo.
Le immagini mostrano un universo sempre più instabile, mentre il protagonista è costretto a fare i conti con le conseguenze del proprio potere e con un futuro che sembra ormai scritto.
Un salto temporale di vent’anni
La storia è ambientata quasi vent’anni dopo gli eventi di Dune – Parte 2.
Paul Atreides governa un impero ormai vicino al collasso, mentre antichi alleati tornano sulla scena, nuove minacce iniziano a emergere e una vasta cospirazione sembra ruotare attorno a Chani. Tormentato dalle sue visioni sul destino dell’umanità e dal ritorno del suo amore perduto, il protagonista dovrà affrontare il prezzo delle proprie decisioni in un conflitto destinato a cambiare per sempre il futuro dell’universo.
Il cast stellare dell’ultimo capitolo della trilogia
Come i due precedenti film, anche Dune – Parte 3 può contare su un cast di altissimo livello.
Tornano infatti Timothée Chalamet, Zendaya, Jason Momoa, Rebecca Ferguson, Florence Pugh, Javier Bardem, Charlotte Rampling e Isaach de Bankolé, ai quali si aggiungono due importanti novità: Anya Taylor-Joy e Robert Pattinson.
Alla regia ritroviamo ancora Denis Villeneuve, che firma anche la sceneggiatura insieme a Brian K. Vaughan, mentre la colonna sonora sarà nuovamente composta dal premio Oscar Hans Zimmer, ormai elemento imprescindibile dell’identità della saga.
Per molto tempo il film live action di Naruto è sembrato uno di quei progetti destinati a restare intrappolati nel limbo di Hollywood.
Annunci, cambi di programma, lunghi silenzi e pochissimi aggiornamenti concreti hanno accompagnato questo adattamento cinematografico che molti fan cominciavano a considerare poco più di una promessa.
Alla ricerca di Naruto, Sasuke e Sakura
Ora, però, qualcosa sembra essersi finalmente mosso. A oltre due anni dall’annuncio di Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli) come regista, la produzione ha compiuto quello che, probabilmente, è il passo più importante dall’inizio dello sviluppo: sono ufficialmente aperti i casting mondiali per trovare gli interpreti di Naruto Uzumaki, Sasuke Uchiha e Sakura Haruno, i tre protagonisti del celebre Team 7.
Ad annunciare la novità è stato lo stesso Cretton attraverso i propri canali social.
Il regista ha spiegato quanto l’opera di Masashi Kishimoto abbia influenzato intere generazioni di lettori e spettatori, definendo un onore l’opportunità di portare per la prima volta sul grande schermo, in versione live action, il mondo di Naruto.
Cretton ha inoltre espresso il proprio entusiasmo per l’inizio della ricerca internazionale degli attori che daranno volto al Team 7, un passaggio fondamentale per una produzione che dovrà inevitabilmente confrontarsi con le altissime aspettative dei fan.
Masashi Kishimoto guarda con entusiasmo al progetto
L’entusiasmo non riguarda soltanto il regista. Anche Masashi Kishimoto, creatore di Naruto, ha commentato l’avanzamento del film, definendo quasi surreale vedere il proprio manga trasformarsi in una grande produzione hollywoodiana dopo oltre venticinque anni dalla sua nascita.
Nel comunicato diffuso per l’occasione, il mangaka ha raccontato di vivere questo momento come una successione di “miracoli” e ha dichiarato di attendere con impazienza gli attori che daranno vita ai personaggi creati tanti anni fa sulle pagine di Weekly Shōnen Jump.
Parole che testimoniano il coinvolgimento diretto di Kishimoto nel progetto e che contribuiranno sicuramente a rassicurare una parte della community, da sempre piuttosto cauta quando si parla di adattamenti live-action di celebri manga.
Dal Villaggio della Foglia a Hollywood
Pubblicato per la prima volta nel 1999 sulle pagine di Weekly Shōnen Jump, Naruto è diventato rapidamente uno dei manga più importanti della sua generazione.
L’enorme successo della serie ha dato vita a due adattamenti anime, numerosi lungometraggi animati, videogiochi, romanzi e un’infinità di prodotti dedicati, trasformando le avventure del giovane ninja del Villaggio della Foglia in uno dei franchise più popolari della cultura pop giapponese.
Paradossalmente, nonostante questa popolarità globale, fino a oggi Naruto non ha mai ricevuto una vera trasposizione live action cinematografica ad alto budget.
