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Bird Box: uno sguardo nella follia – Recensione

La fine del mondo si sta facendo sempre più presente nel palinsesto di Netflix.

Quanto visto finora, La fine e Extinction in primis, hanno cercato di offrire agli spettatori una narrazione che fosse d’effetto, con risultati non sempre apprezzabili.

Con Bird Box, Netflix si affida alla coppia Susanne Bier e Sandra Bullock (regista e protagonista) per provare a costruire una storia che possa unire fantascienza post-apocalittica e suggestioni horror.

Con Bird Box basta uno sguardo per impazzire

La sfortuna, se così vogliamo definirla, di Bird Box è che pochi mesi fa è uscito al cinema A quiet place, che aveva già giocato in modo intelligente sulla privazione di un aspetto quotidiano della nostra vita (dialogo/silenzio), rendendo la produzione soggetta ad alcune critiche preventive.

Vuoi che criticare a priori è un cosa che odio, vuoi che veder come avvocato difensore di Bird Box nientemeno che il Re del Terrore in persona, Stephen King, alla fine ho atteso questo film davvero con ansia.

Bird Box immagina un’umanità colpita da un invisibile flagello che spinge chiunque lo veda a suicidarsi.

l concetto alla base è semplice, tutto sommato, ma è lo sviluppo che ne comporta a rendere appassionato la pellicola della Bier.

Se il silenzio visto in A quiet place può esser ragionevolmente contenuto in qualunque aspetto, la vista diventa una privazione che costringe i protagonisti a diventare vittime di ambienti claustrofobici. Ed inevitabilmente, quando troppe persone vivono in condizioni tese all’interno di spazi angusti, si innescano dinamiche che rischiano di compromettere la sopravvivenza.

Ad avermi appassionato del prodotto Netflix è anzitutto il lanciarci subito nel vivo del ‘nuovo mondo’, senza darci una definizione precisa dell’ambientazione, ma instillando sin dalle prima battute una certa tensione, un senso di inquietudine che viene giocato abilmente con inquadrature aperte che contrastano con la cecità volontaria dei personaggi.

Personalmente, ho apprezzato maggiormente questa impostazione rispetto ad A quiet place, proprio perché il lento spiegare come si sia creato questa situazione è sviluppato con un discretamente apprezzabile gioco di flashback.

Da un lato, partendo in una situazione già definita (il viaggio sul fiume) e raccontando tramite i ricordi gli eventi precedenti rischia di bruciare alcune situazioni che potrebbero esser essenziali al ritmo del film.

Trovando la protagonista, Malorie, in barca con due bambini sappiamo già che chiunque compare nei flashback sarà morto.

Niente spoiler, è una semplice caratteristica di questa tipologia di racconto. Bisogna dare allo spettatore un motivo per affrontare le perdite attese, creare situazioni che, per quanto previste, siano comunque d’effetto.

Bird Box

Diventa quindi essenziale avere una buona sceneggiatura che sappia costruire una tensione emotiva convincente. Bird Box ha potuto contare su Eric Heisserer, che grazie al suo lavoro su Arrival ha la mia stima imperitura.

Già l’idea che guardando il mondo sarai portato al suicidio ha un impatto incredibile, specialmente se rapportato alla nostra quotidianità, una concezione che viene amplificata dalla consapevolezza che la sanità mentale può sopravvivere solo all’interno del claustrofobico isolamento a cui ci si sottopone volontariamente.

Non è un caso che gli unici a poter reggere lo sguardo dell’invisibile minaccia siano i folli, come a ribadire che questo ‘nuovo mondo‘ che viene continuamente invocato sia vivibile da chi è già impazzito. In tal senso, il vedere non è più una condanna, quanto un rito iniziatico per accedere a questa nuova esistenza, una concezione distorta dell’aprire gli occhi alla verità che ne ribalta cinicamente il fondamento stesso.

