Deadwood Dick: Black HAt JAck – Recensione

Da alcuni giorni è nelle edicole Deadwood Dick: Black Hat Jack, quinto numero di Deadwood Dick, nuova miniserie della Sergio Bonelli Editore uscita sotto la nuova etichetta Audace. Il soggetto è dello scrittore americano Joe R. Lansdale, la sceneggiatura di Mauro Boselli e i disegni di Stefano Andreucci.

Torna in edicola la collana Audace di Sergio Bonelli Editore, con Deadwood Dick: Black Hat, quinto episodio delle avventure del pistolero di Landsdale

Ci avviciniamo alla fine di Deadwood Dick. Tempo un altro paio di mesi e questa miniserie che ha tenuto banco negli ultimi tempi giungerà alla conclusione con il suo terzo ed ultimo racconto. Dopo Nero come la notte di Michele Masiero e Corrado Mastantuono e Fra il Texas e l’Inferno di Maurizio Colombo e Pasquale Frisenda, a chiudere il cerchio spetta all’affiatatissima coppia (oltre una decina di storie scritte assieme) composta dall’attuale curatore di Tex e co-creatore di Dampyr Mauro Boselli, uno degli uomini chiave della SBE, e da Stefano Andreucci, senza dubbio uno dei migliori disegnatori che il panorama italiano abbia offerto negli ultimi decenni.

Facciamo un piccolo riassunto: Deadwood Dick racconta, in chiave assolutamente romanzata, la storia di Nat Love, un cowboy di colore realmente esistito alla fine dell”800 e protagonista di alcune dime novels dell’epoca. Lo scrittore Joe Lansdale, uno dei massimi esponenti della letteratura americana contemporanea, lo ha reso protagonista di alcuni racconti e di un romanzo, Paradise Sky, uscito per i tipi di Einaudi nel 2017.

Deadwood Dick: Black Hat Jack

Dopo aver raccontato, nel primo episodio, la propria esperienza come Buffalo Soldier e, nel secondo, di come ha liberato una cittadina dal giogo di un gruppo di prepotenti, con Deadwood Dick: Black Hat Jack ora è il turno di un altro grande classico della narrativa western: l’assedio di un avamposto americano da parte degli indiani.

Nat sta cavalcando per il Texas assieme al suo amico Black Hat Jack, chiamato così per via del suo cappello nero ed entrambi si imbattono in una banda di Comanche. Subito dopo, trovano il cadavere di un uomo orrendamente mutilato. Arrivati all’avamposto di Adobe Walls, i due mettono al corrente la comunità di cacciatori di bisonti di quanto è accaduto e li informano di tenersi pronti ad avere noie con gli indiani. Detto fatto: poco prima dell’alba, lungo l’orizzonte di staglia una colonna composta da centinaia di indiani sul piede di guerra.

Cominciamo con le basi: questo terzo ed ultimo racconto è diviso non in due, ma in ben tre albi, il che garantisce a Deadwood Dick: Black Hat Jack sia una narrazione più ampia e complessa, sia una generale distensione dei ritmi narrativi. Se infatti nei primi due episodi il ritmo era più compresso e studiato per lo schema dei due albi, qui abbiamo una vicenda che può permettersi di prendersi il giusto tempo per raccontare le cose.

deadwood dick: black hat jack 2

In questo lo sceneggiatore Mauro Boselli è un assoluto maestro. Da sempre a proprio agio nelle narrazioni di enorme respiro, lo scrittore milanese può qui dare libero sfoggio, pur nei limiti dei paletti imposti da Lansdale, alla propria personalità di scrittore. Ecco quindi che Deadwood Dick è, per buona parte dell’albo, uno spettatore della vicenda, uno dei tanti personaggi che la animano. A differenza dei primi due racconti, qui il protagonista principale non è tanto lui, anche se le didascalie si riferiscono alle sue riflessioni, ma Black Hat Jack e il gruppo di cacciatori di bisonti del trading post di Adobe Walls, i quali pian piano vengono raccontati tramite piccoli gesti o espressioni.

Pur conservando la propria impronta stilistica, in  Deadwood Dick: Black Hat Jack Boselli riesce bene ad amalgamarsi sia allo stile di Lansdale che a quello dei due sceneggiatori che lo hanno preceduto, realizzando un’opera che riesce sia ad essere autoriale che a inserirsi in un solco ben preciso. Dato che Boselli, come noto, non è abituato a lavorare sui deus ex machina altrui, il risultato è più che apprezzabile.

Deadwood Dick: Black Hat Jack è il primo albo del finale della serie western di Audace

Stesso discorso anche per lo stile Audace. Siamo ben lontani dalle opere dissacranti e provocatorie di certa Vertigo degli anni ’90, ma si tratta comunque di un notevole svecchiamento rispetto al tradizionale linguaggio bonelliano. Tavola più libera, violenza più esplicita e linguaggio scurrile vicino al parlato comune. Non aspettatevi chissà quale rivoluzione, ma qualcosa di diverso rispetto a un qualsiasi Zagor in cui il massimo dell’insulto è Donnaccia! sì.

Versante disegni: la svolta frazettiana di Andreucci, già evidente nel suo Texone Il magnifico fuorilegge, uscito nel 2017 sempre per i testi di Mauro Boselli, diventa ancora più marcata con questo albo. Stile graffiante, ogni segno di matita è una staffilata sulla pelle nuda. Il vertice viene raggiunto con le scene notturne dove i contrasti fra il bianco e il nero regnano sovrani senza fare prigionieri.

Deadwood Dick: Black Hat Jack 3

Perfettamente a proprio agio nelle atmosfere western crude e violente di Deadwood Dick, Andreucci dimostra ancora una volta come sia possibile evolvere il proprio stile pur rimanendo perfettamente riconoscibili nel tempo. Dopo gli esordi giovanili, la maturazione su Zagor, la consacrazione su Dampyr e il definitivo passaggio all’ammiraglia Tex, Andreucci aggiunge un altro importante tassello alla propria carriera.

Unica nota negativa: la qualità della stampa, pur non essendo ancora ai livelli scandalosi dell’ultimo lavoro di Frisenda, uscito letteralmente massacrato, non è ancora abbastanza valida per questo tipo di prodotto. I neri non sono abbastanza rifiniti, i soggetti non sono completamente nitidi, risultano quasi sgranati, come se le pagine fossero state stiracchiate.

Ripeto che si tratta di un netto miglioramento rispetto allo scempio operato sul lavoro di Frisenda, ma siamo ancora lontani dagli standard qualitativi che un fumetto come Deadwood Dick meriterebbe, vista la caratura dei nomi coinvolti e la tipologia di prodotto, esportabile su scala internazionale.

Peccato, non rimane che aspettare qualche mese per avere la definitiva riedizione in volume, sperando che la qualità della stampa migliori.

Per ora pollice alzato anche per Deadwood dick: Black Hat Jack, un inizio della fine, nella speranza che anche i prossimi due albi si mantengano su questo livello, o che addirittura migliorino, e che prima o poi non si giunga addirittura ad un adattamento completo di quel capolavoro di Paradise Sky.

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