Highwaymen: il grande cinema americano su Netflix – Recensione

highwaymen cover

Kevin Costner è uno dei miei attori preferiti.

Vederlo in Balla coi lupi mi aveva emozionato, ma fu con Gli intoccabili di Brian de Palma che Costner divenne uno dei volti hollywoodiani a cui sono più legato.

Va ammesso che il suo Elliot Ness fece breccia nel mio cuore adolescente grazie ai comprimari della pellicola di De Palma, con la scena della morte di Malone (la più bella toccante della storia del cinema) e la colonna sonora di Morricone.

Poi per anni, Costner sembrò non azzeccare più un ruolo adatto al suo carisma.

Eppure vedere il suo volto nella presentazione di Highwaymen su Netflix mi ha riportato indietro ai quei giorni di gloria.

Negli ultimi anni Costner ha ricominciato a dare delle grandi prove di sé, compreso il ruolo di padre umano di Superman nell’universo cinematografico DC. Ironicamente ricopre un ruolo paterno come fece in passato un divo del calibro di Marlon Brando (Jor-El per il Superman di Donner).

Questo per dire che Costner oggi può esser considerato un grande vecchio di Holywood, riuscendo a tornare sulla scena con ruoli di uno spessore incredibile che sembravano cuciti addosso alla sua recitazione matura.

La recensione di Highwaymen, il film Netflix con protagonisti i sontuosi Kevin Kostner e Woody Harrelson

Highwaymen diventa l’ennesima prova di come Kostner abbia ancora moltissimo da offrire come attore.

Mi ha dato un senso di continuità vederlo nuovamente interpretare una figura chiave della cultura americana, simbolo di un periodo travagliato della storia degli States. Se ai tempi de Gli Intoccabili interpretò un uomo di legge giovane e in procinto di diventare una leggenda, con il film di Netflix deve dare il volto ad un uomo stanco e nella fase calante della propria esistenza.

E scegliere Costner come Frank Hamer è stato un atto di pura genialità da parte di John Lee Hancock. Ai più il nome di Hamer non dirà nulla, a meno che non si leghi al nome della sua più celebre azione: la morte di Bonnie e ClydeHighwaymen – L’ultima imboscata è la storia dell’ultima corsa del famigerato duo di amanti criminali, ma vista con l’occhio dei due ranger che compirono questa impresa, Hamer e Maney Gault (Woody Harrelson). Ma non pensate di esser di fronte ad un semplice gangster movie.

La vera protagonista di Highwaymen è l’America della Grande Depressione, l’unico scenario in cui un duo di criminali poteva diventare l’idolo delle folle.

Le banche pignoravano le case dei disperati, l’America rurale era piena di campi di migranti disperati in cerca di una speranza, e vedere due giovani innamorati rapinare le banche, il nemico pubblico percepito dalla gente, li rendeva degli eroi, novelli Robin Hood.

Hancock centra su questa cura del tessuto sociale il suo film, mettendo ben in evidenza come la gente fosse più vicina alle motivazioni dei due criminali che non alla legalità rappresentata dai due uomini di legge. In alcune scene la passione e la venerazione della gente sembra un’eco del culto dell’immagine moderna, ma provate ad immaginare quanto questo potesse esser dirompente in un’epoca in cui non c’erano i social, ma radio e carta stampata.

Hamer e Gault dovevano affrontare questa sfiducia del popolo verso il loro ruolo, in primis. Ma l’ostacolo maggiore era un altro: l’età. L’inseguimento dei due criminali per Hamer è una questione di principio, ma il Texas Ranger non è più nel fiore degli anni, è un uomo stanco, vecchio, che torna in servizio quasi più per dimostrare al mondo che il suo tempo non è ancora giunto. Ad accompagnarlo, un ex collega alcolizzato, Gault, costretto a vivere con la figlia, sentendosi un peso morto nel non riuscire a dare un contributo alla famiglia.

Sono bastate poche battute tra Costner e Harrelson per creare quella sensazione di due vecchi amici che hanno affrontato l’inferno e sono tornati in sella per un’ultima sfida. Nel loro sguardo si vede la nostalgia dei tempi perduti, si respira il dolore degli amici assenti e la voglia di non ammettere che si sia giunti al capolinea. Ma sono davvero uomini finiti?

Nell’America che cerca di mostrarsi moderna, in cui le macchinazioni politiche giocano con la vita dei poveri, i due vecchi segugi sembrano esser quanto di più vero e concreto possa esserci. Reliquie di un’era che si vorrebbe dimenticare, sono invece l’unica occasione di poter davvero fermare questa linea di sangue che segue Bonnie e Clyde.

Hancock è perfetto nel dirigere Highwaymen, soprattutto nel costruire la struttura emotiva della sua pellicola. Avere a disposizione un duo attoriale del genere è una fortuna per regista, interpreti straordinari che hanno fatto proprio lo spirito dei personaggi, magari perché vicino alla loro età, riuscendo a trasmettere una solidità sontuosa. Tutto esaltato da una narrazione lenta, giustamente pensata per non esser un film d’azione ma una pellicola su una storia americana.

Viene esaltato il lato umano della vicenda, nei suoi pregi e nei suoi difetti. Ci sono passaggi che vanno oltre la storia, raccontano un’umanità avvilita e disperata, che non si nasconde dietro una maschera ma mostra la sofferenza e la cinica ostinazione di non arrendersi.

Toccante il dialogo tra Hamer e il padre di Clyde Burrows, straziante il ricordo di Gault di un’azione coi Rangers in cui perse la sua umanità. Hancock non vuole ritrarre personaggi storici, ma uomini figli dei loro tempi, costretti ad accettare il cambiamento e non lasciarsi schiacciare, cercando di proteggere la propria umanità.

Highwaymen avrebbe meritato anche un passaggio al cinema, a mio avviso. La forza con cui sa interpretare una storia del passato inserendo le suggestioni attuali (tra cui spicca il culto della personalità) è una caratteristica unica del film di Hancock, che ha compiuto una scelta essenziale per la riuscita della pellicola: non mostrare i due fuggiaschi sino all’ultimo. Basta la loro fama a dar loro corpo, vivono nella percezione che la gente ha di loro, nel modo in cui li idolatra.

A dominare la scena per tutto il film sono le facce stanche e i fisici imbolsiti di Harrelson e Kostner, la loro età ci viene sbattuta in faccia ad ogni scena, in ogni dialogo, contrastata da una tenacia ed una grinta che trascende ogni debolezza fisica.

Guardare Highwaymen è un’esperienza di grande cinema. Hancock spreme tutta l’umanità possibile dai suoi attori, racconta una storia di uomini temprati che affrontano con determinazione il periodo meno verde della loro esistenza. Costner e Harrelson giganteggiano, Hamer il duro e Gault il più sensibile, capaci di creare un equilibrio unico,  una coppia di vecchi segugi disillusa e crepuscolarmente appassionante.

Hancock torna a dirigere un film che fa della storia americana un ritratto di uomini veri, eroi loro malgrado. Avevo ammirato Hancock quando raccontò la morte di David Crokett in Alamo – Gli ultimi eroi, con Highwaymen ho adorato il suo modo garbato e rispettoso di raccontare un capitolo della storia americana valorizzandone l’emotività e utilizzandolo come specchio dell’attualità.

Ero convinto che Triple Frontier fosse il film di maggior sostanza presentato da Netflix a marzo, ma i mercenari di Ben Affleck vengono giustamente scalzati da questo primato dai due poliziotti di Highwaymen.

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