Per tutto il film noi sappiamo cosa si debba fare per sopravvivere (non guardare), ma in nessun momento ci viene spiegato il perché. Costantemente viene detto che queste creature hanno il dono di farti impazzire se solo le guardi, istigandoti al suicidio, ma non ci verrà mai detto chi siano questi portatori di morte.

Ai fini della trama, non mi è sembrata una nozione fondamentale, non era il nocciolo della storia.

Il fulcro della vicenda è capire come riuscire a vivere in un mondo che rende necessaria la cecità per salvaguardare la lucidità mentale, ed è questo il cardine su cui ruota il mondo di Bird Box.

Chi ha sostenuto e passato il test della vista, impone ad altri la stessa sfida, e che poi sia il loro animo ad esser giudice della loro sorte. Questo è importante, il doversi non solo difendere dalla minaccia incombente, ma dover anche sopravvivere ai ‘convertiti’ che vogliono obbligarti a confrontarti con il passaggio al nuovo mondo.

Tutti elementi che sono valorizzati anche dall’occhio della Bier, capace di cogliere spaccati drammatici e enfatizzare il crescendo emotivo con cambi di inquadratura azzeccati, complice l’ottima fotografia, specialmente nella parte della fuga sul fiume, improntata a tonalità fredde come l’apparente forza di Malorie.

Ed è appassionante vedere come ancora una volta il tema della sopravvivenza in un mondo folle sia trasformato in un discorso sulla genitorialità. Film come il citato A quiet place o The road (ispirato ad un meraviglioso, angosciante romanzo di Cormack McCarthy) vengono usati come metafore delle difficoltà genitoriali, che si tratti dell’accettazione del nuovo compito o delle paure del mondo che si lascerà ai propri figli.

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Sandra Bullock, sempre splendida, incarna al meglio questo aspetto.

La sua Malorie passa dall’essere quasi pronta a rinunciare ad una gravidanza a diventare la guardiana di due bambini, impegnata a garantirne la crescita in un mondo folle. Malorie attraversa la fase di reticenza alla maternità divenendo una madre guerriera, pronta ad essere rigida pur di preservare i bambini a lei accuditi, al punto di creare una spaccatura emotiva in questo terzetto, una frattura che viene sanata solo nella parte finale di Bird Box e con una dolcezza struggente.

La Bullock è perfetta nel suo ruolo, impeccabile e capace di passare dall’algida durezza ad attimi di tenerezza che rendono il ritmo di Bird Box mai piatto. Su tutto il cast, però, svetta John Malkovich, a cui viene dato un ruolo da cinico bastardo, Douglas, che si adatta perfettamente al volto dell’attore. Per tutto il film si gioca una difficile tensione tra la visione cinica ma logicamente asettica di Douglas e la forza solidale di Malorie, sostenuta anche da altri personaggi.

Incomprensibile, però, l’uso impalpabile due attori di spessore come B.D. Wong e Sarah Paulson, che per le loro caratteristiche ed i personaggi che interpretavano, avrebbero meritato maggior minutaggio. Valutazione che porta a fare una critica a Bird Box: manca un passo in più per esser un grande film.

Gli spunti ci sono tutti, vengono anche ben strutturati e sviluppati, ma si ha come la sensazione che sia mancato quel coraggio finale per spingere maggiormente su alcuni aspetti, sviluppare maggiormente l’aspetto ‘cultistico‘ del passaggio, magari rinunciando a qualche flashback ed introducendo una maggior caratterizzazione della follia dilagante.

A quiet place è, per ovvie ragioni, la pietra di paragone per Bird Box. Personalmente, ho apprezzato maggiormente il secondo, per la sua voglia di battere una strada relativamente inesplorata, inserendo spunti narrativi già noti ma tentando una rielaborazione nuova. Di certo, con il film di Susanne Bier il catalogo post-apocalittico di Netflix ha goduto di un’entrata che migliore la qualità del comparto.

 

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