Mar 24 Febbraio, 2026
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IBM sotto pressione da parte di Anthropic: Claude Code sfida il COBOL

Per un programmatore old school come il sottoscritto, questo 2026 potrebbe passare alla storia come l’anno in cui qualcuno ha osato sfidare il COBOL e l’infrastruttura IBM.

La miccia l’ha accesa Anthropic, annunciando che il suo modello di intelligenza artificiale Claude Code è in grado di comprendere, analizzare e convertire codice COBOL in linguaggi moderni come Java o Python. Non si tratta di una semplice traduzione sintattica, ma di un processo completo di analisi, reverse engineering e migrazione.

IL risultato di questo annuncio è stato quello di scatenare il panico a Wall Street con una giornata nera per IBM. Il tonfo per il colosso tecnologico è stato superiore al 13%, la peggiore performance della big-tech americana da oltre 25 anni.

Ma andiamo con ordine, cercando di capire cosa sta succedendo.

Il paradosso del COBOL: linguaggio di programmazione vecchio di 70 anni, ma ancora ovunque

Il COBOL nasce alla fine degli anni ’50, quando i computer occupavano intere stanze e Internet era fantascienza. Eppure oggi gestisce ancora una fetta gigantesca delle transazioni bancarie globali e dei sistemi mainframe: si parla del 60-80% delle grandi imprese.

Il problema principale è che chi sa programmare davvero in COBOL sta andando in pensione oppure non c’è più… letteralmente. Formare nuovi sviluppatori su un linguaggio percepito come “preistorico” e che sopravvive solo perché IBM nel tempo ha raggiunto una posizione di monopolio per i sistemi mainframe di banche, assicurazioni, compagnie aeree e istituzioni pubbliche non è né facile né allettante per le nuove generazioni di programmatori.

Le aziende, in pratica, si trovano intrappolate: sistemi complessi che funzionano come orologi svizzeri ma difficili e costosi da mantenere.

schermata COBOL

La promessa di Claude Code: migrazione automatizzata

Qui entra in scena Claude Code. Anthropic sostiene che la sua intelligenza artificiale possa analizzare enormi tabulati di codice COBOL, comprendere logiche di business stratificate in decenni; effettuare reverse engineering delle applicazioni che si basano sull’infrastruttura COBOL; convertire il tutto in linguaggi moderni come Java o Python.

Se tutto ciò fosse vero in modo scalabile, significherebbe ridurre processi che oggi richiedono anni, manutenzioni e modifiche manuali e squadre di programmatori e consulenti specializzati.

In altre parole: modernizzare sistemi complessi e radicati a una frazione dei costi attuali.

L’attacco a IBM e al business dei mainframe

Il colpo (duro) l’ha avvertito IBM.

Il colosso americano ha costruito per decenni un ecosistema attorno ai mainframe e alla manutenzione di questi sistemi. Certo, IBM aveva già risposto al trend di “semplificazione” con Watsonx Code Assistant for Z, strumenti pensati per aiutare a modernizzare le applicazioni senza abbandonare l’ecosistema mainframe.

Ma la proposta di Anthropic è diversa perché non si limita a dire di modernizzare il tutto, ma propone un’uscita totale dal sistema duale mainframe IBM e COBOL. Ecco perché il mercato ha reagito in modo così violento.

mainframe

Tradurre in linguaggi più moderni non basta

Nonostante tali presupposti, non tutti però sono convinti delle promesse di Anthropic definendole “ottimistiche” o addirittura “fuorvianti”.

Diversi esperti sottolineano che la migrazione di sistemi bancari critici non è una semplice operazione di traduzione linguistica. Il codice COBOL spesso incapsula logiche aziendali complesse, dipendenze invisibili, integrazioni con sistemi esterni e requisiti normativi delicatissimi.

Un piccolo errore potrebbe potenzialmente bloccare milioni di transazioni oppure mandare in tilt i trasporti.

È davvero la fine del COBOL?

Siamo davvero davanti a un punto di svolta per IBM e il COBOL come struttura portante di sistemi economico-finanziari complessi fortemente interconnessi?

L’intelligenza artificiale può davvero accelerare analisi e reverse engineering del codice di programmazione, può ridurre costi e tempi, ma sostituire completamente decenni di infrastrutture mission-critical è un’altra storia.

Quello che è certo è che la battaglia è iniziata. Non è solo una questione tecnica: è uno scontro sul futuro dei dati bancari globali, tra chi difende la stabilità dei mainframe e chi spinge verso cloud e modernizzazione radicale.

E se Claude Code manterrà anche solo metà delle promesse, il 2026 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui è iniziato il tramonto del COBOL.

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Neon Genesis Evangelion avrà una nuova serie anime scritta da Yoko Taro per il 30° anniversario

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Grandi novità per i fan di Neon Genesis Evangelion. In occasione del 30° anniversario, è stato annunciato a sorpresa che una nuova serie anime è attualmente in produzione. Il progetto coinvolge due studi importanti, Studio Khara e CloverWorks, e porterà dietro la macchina da scrittura un nome molto noto nel panorama videoludico: Yoko Taro, creatore di NieR: Automata.

