Marte dovrebbe essere contaminato volontariamente con i nostri microbi? Alcuni scienziati pensano di sì

batteri marte

Fin dagli albori dell’esplorazione spaziale, tutte le agenzie come NASA, Roscosmos, ESA o CNSA hanno fatto il possibile perché nessun microbo terrestre potesse essere “esportato” sulla superficie di altri corpi celesti; ma di recente, alcuni scienziati hanno suggerito di “contaminare con i nostri microbi Marte“.

Perché potrebbe essere una buona idea? E perché secondo moltissimi altri non lo sarebbe? Ragioniamoci assieme.

Un’idea strana, in realtà poco condivisa quanto provocatoria: perché non contaminare deliberatamente con microbi terrestri Marte?

Il professor Lopez, un microbiologo, ha pubblicato un articolo scientifico, insieme ai colleghi Peixoto e Rosado, in cui si prefigura una situazione a loro detta inevitabile. Prima o poi, una sonda, una missione esplorativa o anche una missione con equipaggio umano porterà dei microbi “nostrani” sulla superficie di altri corpi celesti. Secondo gli scienziati, nonostante tutte le possibili precauzione prese nel passato e che si prenderanno in futuro, la cosa sarà inevitabile e quindi non sarà questione di “se”, ma soltanto di “quando”.

Per questo motivo, gli autori dell’articolo auspicano una “importante revisione” nella filosofia fin qui adottata nell’esplorazione spaziale, suggerendo, infatti, di contaminare deliberatamente la superficie di Marte con batteri terrestri, al fine di facilitare quel processo che chiamiamo “terraformazione“.

La Terraformazione di Marte

La terraformazione è quel processo di geoingegneria con cui un pianeta, dallo stato di partenza, viene artificiosamente portato ad uno stato in grado di ospitare la vita.

Nel caso di Marte, si parlerebbe di riscaldarlo, generare un’atmosfera molto più densa e più povera di sostanze come la CO2 e, in fin dei conti, arricchirlo di ossigeno. Per non parlare di acqua, microorganismi e una biosfera in grado di mantenere e supportare questi equilibri vitali.

Un lavoro da niente, insomma, anche le stime più ottimistiche dicono che un processo del genere, con le tecnologie che siamo attualmente in grado di concepire, richiederebbe circa 100.000 anni.

Non esattamente una “exit-strategy” dal nostro malandato pianeta percorribile a breve termine, quindi.

Ad ogni modo, è un interessante argomento di cui per ora si è occupata più la fantascienza che la scienza vera e propria; a questo proposito non possiamo che consigliarvi la splendida Trilogia di Marte, di Kim Stanley Robinson. Fastascienza, sì, ma la trattazione è, anche dal punto di vista scientifico, quantomai realistica e “plausibile”. O, se volete provare a terraformare Marte in prima persona, l’ottimo gioco da tavalo di Jacob Fryxelius Terraforming Mars.

Perché contaminare Marte con microbi terrestri non sembra essere una buona idea?

Come tutti sanno, non sono mai state individuate possibili tracce di vita fuori dal nostro pianeta. Ma è anche importante notare come, di fatto, non abbiamo ancora avuto la possibilità di controllare sotto ogni sasso su Ganimede o scandagliato le profondità degli oceani di Titano.

Principalmente per questo motivo, quindi, sarebbe il caso di andarci molto cauti con la diffusione di vita terrestre sugli altri corpi celesti. Qualunque contaminazione da parte nostra potrebbe inquinare, cambiare o addirittura distruggere tracce di vita aliena, passata o presente. È inutile sottolineare come una situazione di questo tipo, se accadesse, sarebbe un’enorme perdita per la cultura scientifica della specie umana.

Il principio di indeterminazione di Heisenberg (non quello di Breaking Bad) ha insegnato agli studiosi di tutte le discipline quanto sia difficile studiare qualcosa senza cambiarla. Di fatto, per la meccanica quantistica, materia per la quale il principio è stato formulato, è impossibile.

Probabilmente, per quanto riguarda la biologia e la microbiologia, si può essere un po’ meno inflessibili; ma certamente potrebbe non sarebbe una buona idea popolare un pianeta con una colonia microbiologica terrestre prima di aver verificato con assoluta certezza l’assenza di vita autoctona.

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