Proprio per questo motivo il progetto di Lionsgate è osservato con particolare attenzione: non si tratta semplicemente dell’ennesimo adattamento, ma del primo tentativo di portare uno dei manga più influenti degli ultimi venticinque anni nel panorama delle grandi produzioni hollywoodiane.
Lavorare con Christopher Nolan è già di per sé un’esperienza intimidatoria, ma quando si aggiunge un processo di ripresa completamente inedito, è facile capire perché Tom Holland sia uscito dalla sua prima giornata sul set di Odissea convinto che le cose stessero andando terribilmente male.
Holland, che interpreta Telemaco nell’adattamento nolaniano del poema omerico, in arrivo nelle sale italiane il 16 luglio 2026, un giorno prima del debutto americano, ha raccontato apertamente l’esperienza in un’intervista rilasciata a Fandango, spiegando di aver completamente frainteso il motivo per cui Nolan continuasse a interrompere le riprese durante una scena con Jon Bernthal.
Il mistero delle interruzioni continue: colpa del formato IMAX, non della recitazione
Si è scoperto che le interruzioni non avevano nulla a che fare con la sua performance. “Lavorare per la prima volta con le cineprese IMAX è un’esperienza”, ha spiegato Holland. “È qualcosa di completamente diverso da qualsiasi cosa abbia mai visto prima, e non sapevo che la pellicola durava solo tre minuti. Ricordo che si continuava a interrompere, ed ero lì con Jon come a dire: ‘Perché continua a tagliare? Perché lo fa di continuo?'”
“E nella mia testa pensavo: ‘Non gli piace quello che stiamo facendo? Cosa sta succedendo?’ Poi ricordo che è stato il coordinatore degli stunt George Cottle a dirmi: ‘No, no, no, no, no, nella carica ci sono solo tre minuti.’ E io: ‘Oh, grazie al cielo.’ Credevo di fare una figura pessima in quella scena.”
Le frequenti interruzioni erano semplicemente una conseguenza diretta dell’utilizzo delle cineprese IMAX, che utilizzano pellicola da 70mm a 15 perforazioni: ogni carica di pellicola dura circa tre minuti, rendendo necessarie pause regolari per ricaricare la macchina da presa. Una caratteristica tecnica che chiunque non abbia mai lavorato con questo formato potrebbe facilmente fraintendere.
Il primo film nella storia del cinema girato interamente in IMAX
Odissea è il primo lungometraggio mai realizzato interamente con cineprese IMAX a pellicola — un primato assoluto nella storia del cinema. Nolan ha collaborato con i tecnici IMAX per sviluppare nuove attrezzature che rendessero possibile girare anche le scene di dialogo ravvicinate nel grande formato, incluso un involucro insonorizzante per le cineprese chiamato “blimp”, progettato per ridurre il rumore delle macchine durante i dialoghi. Nel corso delle riprese, durate 91 giorni, Nolan ha impressionato oltre 2 milioni di piedi di pellicola.
Parlando del traguardo raggiunto, Nolan ha dichiarato: “Una delle grandi soddisfazioni della mia carriera è stata far parte di un processo evolutivo di un sistema cinematografico. La mia eccitazione per aver finito il film interamente in IMAX è: quali altri registi potrebbero volerlo fare. Voglio solo andare a vedere il film di qualcun altro quando lo realizzerà in questo modo.”
La trama e il cast del kolossal omerico, da Tom Holland a Robert Pattinson
Basato su uno dei testi letterari più antichi e influenti della storia dell’umanità, Odissea segue Odisseo — interpretato da Matt Damon — nel suo decennale viaggio di ritorno verso Itaca dopo la guerra di Troia, mentre affronta creature mitologiche, prove impossibili e l’ira degli dei. Ad attenderlo ci sono sua moglie Penelope (Anne Hathaway) e il figlio Telemaco (Holland).
Il cast comprende anche Zendaya nel ruolo di Atena, Charlize Theron come Circe, Robert Pattinson nei panni di Antinoo, Jon Bernthal come Menelao, Benny Safdie come Agamennone, Lupita Nyong’o, John Leguizamo, Himesh Patel, Mia Goth ed Elliot Page, tra gli altri. La colonna sonora è firmata da Ludwig Göransson, alla sua terza collaborazione con Nolan.