L’annuncio è arrivato durante il programma conclusivo dell’evento “EVANGELION:30+; 30th ANNIVERSARY OF EVANGELION”, tenutosi a Yokohama, in Giappone, dove è stato presentato anche uno speciale cortometraggio animato. Al momento, però, non sono stati diffusi dettagli sulla trama né una finestra di uscita.

Yoko Taro alla sceneggiatura: un ritorno alle origini

Yoko Taro si occuperà della sceneggiatura e della composizione della serie, affiancando il regista Kazuya Tsurumaki, già alla guida dei film Rebuild e di Mobile Suit Gundam GQuuuuuuX. Nel team creativo figura anche il co-assistente alla regia Tokyo Yatabe, che ha lavorato a Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time.

Per la colonna sonora è stato coinvolto Keiichi Okabe, noto proprio per le musiche di NieR: Automata.

Non è ancora chiaro in che modo la nuova serie si inserirà nell’universo narrativo di Evangelion, da sempre caratterizzato da linee temporali alternative, loop e reinterpretazioni. L’approccio potrebbe essere totalmente inedito oppure collegarsi agli eventi già raccontati.

Un’eredità che continua dal 1995

Creata e diretta da Hideaki Anno per lo studio Gainax, oggi non più attivo, Neon Genesis Evangelion debuttò tra ottobre 1995 e marzo 1996. La storia segue il quattordicenne Shinji Ikari, reclutato dall’organizzazione NERV per pilotare un gigantesco mecha chiamato Evangelion e combattere misteriose creature note come “Angeli”, in un mondo post-apocalittico.

Nel corso degli anni il franchise ha generato film, reboot, spin-off e collaborazioni commerciali di ogni tipo, diventando uno dei titoli più influenti dell’animazione giapponese.

Yoko Taro non ha mai nascosto quanto Evangelion abbia inciso sul suo percorso creativo. In passato ha dichiarato che l’opera che più lo ha ispirato è proprio Neon Genesis Evangelion, arrivando a definire la storia di NieR: Automata quasi una rielaborazione del capolavoro di Anno.

L’annuncio arriva inoltre in un momento particolarmente positivo per il franchise videoludico: NieR: Automata ha appena superato i 10 milioni di copie vendute nel mondo.

Al momento restano molte incognite. Non sappiamo quando vedremo la serie né quale direzione prenderà. Ma l’idea di vedere Evangelion filtrato attraverso la sensibilità narrativa di Yoko Taro — tra fantascienza filosofica, inquietudine e introspezione — rende il progetto uno dei più interessanti tra quelli annunciati per il 30° anniversario.

Signori, il delitto è servito: esiste un quarto finale in cui Tim Curry uccide tutti (ma non lo vedremo mai)

Molto prima che Hollywood iniziasse a puntare con decisione sugli adattamenti di giochi da tavolo, nel 1985 arrivava al cinema Signori, il delitto è servito, commedia gialla diventata negli anni un vero cult. Ispirato al celebre board game Cluedo, il film riuscì a trasformare un’idea apparentemente rischiosa in un esperimento brillante, grazie a un tono surreale e a una struttura narrativa fuori dagli schemi.

Oggi, a distanza di tempo, è emerso un dettaglio che rende la storia ancora più curiosa: esisteva un quarto finale alternativo, girato ma mai mostrato al pubblico. A parlarne è stato Tim Curry, protagonista assoluto del film, durante un’intervista con The Academy.

Una commedia gialla fuori dagli schemi

Dietro la macchina da presa c’era Jonathan Lynn, che sviluppò la storia insieme a John Landis. Invece di puntare su un mistero classico in stile Agatha Christie, il film scelse una strada più folle e grottesca.

La premessa è semplice: un gruppo di sconosciuti, ciascuno con un segreto compromettente, viene invitato a cena in una villa isolata dal misterioso Mr. Boddy, interpretato da Lee Ving. Ad accoglierli c’è il maggiordomo Wadsworth, interpretato da Curry, vero motore comico dell’intera vicenda.

Il cast era ricchissimo: Madeline Kahn, Martin Mull, Christopher Lloyd, Lesley Ann Warren, Eileen Brennan e Michael McKean.

Quando Mr. Boddy viene assassinato, la serata si trasforma in un caos fatto di accuse incrociate, ricatti e colpi di scena sempre più assurdi. Tutti hanno un movente, tutti hanno qualcosa da nascondere. E Curry domina la scena con un’energia travolgente.

remake di Signori il Delitto è Servito

I tre finali ufficiali e quello mai visto

La scelta più audace del film fu proporre tre finali diversi. Nel 1985, a seconda della sala cinematografica, gli spettatori potevano vedere una conclusione differente. I segmenti, intitolati “How it Could Have Happened”, “How About This?” e “Here’s What Really Happened”, offrivano versioni alternative su chi fosse il vero assassino.

