Black Rock: La fine prima della fine – Recensione

Lo sapevo che facevo bene ad odiare i webcomic. Non perché non siano validi, ci mancherebbe, ma per la loro pessima tendenza a interrompersi sul più bello, facendo leva sulla mia scarsa propensione all’attesa e alla, di contro, fortissima curiosità. Roba che ora vorrei attaccarmi al campanello di casa Sicchio e costringere l’autore di Black Rock a rivelarmi come si svilupperà la storia oltre il nono capitolo, in uscita oggi.

Di Black Rock si era già parlato qualche tempo fa (per la precisione, qui), quando mi ero imbattuto sul sito di Wilder in questo intrigante webcomic. A farmi appassionare è stata la sua impostazione personale, in una compenetrazione di western e atmosfere dark, che hanno avuto facile vittoria sulla mia passione per le suggestioni ‘alla Torre Nera‘ di kinghiana memoria.

Black Rock si avvicina al gran finale con il nono capitolo, La fine prima della fine

Per chi non avesse ancora sentito nominare Black Rock, ecco come viene presentato il webcomic sul sito di Wilder:

Black Rock è la storia di un Villaggio, un luogo misterioso isolato da tutto e da tutti, dove le persone non hanno nome e vivono svolgendo il compito assegnato loro fin dalla nascita. Sul rispetto di questo ruolo si fondano l’equilibrio e la stabilità della comunità tutta, la cui autonomia si regge sulla totale collaborazione dei singoli individui.

L’intera cittadina è circondata da un enorme cerchio di cenere, su cui vigila l’impenetrabile figura del Guardiano. Quest’uomo ha il compito di difendere gli abitanti del Villaggio dai pericoli che li assediano al di là della Frontiera, oltre la quale vivono Loro, esseri innominabili e divini che dimorano fra le evanescenti Montagne Nere.

Sono anni che Loro non si mostrano agli abitanti del Villaggio, ma di tanto in tanto inviano i Pellegrini, messaggeri che predicano il Verbo delle oscure entità nel tentativo di convincere gli abitanti a varcare il confine di cenere e passare dall’altra parte. Ma cosa c’è dall’altra parte?

Con La fine prima della fine, il crescendo emotivo vissuto nei precedenti capitoli di Black Rock assume una connotazione ancora più intensa. Leggerlo è stato come sentire quella sensazione di angoscia, di ineluttabile vissuta per tutta la storia del Guardiano divenire sempre più penetrante, come un fischio che ti logora la mente, in attesa di esploderti nel cervello.

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Oramai messo con le spalle al muro, il Guardiano è costretto ad affrontare gli spettri del passato e delle decisioni sbagliate, ora che la verità sul Villaggio e sui Pellegrini è palese. Dopo aver perso il controllo della situazione ed esser stato costretto ad affrontare la propria figlia, ora il Guardiano sa che non restano opzioni ma solo scelte obbligate.

Questo non significa che non possa ancora seguire la propria indole repressa, che debba sottostare al volere di divinità che hanno usato lui e i suoi sventurati compagni come marionette.

Il libero arbitrio è uno degli elementi più importanti in Black Rock. O meglio, al sua apparente assenza. Sin dal primo numero si è visto come i residenti del Villaggio fossero costretti, tra menzogne e imposizioni basate sul terrore, ad accettare passivamente la volontà del Guardiano, visto come un tirannico protettore, ma in realtà anche lui costretto all’obbedienza dal Capo.

Ora che il mondo, specialmente quello intimo, del Guardiano è messo a rischio, ecco emergere nuovamente la voglia dei suoi protetti di scegliere almeno alla fine la propria sorte.

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La costruzione emotiva di queste scene è una morsa al cuore. Sicchio riesce a creare una narrazione intensa, opprimente, che per assurdo sembra riversarsi impietosa proprio sul Guardiano. E il suo personaggio arriva finalmente al crollo, subisce quell’ultima staffilata che lo mette in ginocchio.

Ed è il punto in cui il Guardiano, in un certo senso, torna ad esser l’uomo che era in precedenza, Abrham, prima del Villaggio, prima di tutto questo gigantesco esperimento morale. In questo istante, Black Rock accelera il suo ritmo, diventando ancora più oscuro, spietato.

Dario Sicchio ha saputo creare questa ascesa emotiva mostrando un’evoluzione dei personaggi che passa dalla loro distruzione interiore, portando i residenti del Villaggio a prendere per la prima volta da chissà quanto tempo in mano la propria vita, per i motivi più disparati, ma sempre e comunque per poter dire, almeno alla fine, di esser stati padroni del proprio destino.

Per il Guardiano il processo è ancora più intenso, e passa dall’accettazione della propria natura, dall’arrendersi al fatto che per quanto si sia sforzato di dare alla propria vita un nuovo scopo, alla fine sia proprio ciò che lo ha portato nel Villaggio ad esser la chiave per affrontare i Pellegrini e le Divinità di cui sono gli araldi.

La potenza narrativa di Sicchio viene presentata al meglio dall’espressività dei disegni di Jacopo Vanni e la colorazione di Francesco Segala. La scelta dei dettagli dei volti nei momenti più intensi, la valorizzazione degli sguardi e le pose che imprimono il movimento dei personaggi vengono esaltati da una gamma cromatica intensa, a volte quasi contrastante con il contesto emotivo della scena, dando vita ad un mosaico di emozioni incredibile.

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Ma come dicevo più in alto, io i webcomic li odio. E Black Rock, con La fine della prima fine, ribadisce questo mio odio. Perché un finale così a sorpresa, spietato e che ti lascia col fiato in gola non può che spingerti ad odiare Sicchio per la sua perfida, impeccabile scelta dei tempi.

E ora ricomincia la logorante attesa per il gran finale di Black Rock. Dannazione, quanto li odio i webcomic…

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