C’è un momento, nelle prime ore di Assassin’s Creed Black Flag Resynced, in cui la Jackdaw prende il largo per la prima volta sotto il sole del Caraibi con il vento in poppa e l’equipaggio che intona uno shanty, e ci si ritrova a sorridere come degli idioti davanti allo schermo. Non per nostalgia, o almeno non solo per quella, ma perché si capisce immediatamente che questo non è il solito “remake con qualche ritocco grafico” fatto per spillare qualche euro ai fan affezionati.
Ubisoft Singapore ha rimesso le mani su uno dei capitoli più amati della serie con un rispetto e un’ambizione che si sentono in ogni singola sequenza. Tredici anni dopo, Edward Kenway è tornato. E non ha perso nemmeno un grammo del suo carisma.
Una storia che regge ancora… e che adesso respira meglio
Partiamo subito dall’elefante nella stanza: sì, Assassin’s Creed Black Flag Resynced è un remake, e la storia principale è quella che è. Chi aveva già vissuto l’avventura di Edward nel 2013 ritroverà lo stesso pirata ambizioso che per caso si ritrova coinvolto nella guerra secolare tra Assassini e Templari, la stessa ricerca dell’Osservatorio, gli stessi compagni di viaggio. E onestamente? Fa ancora la sua figura. Anzi, a distanza di anni si apprezza ancora di più quanto la narrativa originale sapesse bilanciare il grande conflitto storico con qualcosa di molto più intimo, un racconto di amicizia, di perdita, di cosa significhi davvero costruirsi una famiglia. Non era un videogioco che raccontava la solita storia di eroi e villain: era molto più sfumato di così.
Quello che Resynced aggiunge, però, vale la pena di sottolinearlo. Il team di sviluppo ha introdotto nuove missioni che espandono gli archi narrativi di alcuni personaggi secondari dell’originale, spiegandone il lascito oltre i confini della storia principale. Soprattutto, vengono reclutati tre nuovi ufficiali per la Jackdaw, Il Padre, Lucy Baldwin e Tobias “Deadman” Smith, ciascuno con la propria storia autonoma da seguire, e chi li raccoglie tutti e tre sblocca una missione finale che si ricollega a un momento cruciale della campagna principale. Una trovata narrativa che funziona sorprendentemente bene. Blackbeard e Stede Bonnet ricevono nuove sequenze che ne approfondiscono la caratterizzazione, e vedere la genesi di Barbanera, prima ancora che diventasse il pirata leggendario che tutti conoscono, è uno dei momenti più riusciti dell’intero pacchetto narrativo. Le odiose sezioni nel presente ambientate negli uffici di Abstergo, che nell’originale rompevano il ritmo dell’avventura con sequenze di puzzle poco ispirate, sono state rimosse. Al loro posto, quattro “squarci” nella simulazione, scenari ipotetici su strade alternative che i personaggi avrebbero potuto percorrere, tengono vivo quel filo metalinguistico senza interrompere la storia con parentesi anacronistiche. Chi se li ricordava con poco affetto può dormire sonni tranquilli. Va anche detto, per completezza, che il DLC Freedom Cry, il capitolo autonomo incentrato sul nostromo Adéwalé, non è incluso nel pacchetto base.
Tecnicamente, è un altro pianeta
Parliamo della parte più facile: Assassin’s Creed Black Flag Resynced è uno dei giochi più belli del 2026, e non è nemmeno una gara particolarmente combattuta. Il motore Anvil nella sua iterazione più recente, lo stesso che ha fatto un figurone su Assassin’s Creed Shadows l’anno scorso, viene qui applicato a un contesto che gli si addice ancora di più: acqua, cieli aperti, vegetazione tropicale, luce caraibica che cambia col tempo e con le condizioni atmosferiche. Il sistema meteorologico dinamico non è solo un vezzo visivo: le tempeste in mare aperto interagiscono con l’illuminazione globale in tempo reale, scuotono il cielo, sferzano lo scafo e cambiano concretamente le condizioni dei combattimenti navali. Stare alla ruota della Jackdaw durante un uragano con la colonna sonora di Brian Tyler che sale di tono è una di quelle esperienze che difficilmente si dimenticano.