Questa trovata contribuì a rendere Signori, il delitto è servito un film cult, rivedibile e discusso ancora oggi.

Ma esisteva anche un quarto epilogo. In quella versione, Wadsworth perdeva il controllo e iniziava a uccidere tutti i presenti nella villa. Lo stesso Curry ha raccontato la scena con semplicità: correva per la casa eliminando ogni personaggio uno dopo l’altro.

Secondo Jonathan Lynn, però, quel finale non funzionava. Non era abbastanza divertente, non risultava davvero sorprendente e chiudeva il film in modo anticlimatico. Tre versioni erano più che sufficienti.

Curiosamente, per Curry proprio quella rimasta nel cassetto era la sua preferita.

Un finale perduto che alimenta il mito

Le tre conclusioni ufficiali restano perfettamente in linea con il tono del film: rapide, assurde, costruite sul ritmo e sull’effetto sorpresa. Un massacro generale avrebbe forse scioccato il pubblico, ma lo shock da solo non basta a sostenere una commedia.

Eppure l’idea di vedere Curry scatenarsi nella villa, trasformando il mistero in pura follia, continua ad affascinare i fan. È uno di quei casi in cui una scena mai distribuita diventa parte della leggenda del film.

Ancora oggi Signori, il delitto è servito viene citato come esempio riuscito di adattamento da gioco da tavolo, capace di reinventare il materiale originale con intelligenza e ironia. E sapere che esiste un finale alternativo così radicale non fa che rafforzare il fascino di un cult che, a distanza di quarant’anni, continua a far parlare di sé.

A Knight of the Seven Kingdoms: il finale di stagione apre all’arrivo di un’attesa seconda stagione

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La prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms si chiude con un episodio che sceglie la riflessione invece dello spettacolo. Dopo la brutalità di “In the Name of the Mother” e il caos del Giudizio dei Sette, il finale intitolato “The Morrow” abbassa i toni e lascia spazio alle conseguenze.

La serie, ambientata nell’universo di Game of Thrones e tratta dalle novelle di George R. R. Martin, ha trovato una sua identità più intima. Niente draghi che inceneriscono città o guerre su larga scala: qui il centro della storia è un cavaliere errante che prova a fare la cosa giusta in un mondo che raramente premia la decenza.

Le conseguenze del Giudizio dei Sette e la morte di Baelor

L’episodio si apre ad Ashford Meadow, dopo la devastazione. Dunk è sopravvissuto, ma il regno ha perso Baelor Targaryen. Il principe è morto combattendo per lui, e il senso di colpa lo divora.

Accanto a Dunk troviamo Lyonel Baratheon, che con il suo tono diretto prova a sdrammatizzare. Gli offre persino un posto a Storm’s End, con una frase che è puro spirito westerosiano: lo amerà come un fratello, oppure lo odierà come un fratello.

Ma Dunk non riesce a lasciar andare il peso della morte di Baelor. Quando il principe viene cremato, la macchina da presa indugia sui volti dei Targaryen, in particolare su Maekar Targaryen, imperscrutabile tra dolore e tensione politica. Le voci su un suo possibile coinvolgimento nella morte del fratello inizieranno a circolare, e lui sa che non si fermeranno.

Dunk, dal canto suo, si chiede perché gli dèi abbiano risparmiato lui. È una domanda che resta sospesa e che definisce il cuore dell’episodio.

Dunk, Egg e la scelta che cambia tutto

Il confronto più importante è proprio tra Dunk e Maekar. Il principe propone di portare Egg a Summerhall per farlo crescere a corte, lontano dalle difficoltà. Ma Dunk rifiuta. Non vuole più avere a che fare con i principi, almeno non in quel modo.

Egg ascolta tutto. È ferito, deluso. Ma è anche a un bivio. In una delle scene più tese del finale, lo vediamo avvicinarsi al fratello nel sonno con un coltello, prima di essere fermato. È il segnale che il suo futuro non è scritto.

Peter Claffey Il cavaliere dei sette regni

Alla fine, Dunk prende la decisione che definisce la stagione: accetterà Egg come scudiero, ma lontano dai castelli e dall’influenza della corte. Vuole offrirgli la possibilità di crescere in modo diverso rispetto ai fratelli maggiori.

Maekar resiste, ricorda che è il suo ultimo figlio. Eppure capisce che qualcosa deve cambiare. In quel momento, senza battaglie né proclami, il destino di Westeros si sposta di qualche grado.

Prima di partire, Dunk rende omaggio a Ser Arlan di Pennytree, inchiodando una moneta all’albero sotto cui riposava. È un gesto semplice, ma racchiude tutto il senso della serie: memoria, umiltà, continuità.

Quando Egg lo raggiunge e gli dice che servirà sotto di lui, la torcia viene ufficialmente passata. Non è un finale esplosivo, ma una promessa.

Un finale che punta sui personaggi

“The Morrow” funziona proprio perché non cerca di superare lo spettacolo del Giudizio dei Sette. Si concentra su colpa, responsabilità e scelta. Dunk decide di essere l’uomo di cui il regno ha bisogno. Egg sceglie l’umiltà invece del privilegio.

