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Sprayliz: intervista a Luca Enoch

Icona del fumetto underground (ma neppure troppo under) degli anni ’90, la simpatica e irriverente Sprayliz di Luca Enoch (creatore anche di Gea, Lilith e co-autore di Dragonero per la Sergio Bonelli Editore) terminò la propria corsa nelle edicole esattamente 20 anni fa. A parte una velocissima ristampa ad opera della Edizioni BD, il silenzio è calato sulla graffittara più famosa d’Italia fino alla fine dell’anno scorso, quando l’Editoriale Cosmo ha riproposto l’integrale di Sprayliz in formato bonellide.

Di questa nuova ristampa trovate le recensioni di tutti gli albi qui.

Proprio dal buon lavoro operato dalla Cosmo siamo partiti per parlare di Sprayliz con lo stesso Luca Enoch in questa lunga ed esauriente chiacchierata.

Luca Enoch ci racconta la sua Sprayliz!

Recentemente Sprayliz è stata ristampata da Editoriale Cosmo in una bella edizione in bianco e nero in cinque numeri. Che effetto ti ha fatto ritrovare quel personaggio nelle edicole? Di fronte ai lavori degli esordi, di solito un autore ha due reazioni: la lacrima di commozione, oppure l’imbarazzo. Quale è stata la tua?

Nostalgia, prima di tutto. Poi l’imbarazzo per il mio disegno degli inizi, che non si poteva guardare.

Su questo permettimi di dissentire! Le vette successive erano ancora lontane, ma già si intravedevano gli scorci del futuro.

E a proposito di anni giovanili, la prima apparizione di Sprayliz risale al 1992 e le pubblicazioni vanno avanti fino alla fine degli anni ’90. Attraverso le varie storie hai portato avanti una rappresentazione di quel decennio alternativa rispetto a quella tradizionale, ponendo sotto i riflettori la realtà dei centri sociali autogestiti e delle forme di cultura underground. Che esperienza, diretta o indiretta, avevi di questi fenomeni?

I graffiti urbani mi hanno sempre appassionato, per la loro natura effimera e per la difficoltà di andarli a scovare. Allora non era per niente facile trovarne di belli. Ho sfidato cani randagi molto poco amichevoli per andare a fotografare i “pezzi” più interessanti sui muri diroccati delle periferie milanesi. Non sono mai stato dentro la cultura hip hop ma rimanevo sedotto dalla creatività di quegli artisti, che non ho mai incontrato né conosciuto personalmente. Centri sociali come il Leoncavallo li frequentavo solo per alcuni concerti, per delle mostre alternative o per delle performance live. Mi affascinava la loro natura di spazi alternativi e autogestiti ma sono sempre stato un frequentatore solitario.

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Le primissime avventure di Sprayliz mi sembrano più scanzonate e irriverenti rispetto alle successive, che trattano argomenti anche piuttosto tragici, benché con la consueta vena ironica che caratterizza la serie. Linea editoriale, oppure hai sentito il bisogno di spostarti su qualcosa di diverso rispetto agli inizi?

Inizialmente – e intendo per le storie de L’Intrepido – scrivevo senza aver quasi una linea narrativa. Facevo muovere i personaggi con estrema naturalezza – anche con poca professionalità – ed essi risultavano preponderanti rispetto alla trama. Quando passai alla Star Comics, dovetti pensare al soggetto della storia per ogni albo mensile, che doveva essere autoconclusiva. Le storie cominciarono a essere strutturate e i soggetti più definiti. Se ricordo bene, però, già nelle prime storie per la Universo c’erano dei soggetti belli pesi, come il culturista sbarellato che collezionava teste 😉

Sui culturisti sbarellati, anche io, in virtù della mia breve frequentazione delle palestre tradizionali, avrei da raccontare tanti aneddoti da poterci scrivere un romanzo. Ma su questo è meglio parlare un’altra volta.

Sprayliz ha portato alla ribalta del pubblico, che per gli standard degli anni ’90 non era poi neppure tanto piccolo, diverse tematiche sociali che la sbornia edonista del decennio precedente aveva relegato nel dimenticatoio e ne aveva mostrate di nuove. Cosa significava parlare di libertà sessuale, di immigrazione, di neonazismo e di inquinamento su un fumetto dei primi ’90?

Erano semplicemente gli argomenti che mi appassionavano o mi facevano incazzare e per i quali sentivo, quindi, l’urgenza della narrazione. Gli spunti mi arrivavano dalle cose che leggevo, dai film che vedevo e dalla cronaca italiana dell’epoca. Il personaggio di Kate nacque come reazione allo stereotipo imperante – e insopportabile – degli omosessuali che ci propinavano i cinepanettoni natalizi.

