Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento profondo nel modo in cui il pubblico vive il gaming, e GameStop ne è diventato uno dei simboli più evidenti. Un tempo punto di riferimento assoluto per milioni di giocatori, oggi la catena si trova ad affrontare una crisi che sembra sempre più difficile da arginare. Il nuovo annuncio arrivato dall’azienda, legato a un’ulteriore ondata di chiusure, rafforza la sensazione che il modello storico di GameStop stia arrivando al capolinea.
La crescita del digitale, l’abbandono progressivo del supporto fisico e un mercato sempre più orientato agli store online hanno ridotto drasticamente lo spazio di manovra per il retail tradizionale. Nonostante i tentativi di reinventarsi, i numeri raccontano una storia chiara, fatta di ridimensionamenti continui e di una presenza fisica sempre più ridotta.
GameStop chiuderà quasi 500 negozi negli Stati Uniti
GameStop ha confermato la chiusura di circa 470 negozi negli Stati Uniti entro la fine di gennaio. Si tratta dell’ennesimo taglio significativo, che segue le 400 chiusure del 2025 e le 590 del 2024. Il ridimensionamento non riguarda solo il mercato americano: negli ultimi mesi l’azienda ha venduto diverse controllate europee e ha chiuso punti vendita in Paesi come Austria, Irlanda e Nuova Zelanda.
Attualmente restano operative circa 3.200 sedi GameStop nel mondo, un numero lontanissimo dai fasti del 2015, quando la catena superava le 6.000 unità. Il calo è costante e riflette una difficoltà strutturale nel competere con marketplace digitali che offrono prezzi più bassi, accesso immediato ai contenuti e un catalogo virtualmente infinito.
Un declino iniziato molto prima del boom digitale
Il momento critico per GameStop non è arrivato all’improvviso. Già dal 2016 il valore delle azioni aveva iniziato a scendere in modo evidente, segnale di una perdita di fiducia da parte degli investitori. Con il progressivo abbandono dei giochi fisici, il brand ha faticato a mantenere una proposta distintiva.
Alcune scelte strategiche si sono rivelate particolarmente problematiche. L’investimento in Spring Mobile, ad esempio, si è trasformato in un pesante fallimento che ha lasciato l’azienda con centinaia di milioni di dollari di debiti. Anche i tentativi di trovare un acquirente non hanno portato risultati concreti, mentre le perdite di bilancio hanno continuato ad accumularsi.
Negli anni successivi abbiamo visto GameStop provare a spostare il focus su altri segmenti, come carte collezionabili e merchandising, senza però ottenere l’impatto sperato. Nemmeno l’improvvisa esplosione del valore in Borsa nel 2021, legata al famoso short squeeze, ha prodotto benefici duraturi.
Un futuro sempre più incerto per il marchio
Dopo il 2021, la società ha attraversato numerosi cambi di gestione e sperimentazioni, dagli NFT fino alle criptovalute, nel tentativo di trovare una nuova identità. Eventi speciali come il “Trade Anything” di dicembre non sono bastati a invertire la rotta, e la chiusura di quasi un quinto dei negozi rimasti lo dimostra chiaramente.
Le voci su ulteriori tagli nel corso dell’anno e su una possibile riconversione di alcuni punti vendita verso il mondo del collezionismo e del tabletop rafforzano l’idea di un marchio che sta cercando di sopravvivere cambiando pelle. Ma il divario rispetto al passato resta enorme.
Per molti di noi, vedere GameStop ridursi in questo modo è una lezione amara su quanto velocemente il progresso tecnologico possa rendere obsoleto un modello di business. Da pilastro dell’industria a realtà in contrazione, la storia di GameStop ci ricorda che evolversi non è un’opzione, ma una necessità continua.