La prima stagione si chiude così: non con una guerra, ma con due figure che si allontanano a cavallo verso un futuro incerto. La seconda stagione è già prevista per il prossimo anno e, seguendo le novelle di Martin, potrebbe portare nuovi volti e nuove tappe nel viaggio.

Quello che rende A Knight of the Seven Kingdoms speciale è la sua dimensione raccolta. È una storia di incontri, di errori, di crescita. Quando Dunk ed Egg lasciano Ashford Meadow, non sembra una fine. Sembra l’inizio della loro vera leggenda.

Il sequel di Face Off incontra qualche ostacolo con l’addio del regista Adam Wingard

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Il progetto tanto atteso dai fan dell’action movie anni ’90 si trova ora in una fase di stallo. Adam Wingard ha lasciato la produzione del sequel di Face/Off (a quanto pare già nell’estate del 2025), dopo un accordo consensuale con la Paramount, lasciando il film senza un regista e con un posto aperto per chiunque voglia raccogliere il testimone.

Come riportato da Collider, la partenza di Wingard apre ora le porte ad altri cineasti, che potranno presentare la propria visione del seguito del cult movie diretto da John Woo nel 1997.

Una produzione travagliata fin dall’inizio

Il progetto ha una storia piuttosto lunga alle spalle. Il sequel fu annunciato per la prima volta nel 2019 come un reboot, con il produttore Neal Moritz e lo sceneggiatore Oren Uziel. Due anni dopo, nel 2021, Wingard entrò a far parte del progetto come co-sceneggiatore e regista, precisando che si sarebbe trattato di un sequel diretto e non di un remake.

Dopo quasi cinque anni di lavoro, però, l’accordo tra Wingard e la Paramount si è concluso, e il futuro della produzione è ora tutt’altro che certo.

La storia del film originale e l’entusiasmo di Nicolas Cage

Per chi non lo ricordasse, il film originale del 1997 racconta la storia dell’agente FBI Sean Archer (John Travolta), che si sottopone a una procedura sperimentale per assumere il volto del terrorista Castor Troy (Nicolas Cage) e sventare un attentato. Le cose prendono però una piega inaspettata quando Troy si sveglia prima del previsto, prende il volto di Archer, elimina tutti i testimoni e si appropria della sua identità.

Il film fu un grande successo commerciale, incassando oltre 245 milioni di dollari in tutto il mondo a fronte di un budget di 80 milioni, conquistando nel tempo lo status di cult classico.

Nonostante la fine apparente del personaggio nel primo film, Nicolas Cage ha più volte espresso il desiderio di tornare nei panni di Castor Troy. In una precedente intervista, l’attore aveva anche condiviso la sua idea per la trama del sequel: “Face/Off si presta a molti colpi di scena e imprevedibilità. Se si considera l’idea della prole, con i figli di Castor e Sean che crescono, diventa come una partita a scacchi tridimensionale. Non sarebbero solo John Travolta e io, ma quattro personaggi che si scontrano su livelli diversi, rendendo tutto ancora più complesso. Penso che ci sia molto terreno fertile.”

Con l’addio di Wingard, i fan non possono fare altro che attendere e sperare che un nuovo regista decida presto di raccogliere la sfida e dare finalmente vita al sequel di uno dei film d’azione più amati degli anni ’90.

A Knight of the Seven Kingdoms: è record di spettatori per lo spin-off di Game of Thrones

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Lo spin-off di HBO sta macinando numeri da record e si candida a diventare uno dei debutti più visti nella storia del network. A Knight of the Seven Kingdoms ha esordito il 18 gennaio e, episodio dopo episodio, continua a stupire con dati di visione sempre più impressionanti.

Stando a quanto riportato da Variety, i cinque episodi finora disponibili hanno totalizzato una media di quasi 13 milioni di spettatori americani ciascuno. L’ultimo episodio, intitolato “In nome della Madre”, ha raggiunto 9,2 milioni di spettatori cross-platform negli Stati Uniti in soli tre giorni. Cifre che proiettano la serie al terzo posto tra i debutti più seguiti nella storia di HBO.

Una serie amatissima sia dal pubblico che dalla critica

Non si tratta solo di numeri: A Knight of the Seven Kingdoms sta convincendo anche critica e fan. Su Rotten Tomatoes la serie ha ottenuto un 93% di gradimento dalla critica, diventando la serie del franchise di Game of Thrones meglio valutata in assoluto, superando sia Il Trono di Spade che House of the Dragon.

Con il finale di stagione previsto tra poche ore, è lecito aspettarsi un ulteriore picco di ascolti nelle prossime settimane.

A Knight of the Seven Kingdoms

La storia di Ser Duncan e Egg

La serie segue le avventure di Ser Duncan il Alto, interpretato da Peter Claffey (noto per Vikings: Valhalla), un cavaliere errante di Westeros che si ritrova a viaggiare insieme a uno scudiero di nome Egg, interpretato da Dexter Sol Ansell, già visto ne La ballata dell’uccello cantore e del serpente della saga di Hunger Games.

