Manifest Destiny: Fortis e invisibilia, il nemico è tra noi – Recensione

Si è fatto attendere parecchio Manifest Destiny: Fortis e Invisibilia, il sesto volume targato saldaPress che raccoglie uno dei migliori fumetti di Skybound. La saga creata da Dingess è uno dei prodotti che più mi ha affascinato dell’etichetta americana, grazie al suo coraggioso spunto di unire storia e suggestione horror, con una ingannevole semplicità che rischia di non essere pienamente apprezzata.

Manifest Destiny. Fortis e invisibilia presenta il nemico più pericoloso mai affrontato dalla spedizione!

Prendere uno dei simboli stessi dello spirito americano come la spedizione di Lewis e Clark e adattarlo al gusto moderno dei mostri e delle scene cruente può sembrare una forzatura, eppure per gli uomini eroici che presero parte all’esplorazione del continente americano le terre ignote erano lande piene di creature misteriose ed erano l’incarnazione stessa dell’ignoto.

manifest destiny: fortis e invisibilia cover

Dingess ha giocato al meglio su questo aspetto, utilizzando le suggestioni dei personaggi per renderle la forza trainante dell’intero universo di Manifest Destiny. Il confronto con le creature mostruose fuoriuscite dai misteriosi archi sono una sfida continua che lascia un segno profondo negli animi già oscuri di diversi membri della spedizione, andando a creare una tensione continua che monta costantemente sino all’esplosione che vediamo in Manifest Destiny: Fortis e invisibilia.

Se nei precedenti albi abbiamo assistito allo scontro per la sopravvivenza contro la natura folle incontrata nel viaggio, la necessaria sosta invernale imposta alla spedizione sembra aver liberato il demone peggiore con cui Lewis e Clarke debbano scontrarsi: il dissenso tra le truppe. Questo confronto non è certo nuovo tra gli uomini, specialmente tra i galeotti arruolati forzatamente, ma le continue perdite e il confronto con una realtà imprevista presenta un conto salato ai sopravvissuti della spedizione.

Dingess è particolarmente bravo a cucire questo dissenso, adattandolo a quelli che sono i limiti morali e culturali del periodo. In Manifest Destiny: Fortis e Invisibilia diventa sempre più importante il valore della fede, vista come un comodo rifugio per la difficoltà di comprendere ed accettare una realtà differente. Con questa ritrovata rettitudine morale, ironicamente particolarmente sentita dalle anime più oscure della spedizione, viene a crearsi una netta separazione con i due leader della spedizione, visti non più come intrepidi come condottieri, ma come pericolosi adoratori di poteri occulti.

Manifest Destiny: Fortis e Invisibilia calca molto la mano su questo duello tra ricerca della verità e conoscenza opposta al timore dell’ignoto che riavvicina alla sicurezza della fede. Particolarmente valida la narrazione sulla complicata gestione, da parte di Lewis e Clarke, della figura di Pryor, il vero punto di rottura tra le diverse correnti di pensiero interne alla spedizione. E la follia serpeggiante all’interno dell’accampamento, iniziata nello scorso volume, è ancora più radicata, si incunea nelle menti dei personaggi e li travia, li spinge e provoca, un nemico silenzioso e anarchico che mira a spaccare la già precaria unità del gruppo per i propri fini. Leggere i dialoghi tesi e animati dalla fervente religione, vedere il fanatismo crescere tra i dissidenti come disperata ricerca di una salvezza ormai sempre più remota è avvincente, soprattutto per il contrappunto offerto dallo scetticismo scientifico dei due comandanti, che non intendono credere di esser messi in difficoltà da un nemico interno così subdolo.

manifest destiny: fortis e invisibilia cover

Ho apprezzato moltissimo, però, la caratterizzazione e il ruolo forte attribuito alle donne della spedizione. Sachawea è sempre stata bene definita, con il suo ruolo ambiguo e che in Manifest Destiny: Fortis e invisibilia diventa quasi toccante nel suo rapporto con il figlioletto, ma il ruolo femminile più intenso in questo numero spetta ad Irene, la donna finora remissiva che trova infine la forza di reagire alle brutture subite, ispirata proprio dall’indiana. Le pagine della rivolta emotiva di Irene sono le più cruente dell’albo, specchio perfetto delle ferite del suo animo che cercano una via di guarigione spietata e animale, un contrappasso imposto al proprio carnefice, che proprio sul finire della sua vita lascia cadere la sua maschera di finto pentimento per mostrare la vera natura della sua anima orrenda.

Dingess con Manifest Destiny: Fortis e invisibilia punta molto più alla narrazione psicologica che non alla visione dinamica e orrorifica tipica dei numeri precedenti. Il terrore non è più una cosa concreta ed aliena, ma impalpabile ed incredibilmente umana, malsano e meschino come solo gli umani sanno essere. Ed è quasi poetica la scelta di lasciare ad uno dei membri più motivato ad essere astioso il compito di presentare l’aspetto più umano e speranzoso dell’umanità.

Manifest Destiny: Fortis e invisibilia lascia poco spazio a Matthew Roberts per esprimere il suo talento nelle scene dinamiche, in cui eccelle, ma lo mette in condizione di poter mostrare una caratterizzazione emotiva dei personaggi impeccabile, in cui le pulsioni e le ire represse esplodono con un’umanità credibile ed appassionante. Gieni con i suoi colori esalta i disegni, ricreando un perfetto ambiente invernale e regalando una perfetta immagine spettrale allo spirito che infesta i pensieri dei sopravvissuti. Tutte le componenti grafiche sono sempre in equilibrio con la storia, ne esaltano la tensione e trasmettono al lettore sofferenza e dubbio, pericolo e rivalsa, in un turbinio di emozioni che rende Manifest Destiny: Fortis e visibilia uno dei migliori blocchi narrativi della serie.

manifest destiny: fortis e invisibilia cover

Dopo una lunga attesa, Manifest Destiny: Fortis e invisibilia è la svolta narrativa della saga che attendevo, con un cambio di registro che, pur mantenendo la familiarità con il ciclo di Dingess, attira il lettore in una diversa visione del mondo di Manifest Destiny.

Come sempre, saldaPress realizza un ottimo volume, con particolare cura nel rendere leggibili le parti in francese della storia di Irene, scegliendo giustamente di non tradurre direttamente le didascalie ma presentando la traduzione in fondo all’albo.

E ora ricomincia l’attesa per il settimo volume!

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