Benché gli spunti ti siano venuti, come è inevitabile, dalla realtà quotidiana, uno degli aspetti interessanti di Sprayliz è che non racconta episodi di cronaca spicciola che possono risultare vecchi dopo un paio di mesi. Se ai personaggi metti in mano un cellulare e cambi i nomi dei gruppi musicali che ascoltano, la serie sembrerebbe uscita oggi, segno che le tematiche trattate sono più attuali che mai. Cosa pensi di questo aspetto?

Non ci ho mai riflettuto ma se quelle storie, in cui raccontavo di intolleranza e contrapposizione sociale, possono essere traslate con facilità nel presente vuol dire che non abbiamo fatto molta strada da allora, su questi temi. Certo, quando sento Salvini o Fontana parlare della Famiglia, mi sembra che si abbia invece fatto dei gran bei salti indietro…

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E infatti è una piacevole coincidenza che Sprayliz sia tornata nelle edicole, sia pure con una ristampa, proprio in questo periodo in cui alcuni dei risultati raggiunti in passato sembrano essere messi profondamente in discussione.

Quando hai concluso le pubblicazioni di Sprayliz pensavi solo a uno stop momentaneo, oppure sentivi di aver dato tutto quello che avevi in quel momento? In altre parole, l’ultima storia di Sprayliz, con il Macondo che viene finalmente sdoganato con il concerto della filarmonica, è il finale della serie classica?

Io ho cercato di tenere viva Sprayliz in tutti modi, arrivando persino all’autoproduzione con Comics & Dintorni, dopo lo stop dei tascabili della Star Comics. Poi è arrivato il contratto editoriale con Bonelli per Gea e la bruna grafittara si è presa una lunga pausa di riflessione (come racconto nell’intervista a fumetti che Liz fa proprio a Gea).

Visto che hai citato Gea, una delle cose che più ho notato nel contrapporre Sprayliz con quanto hai fatto successivamente per Bonelli, è che sebbene i personaggi presentati siano abbastanza semplici e privi di una psicologia particolarmente approfondita, nessuno di loro è uno stereotipo fatto e finito. Kate, per esempio, ancora oggi manderebbe all’aria certe rappresentazioni cinematografiche o televisive fatte con lo stampino sull’omosessualità femminile.

La cosa mi fa piacere. Per il personaggio di Kate sono debitore a un character simile del bel film di Donna Deitch “Cuori nel deserto” ma il suo punto di forza credo sia la condizione paritetica con i maschi eterosessuali, che spesso lei batte sul loro stesso terreno mantenendo però la sua femminilità.

Credo di non averlo mai visto, ma dopo questo endorsement credo che lo recupererò in qualche modo.

A proposito di recupero, sono passati circa vent’anni dalla fine delle avventure di Sprayliz. Cosa faresti se dovessi riprendere la serie? Ripartiresti dal “dove eravamo”, oppure ci mostreresti i protagonisti cresciuti e diventati adulti?

Non potrei raccontare ancora le avventure di una adolescente, essendo ora un vecchio babbo di ragazze che han giusto l’età del mio personaggio di allora. Da anni sto pensando a una Liz 35enne, con un lavoro creativo, impegnata nel sociale e con una figlia adolescente, avuta in giovane età, e che ora – in una sorta di legge del contrappasso a fumetti – le fa vedere gli stessi sorci verdi che lei faceva vedere ai suoi genitori.

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In effetti sarebbe interessante vedere cosa è capitato ai vari personaggi dopo vent’anni. Qualcuno, come il sindaco Brown, si starà pure godendo la pensione e si roderà l’ulcera per non essere riuscito ad arrestare Sprayliz.

A bruciapelo: a quale personaggio sei più legato? E quale invece trovi antipatico? Io, personalmente, vorrei Kate come migliore amica, mentre proverei molto gusto a stendere Kaifa, anche se lui, in quanto praticante di Aikido, mi ribalterebbe con una mano.

Il binomio Liz-kate resta ancora insuperato, per me. E il buon Kaifa, con cui all’epoca – quando anch’io praticavo Aikido – potevo anche riconoscermi, adesso che mi viene la lombalgia solo ad allacciarmi le scarpe mi sta cordialmente sulle palle.

La butto lì: quando un super crossover fra Sprayliz, Gea e Lilith?

La vedo molto dura. Ho provato a proporre Sprayliz 2.0 in Bonelli ma non se la sono filata per nulla…

Ringraziamo Luca Enoch per la lunga ed esauriente chiacchierata, sempre nella speranza che Sprayliz torni presto a fare capolino nelle edicole con materiale inedito.

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