La storia è tratta dai romanzi Racconti di Dunk e Egg di George R. R. Martin ed è ambientata in un periodo compreso tra gli eventi di House of the Dragon (2022) e quelli de Il Trono di Spade (2011), colmando così un vuoto narrativo importante nell’universo di Westeros.

Dietro la macchina da presa troviamo Owen Harris (Kill Your Friends), che ha diretto i primi tre episodi, mentre Sarah Adina Smith (Birds of Paradise) ha preso le redini della seconda metà della stagione. Tra i produttori esecutivi figurano lo stesso Martin, Ira Parker e Ryan Condal, già protagonisti del successo di House of the Dragon.

Visto il successo straordinario, non sorprende che la serie sia già stata rinnovata per una seconda stagione, attesa per il 2027, che adatterà gli eventi del racconto La spada giurata, pubblicato nel 2003. Il viaggio di Dunk e Egg a Westeros, insomma, è appena cominciato.

Artemis 2: nuovo problema per il razzo della NASA, a rischio la finestra di lancio di marzo

Quando si parla di riportare l’uomo sulla Luna, ogni dettaglio conta e, purtroppo per la NASA, un nuovo imprevisto tecnico potrebbe rallentare il viaggio di Artemis 2, la missione che segnerà il ritorno degli astronauti oltre l’orbita terrestre per la prima volta dall’era Apollo.

Sabato 21 febbraio, l’agenzia spaziale statunitense ha annunciato di aver riscontrato un problema allo Space Launch System (SLS), il gigantesco razzo attualmente posizionato sulla Launch Pad 39B del Kennedy Space Center, in Florida.

Il guasto? Un’interruzione nel flusso di elio nello stadio superiore del razzo. Una questione tecnica che potrebbe costringere la NASA a riportare l’intero stack SLS-Orion nel Vehicle Assembly Building (VAB) per ulteriori verifiche e riparazioni.

La finestra di lancio di marzo è seriamente a rischio

L’amministratore NASA Jared Isaacman è stato diretto: “Questo intoppo quasi certamente avrà un impatto sulla finestra di lancio di marzo.”

Purtroppo, non si tratta di una finestra ampia. Le date disponibili andavano dal 6 al 9 marzo, con un’ulteriore opportunità l’11 marzo. Se Artemis 2 non riuscirà a partire in quei giorni, la prossima finestra utile scatterà il mese successivo, più precisamente tra il 1° e il 6 aprile, e poi il 30 aprile.

La NASA ha spiegato che un eventuale rollback al VAB renderebbe impossibile rispettare la finestra di marzo. Tuttavia, l’agenzia sta lavorando per cercare di salvare almeno quella di aprile, a seconda dell’esito delle analisi e dei tempi di intervento.

Una brutta sorpresa dopo segnali incoraggianti

La notizia arriva quasi come un fulmine a ciel sereno. Solo il giorno prima, infatti, la NASA aveva annunciato ufficialmente il 6 marzo come data obiettivo per il lancio, dopo aver completato con successo la seconda Wet Dress Rehearsal (WDR), la simulazione completa delle operazioni di rifornimento e preparazione al decollo.

Il test si era concluso con il rifornimento corretto di entrambi gli stadi del razzo. Un traguardo importante, soprattutto considerando che la prima WDR era stata interrotta il 2 febbraio a causa di una perdita di idrogeno liquido (LH2).

Le perdite di LH2 avevano già tormentato Artemis 1 nel 2022, causando diversi rinvii prima del lancio della missione senza equipaggio. Stavolta sembrava che il problema fosse sotto controllo, almeno fino a questo nuovo intoppo legato all’elio.

team artemis NASA

Perché Artemis 2 è così importante?

Artemis 2 non è una missione qualunque. Sarà il primo volo con equipaggio oltre l’orbita terrestre bassa dai tempi dell’Apollo, con tre astronauti NASA e un astronauta canadese a bordo della capsula Orion per una missione di circa 10 giorni attorno alla Luna.

Parliamo del passo fondamentale prima del ritorno dell’uomo sulla superficie lunare con Artemis 3.

Ogni ritardo pesa come un macigno, questo è ovvio, ma nelle missioni spaziali umane la priorità resta sempre una sola: sicurezza assoluta.

navicella Orion missione artemis I

La strada verso la Luna non è mai stata semplice

Dall’Apollo in poi, ogni programma lunare ha dovuto fare i conti con problemi tecnici, revisioni, test infiniti e imprevisti dell’ultimo minuto e le missioni Artemis non fanno eccezione.

Se servirà riportare il razzo nel VAB per sistemare il problema, meglio farlo ora che rischiare durante la missione. La corsa alla Luna è una maratona, non uno sprint.

Ma una cosa è certa: quando Artemis 2 finalmente partirà, sarà un momento storico.