Le città ricostruite, Havana, Nassau, Kingston, mantengono la loro anima riconoscibile, quel mix di splendore coloniale e caos portuale che le aveva rese memorabili nel 2013, ma adesso hanno una densità visiva e un’espressività che all’epoca erano semplicemente fuori portata. I volti di Edward, Barbanera e James Kidd sono notevolmente più espressivi e credibili nelle scene narrative. Con qualche eccezione: Anne Bonny, in certi frangenti, sfiora quello strano disagio estetico che si prova davanti a un personaggio realizzato quasi perfettamente ma non del tutto. Un dettaglio minore, ma che si nota. Come si nota, del resto, il classico “jank alla Assassin’s Creed” che non ha mai abbandonato del tutto la serie: qualche PNG fluttuante, qualche fisica del tessuto che va per i fatti suoi, qualche animazione di transizione che zoppica. Non rovinano l’esperienza, ma è giusto saperlo.
Il combattimento: finalmente una vera sfida
Qui è dove Resynced prende le sue decisioni più coraggiose, e la stragrande maggioranza funziona. Il sistema di combattimento dell’originale era onesto ma limitato: si aspettava l’icona rossa sopra la testa di un nemico, si premeva un pulsante, si ripeteva fino alla nausea. Efficace, ma meccanico. Il remake lo sovverte completamente introducendo una barra gialla sopra la barra vita di ogni avversario che rappresenta la sua difesa attiva: va spezzata prima di poter infliggere danni significativi, e farlo richiede un approccio più ragionato.
Gli attacchi ripetuti funzionano, ma i nemici si adattano ai pattern e iniziano a parare. Ecco allora che entrano in gioco le novità: uno spazzata alle gambe che manda a terra chi blocca, un calcio che proietta i nemici all’indietro, utilissimo vicino a un cornicione o a una parete per attivare un abbattimento ambientale, e un attacco caricato il cui effetto cambia a seconda del tipo di spada equipaggiata. Le sciabole falciano in arco tutti i nemici attorno, i fioretti infilzano in avanti con precisione chirurgica, le spade-pistola scaricano due colpi senza consumare munizioni. Ogni lama ha la sua personalità, e cambiarle durante il gioco non è mai solo una questione estetica. Il dardo con corda, che nell’originale arrivava quasi alla fine, viene consegnato molto prima, trasformandolo in uno strumento tattico che accompagna buona parte dell’avventura. La sensazione complessiva è quella di un combattimento finalmente adulto, che chiede di leggere lo scontro invece di eseguirlo meccanicamente.
La Jackdaw: qualche novità mirata, zero passi falsi
Ubisoft ha avuto l’intelligenza di non toccare ciò che non aveva bisogno di essere toccato. Il combattimento navale era già il punto di forza dell’originale, e rimane probabilmente il migliore della categoria ancora oggi, quindi le modifiche qui sono chirurgiche piuttosto che rivoluzionarie. Ogni tipo di arma della nave sblocca una modalità di fuoco alternativa avanzando nella campagna e liberando i forti: i cannoni possono sparare colpi incandescenti a corto raggio, le botti di fuoco diventano barili a frammentazione. Gli ufficiali reclutati portano abilità specifiche alla nave: uno permette un’improvvisazione difensiva perfetta che azzera quasi del tutto i danni, un altro scarica due salve di cannonate con un singolo tasto. La differenza si sente, soprattutto negli scontri più duri.
La rimozione più benvenuta, però, è quella delle sequenze di furtività navale forzata: nell’originale erano tra i momenti più frustranti in assoluto, con la Jackdaw che doveva muoversi nell’oscurità cercando di non incrociare la linea di visuale di fregate e vascelli di linea mentre seguiva un bersaglio su una minimappa caotica. Sparite. Addio. Non mancheranno a nessuno.
Verdetto: benvenuti a bordo (di nuovo)
Assassin’s Creed Black Flag Resynced si prende un posto di diritto tra i migliori remake degli ultimi anni, alla pari di lavori come Resident Evil 4 e Dead Space. Non si limita a lucidare la superficie di un classico: lo smonta, lo ricostruisce con gli strumenti del 2026 e lo restituisce con qualcosa in più: più profondità nel combattimento, più respiro nella narrazione, più bellezza visiva, meno frustrazioni accumulate in tredici anni di replay. Chi non ha mai giocato il Black Flag del 2013 ha tra le mani il modo migliore per viverlo. Chi lo ricorda come uno dei capitoli preferiti della serie troverà esattamente ciò che cercava: la stessa avventura, più viva che mai. Alzate le vele.
