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E se Cloudflare lasciasse davvero l’Italia? Uno scenario tutt’altro che fantascientifico

L’idea che uno dei pilastri dell’infrastruttura di Internet possa abbandonare un intero Paese europeo sembra assurda. Eppure, dopo lo scontro frontale tra Cloudflare e Agcom sul funzionamento di Piracy Shield, questa ipotesi non è più solo teoria da addetti ai lavori.

La sanzione da 14 milioni di euro inflitta dall’authority italiana e le successive dichiarazioni pubbliche del CEO Matthew Prince hanno aperto un vaso di Pandora: cosa succederebbe davvero se Cloudflare decidesse di fare le valigie e spegnere i server italiani?

Spoiler: non sarebbe un problema “solo per Cloudflare”.

Perché questo scontro è diverso da tutti gli altri

Non siamo davanti al classico contenzioso. Qui il punto è più profondo: il ruolo stesso delle infrastrutture globali di Internet e i limiti dell’intervento nazionale.

Prince ha parlato apertamente di:

  • ritiro dei servizi gratuiti di sicurezza informatica;
  • stop al supporto cyber per eventi critici come Milano-Cortina;
  • chiusura dei data center italiani;
  • cancellazione di investimenti e uffici futuri;

Tradotto: un disimpegno strutturale, non simbolico.

Ed è qui che il problema smette di essere politico e diventa sistemico.

Che cosa fa davvero Cloudflare (e perché è ovunque)

Cloudflare non è “un sito”, né un semplice fornitore di servizi. È una Content Delivery Network (CDN), cioè una rete globale di server che rende Internet più veloce, più stabile, più sicura.

Ogni volta che un sito si carica in pochi istanti, che un servizio regge milioni di accessi simultanei o che un attacco informatico viene bloccato prima di fare danni, molto spesso c’è di mezzo una CDN.

Cloudflare opera in oltre 125 Paesi, è interconnessa con migliaia di reti e viene usata da decine di milioni di siti, inclusi colossi come piattaforme social, servizi di streaming, fintech e strumenti di lavoro quotidiano.

In Italia, la sua presenza fisica passa da data center strategici a Milano, Roma e Palermo, integrati direttamente con diversi provider nazionali.

Toglierli di mezzo non significa “spostare un server”: significa allungare i percorsi dei dati, aumentare la latenza e ridurre la resilienza della rete.

Il vero nervo scoperto: la sicurezza informatica

C’è un motivo se Prince insiste sul tema cyber security. Cloudflare è uno dei principali scudi globali contro gli attacchi DDoS, oggi tra le armi preferite di gruppi criminali e attori statali.

In Italia il problema è tutt’altro che teorico:

  • oltre la metà degli incidenti di sicurezza recenti riguarda attacchi DDoS;
  • il nostro Paese è statisticamente più colpito della media globale;

Le CDN moderne non servono solo a “far caricare prima i siti”, ma ad assorbire e deviare traffico malevolo prima che colpisca aziende, ospedali, media e infrastrutture pubbliche.

Perdere uno dei principali attori in questo campo significa alzare il livello di rischio, non abbassarlo.

“Se Cloudflare abbandona l’Italia arriverà qualcun altro”: davvero?

In teoria sì. In pratica, no.

Il problema non è Cloudflare in sé, ma il precedente. Se un operatore globale viene obbligato a intervenire su contenuti a livello planetario per rispettare un sistema nazionale che genera blocchi errati
colpisce servizi legittimi ed espone a sanzioni milionarie, perché mai un altro fornitore dovrebbe correre lo stesso rischio?

Il messaggio che passa è semplice e devastante: operare in Italia è imprevedibile.

Una vittoria contro la pirateria, una sconfitta per Internet?

La lotta alla pirateria è un obiettivo legittimo. Ma quando gli strumenti scelti finiscono per indebolire l’infrastruttura digitale, il conto arriva comunque.

Un Internet più lento, meno sicuro e meno attrattivo per gli investimenti non è una punizione per le Big Tech: è un problema per aziende, cittadini e pubbliche amministrazioni.

La vera domanda, a questo punto, non è se Cloudflare bluffi o meno. La domanda è: ne vale davvero la pena?

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