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Scrubs: trailer italiano e data di uscita della nuova stagione revival

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Il Sacro Cuore riapre le porte e non si tratta di uno dei sogni a occhi aperti di J.D.

Disney+ ha pubblicato il trailer italiano del revival di Scrubs, prima stagione pronta a debuttare il 25 marzo sulla piattaforma di streaming.

La serie cult che ha segnato un’intera generazione di spettatori (e molto probabilmente ispirato una nuova generazione di medici e infermieri) torna ai giorni nostri, mescolando nostalgia, nuove dinamiche ospedaliere e quell’equilibrio perfetto tra risate e lacrimoni che l’ha resa immortale.

J.D. e Turk di nuovo insieme: la medicina è cambiata, l’amicizia no

Il fulcro del revival è semplice e potentissimo: J.D. e Turk di nuovo fianco a fianco con le loro gag.

Sono passati anni, la medicina è evoluta, gli specializzandi sono più digitali che mai, ma il legame tra John Dorian e Christopher Turk è rimasto quello di sempre e basta questo per far aumentare l’hype a ritmi tachicardici.

Tra vecchi corridoi e nuove facce, il Sacro Cuore torna a essere il palcoscenico perfetto per gag surreali, monologhi interiori al limite del delirio e momenti emotivi capaci di colpire dritto allo stomaco.

Il cast originale torna in corsia

Il revival riporta in scena i protagonisti che hanno fatto la storia dei Scrubs: Zach Braff torna a indossare il camice di John “J.D.” Dorian; Donald Faison riprende il ruolo di Christopher Turk; Sarah Chalke è ancora Elliot Reid, Judy Reyes torna nei panni di Carla e John C. McGinley sarà ancora l’iconico Dr. Perry Cox.

Accanto ai volti storici di Scrubs arriva una nuova generazione di specializzandi, pronta a confrontarsi con una professione che oggi è ancora più complessa, competitiva e piena di pressioni.

scrubs 2026 JD Elliot Turk

Le guest star e il team creativo del revival

Il revival può contare su un ricco parterre di guest star: Vanessa Bayer, Joel Kim Booster, Ava Bunn, Jacob Dudman, David Gridley, Phill Lewis, Robert Maschio, X Mayo, Layla Mohammadi, Amanda Morrow e Michael James Scott.

Dietro le quinte torna Bill Lawrence, creatore della serie originale che figura come produttore esecutivo insieme a Jeff Ingold e Liza Katzer per Doozer Productions.

Zach Braff, Donald Faison e Sarah Chalke sono anch’essi coinvolti come produttori esecutivi, mentre Aseem Batra ricopre il ruolo di showrunner ed executive producer, con Randall Winston che completa il team produttivo.

La serie è prodotta da 20th Television, parte di Disney Television Studios.

Il nuovo Scrubs punta su cuore e ironia

Composto da episodi di 30 minuti, il nuovo Scrubs sembra voler recuperare la formula che ha fatto la fortuna della serie: comicità surreale, dialoghi brillanti e una sorprendente profondità emotiva.

Il trailer promette un mix di vecchie dinamiche e nuove tensioni, con il Sacro Cuore pronto a raccontare ancora una volta cosa significa crescere, sbagliare, amare e trovare il proprio posto nel mondo.

La sinossi di Spider-Man: Brand New Day conferma un enorme salto temporale

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Dopo mesi di silenzio (e teorie più o meno verosimili), arriva la sinossi ufficiale di Spider-Man: Brand New Day che conferma un importante time jump.

Parliamo di quattro anni dopo gli eventi devastanti di Spider-Man: No Way Home.

Peter Parker non esiste più. Spider-Man sì

Così recita la sinossi: “Sono passati quattro anni dall’ultima volta che abbiamo incontrato il nostro amichevole eroe di quartiere. Dopo aver cancellato sé stesso dalla memoria di tutti alla fine di No Way Home nel 2021, Peter Parker è ufficialmente sparito dal mondo. Nessuno ricorda chi sia”.

“Spider-Man, invece, è al top della forma. È diventato una presenza stabile a New York, una leggenda urbana efficiente, anonima, quasi mitologica. Le cose però iniziano a complicarsi quando una serie di crimini misteriosi lo trascina in una rete di insidie più grande di quanto abbia mai affrontato. Non sarà solo una questione di muscoli e ragnatele: il passato tornerà a bussare, e non lo farà con gentilezza”.

Cosa cambia davvero con questo salto temporale?

Il salto temporale è, di fatto, il vero fulcro narrativo di Brand New Day.

A distanza di quattro anni ci ritroviamo con un Peter più maturo (e forse più solo), una New York abituata a uno Spider-Man senza volto e l’universo MCU che, nel frattempo, è andato avanti.

Il film segna anche il secondo capitolo proprio della Fase 6 del MCU, arco narrativo inaugurato da I Fantastici Quattro – Gli Inizi che inizierà la sua fase clou con Avengers: Doomsday.

Un nuovo inizio per l’Arrampicamuri

Il titolo Brand New Day non è scelto a caso.

