Il Nome della Rosa: riflessioni sulla prima puntata

Pensare di creare una serie partendo da un’opera complessa come Il Nome della Rosa di Umberto Eco è un gesto di estremo coraggio. O di follia, punti di vista. Di sicuro, cimentarsi con l’intricato romanzo del compianto semiologo è una sfida accattivante e che si presta a diverse problematiche, principalmente legate alla scelta di come rendere la complessa indagine di Gugliemo da Baskerville.

Il nome della rosa diventa una miniserie televisiva, ma saprà trasporre la profondità della storia di Umberto Eco?

Quando fu il cinema a portare questo romanzo su schermo, Arnaud reclutò di attori impressionanti (Sean Connery, Christian Slater, F. Murray Abrhams e Ron Perlman) per caratterizzare alcuni dei personaggi chiave della storia. Il taglio narrativo, per quanto angoscioso nei giusti punti e più libero nei ritmi rispetto alla controparte cartacea, fu perfetto per il media cinema, ma furono necessarie alcune variazioni al corpo originario dell’opera.

La produzione della RAI andata in onda ieri sera aveva quindi ben due diversi paragoni con cui doversi confrontare: il romanzo e il film. E se si valuta che siamo di fronte alla seconda produzione italiana più venduta all’estero (preceduta da Suburra), si può comprendere come l’ansia da prestazione fosse più che comprensibile.

Quello che mi aspettavo da questa trasposizione era il rispetto del corpo originario dell’opera di Eco. Se non nei dettagli della storia, quantomeno nella fedeltà allo spirito del romanzo.

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Il contesto storico in cui si muoveva Guglielmo da Baskerville era quello che contrapponeva Chiesa ed Impero, con la figura dell’Ordine Francescano ad esser al centro del conflitto. Il delicato equilibrio tra potere spirituale e temporale deve farsi percepire in questa miniserie di quattro puntate, deve imporre la sua opprimente presenza sulla figura di Guglielmo, servo di Dio costretto a districarsi tra le macchinazioni terrene.

Durante una missione di importanza cruciale in questo contrasto tra poteri, Gugliemo, accompagnato dal giovane novizio Adso, si ritrova a sostare presso un’abbazia, in cui vivono e lavorano esperti amanuensi. L’arrivo dei due viandanti coincide con una serie di inquietanti e misteriosi omicidi, che costringono l’abate a richiedere l’aiuto di Guglielmo, uomo noto per il proprio acume e le capacità deduttive.

Accettare l’incarico diventa per Guglielmo e Adso l’inizio di un’avventura che li porterà a confrontarsi con un mondo rinchiuso tra le mura opprimenti dell’abbazia, un ecosistema chiuso in cui dovranno imparare a muoversi per scoprire la verità. Preparandosi anche a pagarne il costo.

La complessità dell’opera di Eco necessità un impianto narrativo che, partendo da questo incipit, sappia dare il giusto risalto a tutte le componenti della storia.

Il rischio che si respira nella prima puntata è che l’intreccio de Il nome della Rosa possa venir allungato oltremodo per gli otto episodi previsti. Andando oltre lo scomodo paragone con il Guglielmo di Sean Connery, che si muoveva in un buon thriller liberamente ispirato al romanzo, la versione televisiva sembra allontanarsi troppo dal livello di lavorazione che meriterebbe una storia simile.

Il nome della rosa sembra voler più stupire l’occhio che emozionare l’animo degli spettatori

Trasporre lo stile narrativo di Eco su un media diverso dal libro è al limite dell’impossibile, questo va ammesso. La missione di Porporati e Williams, i due sceneggiatori, era quella di trovare un punto di equilibrio in cui la trama potesse dipanarsi con la necessaria forza per attirare lo spettatore.

Si punta inizialmente alla spettacolarità. Gli scorci presentati sono sicuramente ben scelti, e la fotografia cerca di valorizzarli con tonalità accese, ma non bastano a creare un’aspettativa che possa spingere lo spettatore ad avventurarsi in una storia che, immancabilmente, rimane piatta.

La volontà degli autori è quella di presentare un simulacro del lavoro di Eco, tentando una ricostruzione storica che appare quasi sempre forzate, per non dire posticcia. La scena iniziale della battaglia in cui conosciamo Adso è un pessimo inizio, manca di credibilità e mordente.

Per fare un esempio, la battaglia finale di Outlaw King è un esempio di realismo bellico, sanguinoso e violento come ci si potrebbe aspettare da una produzione curata. Il nome della rosa, invece, mette in scena una battaglia che, come gran parte del resto della prima puntata della serie, sa di pretenzioso, un tentativo di dare una sensazione di veridicità, ma vanamente.

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Il nome della Rosa sembra più il tentativo di scimmiottare le grandi produzione estere (HBO in primis), cercando di puntare ad una costruzione artificiosa di bellezza, che non alla valorizzazione degli aspetti centrali della narrazione. Prendete Salvatore, il monaco deforme. Il suo ruolo di contrasto con la austera perfezione ricercata dai suoi confratelli aveva anche un ruolo di contrasto portando una gracchiante e rauca risata in un mondo rigido, creando un ulteriore elemento disturbante all’interno della complessa storia. Stefano Fresi sembra invece fuori focus, la sua risata e il suo ruolo comico sono fuori tempo, non creano quel contrasto emotivo essenza del personaggio, ma sono più vicini ad una fastidiosa stonatura.

Fortunatamente, ci sono tre nomi che da soli potrebbero esser la salvezza della serie.

Turturro è sorprendente in questo suo ruolo. Pacato e misurato, ma all’occorrenza energico e deciso, il suo Guglielmo non manca di riempire lo schermo col suo carisma, che può esser apprezzato maggiormente se si vede Il nome della rosa in originali (il doppiaggio, duole ammetterlo, è carente).

A sostenerlo ci sono due attori come Ruper Everett, sontuoso Bernando Gui, e Michael Emerson, attore che sembra nato per i ruoli misteriosi e invischiati in complotti (ricordate il Linus di Lost?), perfetto interprete dell’abate.

Saranno sufficienti questi tre attori a sorreggere un impianto narrativo che si allunga già stancamente alla prima puntata? Difficile a dirsi.

Personalmente, ho faticato molto a mantenere la concentrazione durante la visione della prima puntata, con tempi narrativi eccessivamente dilatati, forzature narrative non necessarie ma utilizzate per dare una sostanza incoerente a certi passaggi. Alcune scene sono costruite come spinti dalla necessità di dare una spiegazione assiomatica alla storia, invece di lasciare che gli elementi che muovono i personaggi siano scoperti gradatamente, come in un buon thriller. Con il risultato di scene sbrigative e al limite del ridicolo, come nel caso della fugace discussione tra Adso e il padre dopo la battaglia iniziale.

E si ritorna al discorso iniziale: creare una serie partendo da un’opera complessa come Il nome della Rosa di Umberto Eco è un gesto di estremo coraggio. Bisogna solo assicurarsi, alla fine, di comparire come un Gugliemo da Baskerville e non come un Salvatore.

E voi cosa ne pensate?

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