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Quando si parla di Avengers Doomsday una cosa è ormai diventata inevitabile: distinguere i rumor dalle informazioni ufficiali è sempre più complicato.
Il prossimo colossal dei Marvel Studios continua infatti a essere al centro di indiscrezioni praticamente quotidiane e l’ultima potrebbe far discutere parecchio i fan di Wolverine (Hugh Jackman) e dello Spider-Man interpretato da Tobey Maguire.
Secondo una nuova voce di corridoio, infatti, entrambi i personaggi avrebbero un ruolo sorprendentemente ridotto nel film, con appena tre minuti di screen time prima che la loro storia prenda una piega decisamente drammatica.
Naturalmente, è bene ribadirlo fin da subito: si tratta esclusivamente di rumor e nulla è stato confermato dai Marvel Studios e ciò che leggerete fra poco potrebbe rappresentare uno spiacevole spoiler per cui, se ci tenete alla vostra salute mentale e non volete rovinarvi la visione del film, il consiglio è ovviamente quello di non proseguire oltre, magari guardando alcuni spot di Spider-Man: Brand New Day sempre per rimanere in tema Uomo Ragno.
Wolverine e Spider-Man protagonisti di una fugace e tragica sequenza iniziale
L’indiscrezione arriva dall’insider MyTimeToShineHello, che sui social ha affermato che Hugh Jackman e Tobey Maguire comparirebbero sullo schermo per circa tre minuti prima di essere uccisi durante gli eventi iniziali di Avengers: Doomsday.
Una rivelazione che, se fosse confermata, rappresenterebbe una scelta narrativa piuttosto audace, considerando quanto i due personaggi siano amati dal pubblico e il peso che avrebbero in un film dedicato al Multiverso.
Una battaglia tra universi
Questa indiscrezione non nasce dal nulla. Negli ultimi mesi sono emerse diverse voci secondo cui l’apertura del film sarebbe incentrata su un gigantesco scontro multiversale. Lo stesso MyTimeToShineHello aveva sostenuto in passato che Deadpool e Wolverine sarebbero stati inviati sulla Terra dello Spider-Man di Tobey Maguire con l’obiettivo di distruggerla.
Sempre secondo questa ricostruzione, il film includerebbe anche uno scontro tra Wolverine e lo Spider-Man di Maguire destinato a concludersi in modo tragico.
Come prevedibile, queste indiscrezioni hanno alimentato numerose teorie tra gli appassionati, soprattutto considerando che Avengers: Doomsday dovrebbe rappresentare uno dei capitoli più ambiziosi dell’intera Saga del Multiverso.
Hugh Jackman’s Wolverine and Tobey Maguire’s Spider-Man will reportedly have 3 minutes of screen time before being killed in Avengers: Doomsday. pic.twitter.com/kBjykdSiWZ
— MyTimeToShineHello (@MyTimeToShineH) July 6, 2026
Versioni che non coincidono
Tuttavia, come spesso accade con le produzioni Marvel, le fonti non raccontano tutte la stessa storia.
Alcune indiscrezioni diffuse nei mesi scorsi sostenevano addirittura che lo Spider-Man di Tobey Maguire, affiancato da Doctor Octopus, avrebbe affrontato gli X-Men dell’universo cinematografico Fox prima dell’escalation finale dello scontro.
Altre fonti, invece, raccontano una versione completamente diversa: l’insider Alex Perez, di The Cosmic Circus, ha infatti smentito questa ricostruzione, sostenendo che lo Spider-Man interpretato da Maguire sopravviverebbe agli eventi del film.
Appuntamento a dicembre
Insomma, al momento le indiscrezioni si contraddicono a vicenda e non permettono di delineare un quadro realmente affidabile.
Fino a quando lo studio non mostrerà materiale ufficiale o non rivelerà nuovi dettagli sulla trama, tutte queste ricostruzioni devono essere prese con le pinze.
Una cosa, però, sembra ormai evidente: qualunque direzione prenderà Avengers: Doomsday, il film punta a giocare un ruolo centrale nella Saga del Multiverso.
Se Wolverine e lo Spider-Man di Tobey Maguire avranno davvero soltanto pochi minuti sullo schermo o se queste ultime indiscrezioni si riveleranno infondate, lo scopriremo soltanto il 16 dicembre quando il film arriverà nelle sale cinematografiche italiane.