Dopo la tabula rasa emotiva di No Way Home, questo è davvero un nuovo capitolo per l’Arrampicamuri dell’Universo Cinematografico Marvel. Peter non deve più conciliare due vite perché, adesso, ne ha solo una ed è quella di supereroe.

Tuttavia, il problema è che il passato non è mai davvero cancellato nell’universo Marvel.

Quattro anni dopo Spider-Man c’ ancora, ma resta da capire che fine ha fatto Peter Parker, cose che scopriremo il 26 luglio prossimo quando Spider-Man: Brand New Day debutterà nelle sale cinematografiche italiane.

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Peaky Blinders: The Immortal Man, il trailer conferma un recast clamoroso

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Sono passati quattro anni dall’ultima volta che abbiamo respirato l’aria tossica di Small Heath insieme a Tommy Shelby. Un’attesa lunga, carica di hype e di aspettative, con il trailer di Peaky Blinders: The Immortal Man che ha riportato subito a galla quella sensazione di grandezza sporca e tragica che solo questa saga sa dare.

C’è però un dettaglio enorme che i fan più attenti hanno notato in tempo zero: un recast pesantissimo, proprio al centro della storia.

Duke Shelby ha un nuovo volto

Nel film vedremo Duke Shelby, il figlio illegittimo di Tommy, interpretato ora da Barry Keoghan, candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista ne “Gli spiriti dell’isola” e attore in pienissima ascesa.

Nella serie TV Peaky Blinders il personaggio aveva invece il volto di Conrad Khan, un cambio di interprete tutt’altro che marginale visto che Duke è destinato a diventare uno snodo cruciale della trama accanto a Tommy.

Non stiamo parlando di una comparsata.: qui si tratta dell’erede dell’impero Shelby.

Il nodo lasciato aperto nella stagione 6

La sesta stagione dello show BBC aveva chiuso il cerchio su Tommy con un finale quasi poetico, una conclusione sospesa ma molto potente.

Molti altri personaggi, invece, sono rimasti con archi narrativi tutt’altro che definitivi. Duke, introdotto a metà stagione come figlio illegittimo, è sembrato a molti un innesto improvviso, una mossa narrativa forte e senza dubbio inaspettata e controversa.

La scelta di Tommy di affidare proprio a Duke il futuro dell’impero criminale non ha convinto tutti, soprattutto perché lasciava in ombra Charles, il figlio avuto con Grace.

Quel passaggio, già divisivo, ora torna al centro del conflitto.

La questione Finn: una faida tutt’altro che chiusa

C’è poi la questione Finn: l’ultimo confronto con Duke e la rottura con Tommy aveva lasciato il personaggio in una posizione pericolosa.

Il film potrebbe riaprire quella frattura e un ritorno di Tommy nel cuore dell’azione per salvare Duke rischia di riaccendere tensioni familiari esplosive. Lo sappiamo, la dinastia Shelby non è mai stata un modello di stabilità emotiva.

Nel frattempo, i fascisti tornano a farsi sentire. Dopo aver tentato di manipolare Tommy, ora sembrano aver messo nel mirino suo figlio. Il conflitto politico e personale si intreccia di nuovo, promettendo fuochi d’artificio ancora più violenti rispetto al passato.

Peaky Blinders

Un recast che sa di rilancio

La scelta di Barry Keoghan nel ruolo di Duke non sembra casuale. Il suo carisma ambiguo, quella capacità di sembrare fragile e inquietante allo stesso tempo, potrebbe dare a Duke una dimensione completamente nuova.

Peaky Blinders: The Immortal Man non si limiterà a riprendere la storia della serie TV, ma sta chiaramente riallineando le pedine per una nuova fase della saga.

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Terminator Zero è stata “terminata”: Netflix cancella la serie anime dopo una sola stagione

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La guerra contro Skynet, almeno su Netflix, è ufficialmente finita.

Il colosso dello streaming ha cancellato la serie animata Terminator Zero dopo una sola stagione, con il creatore dello show Mattson Tomlin che ha confermato la notizia in prima persona, raccontando anche cosa avrebbe voluto fare nelle stagioni successive.

L’audience condanna Terminator Zero

L’anime, ambientato nell’universo di The Terminator, aveva debuttato nell’agosto 2024 espandendo la timeline con una storia originale intrecciata alla mitologia classica del franchise.

I fan che aspettavano notizie su una seconda stagione sono stati aggiornati da Tomlin direttamente su X: “Il riscontro di critica e pubblico è stato straordinario, ma alla fine non abbastanza persone l’hanno guardata.”

Insomma, una serie che si è fatta valere sotto l’aspetto tecnico-narrativo ma che non ha fatto presa sul pubblico.

Tomlin ha anche rivelato che aveva già scritto tutti gli script della seconda stagione e delineato quasi interamente la terza. E non solo: il piano completo prevedeva un arco narrativo di cinque stagioni, con un finale già pensato fin dall’inizìo.

Insomma, la Future War era pronta a esplodere, ma non la riusciremo a vedere (almeno per ora).

Cosa prevedevano le stagioni 2 e 3?

Secondo Tomlin, la guerra nel futuro sarebbe diventata il cuore della serie: un conflitto più ampio, più disperato, più centrale nella mitologia di Skynet.

Sapere che le sceneggiature della seconda stagione sono già scritte rende tutto ancora più amaro. È come sapere che il T-800 è già stato programmato… ma non verrà mai attivato.

Tomlin però non chiude del tutto la porta: “Forse un giorno tornerò in quel mondo in una forma diversa”, un’ipotesi da non scartare del tutto.

Di cosa parlava Terminator Zero?

La serie seguiva una nuova storyline all’interno della timeline ufficiale: “Una soldatessa viene inviata nel 1997 per proteggere Malcolm Lee, uno scienziato impegnato a sviluppare un sistema di IA destinato a competere con l’imminente minaccia di Skynet. Tra dilemmi morali, un assassino dal futuro sulle sue tracce e tre figli coinvolti in un destino più grande di loro, la serie cercava di raccontare la nascita dell’apocalisse da una prospettiva diversa”.

Alla regia c’era Masashi Kudo, mentre l’animazione è stata realizzata dai giapponesi di Production IG (Ghost in the Shell, Jin-Roh – Uomini e lupi, Haikyu!!).

Un finale che almeno funziona

La cancellazione non è giunta in maniera del tutto inaspettata: il silenzio di Netflix sia dopo il debutto della serie che nei mesi successivi non prometteva niente di buono.

La nota positiva è che Tomlin ha costruito il finale della prima stagione in modo che funzionasse anche in maniera “standalone”. Non c’è un cliffhanger totalmente e paurosamente aperto, ma un epilogo che riesce comunque a stare in piedi da solo.

Tuttavia, si tratta di una magra consolazione, perché l’idea di una future war sviluppata su cinque stagioni resta uno di quei “what if” che i fan continueranno a immaginare.

Nel frattempo, Skynet può tirare un sospiro di sollievo… per ora.

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House of the Dragon 3: il trailer della terza stagione accende la guerra totale

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Il fuoco sta tornando a bruciare su Westeros. E stavolta non è una metafora poetica: è proprio un inferno con le ali.

Il primo teaser trailer della terza stagione di House of the Dragon è finalmente online e manda un messaggio chiarissimo: la guerra civile Targaryen sta per esplodere come non l’abbiamo mai vista prima. Draghi nei cieli, eserciti schierati, spade sguainate e una dinastia che si sta autodistruggendo in maniera catastrofica.

Siamo di fronte, a tutti gli effetti, a un’apocalisse con scaglie.

Verdi contro Neri: ora si fa sul serio

Il nuovo teaser punta tutto sul conflitto tra i Verdi e i Neri. Niente più giochi di corte, niente mezze misure. È guerra aperta.

E i draghi? Non sono più simboli di potere. Sono armi. Armi nucleari medievali con la coda lunga e parecchio rancore.

Il payoff della stagione è riassunto nel tagline ufficiale: “From Fire Comes Darkness – Dal fuoco nasce l’oscurità”.

Il tono è più cupo, più disperato, più pericoloso. Nessuno sembra destinato a uscirne illeso. Westeros è sull’orlo del collasso e la Casa Targaryen sta facendo di tutto per accelerare il processo.

La grande battaglia rimandata è qui

Uno degli elementi più chiacchierati del trailer è la scala dello scontro. La gigantesca sequenza di battaglia originariamente prevista per la stagione 2, poi ridotta a otto episodi, debutta finalmente qui. E da quello che si intravede potrebbe essere uno degli scontri più ambiziosi mai tentati dall’universo di Westeros.

Eserciti che si affrontano sotto un cielo pieno di draghi. Fiamme, caos, cariche disperate. Se le promesse visive di questo teaser trailer saranno mantenute, allora prepariamoci a qualcosa di veramente epico.

Westeros si sdoppia: guerre sanguinarie o racconto intimo?

Il trailer arriva mentre l’altra serie ambientata nello stesso universo, Il cavaliere dei sette regni, si prepara al finale della sua stagione di debutto.

Le due produzioni stanno già generando confronti: da una parte il racconto più intimo e contenuto, dall’altra il caos politico-militare su scala mastodontica.

Morale? I fan vincono comunque. Che ci si perda tra drammi sussurrati o ci si esalti con draghi che inceneriscono eserciti, Westeros ha certamente qualcosa su misura per tutti.

house of the dragon spin off game of thrones

Quando arriverà la terza stagione di House of the Dragon?

La nuova stagione debutterà su HBO nel mese di giugno.

I nuovi episodi saranno un vero shock… il trailer è chiarissimo su un punto: non ci sarà una lenta riaccensione del conflitto. Si parte direttamente con i draghi liberi e le alleanze che crollano.

La Danza dei Draghi entra nella sua fase più brutale. E se pensavate che le stagioni precedenti fossero intense, forse si trattava solo di un riscaldamento.

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