American Gods, dal romanzo alla graphic novel – Recensione

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Neil Gaiman è un nome che chiunque bazzichi anche solo marginalmente l’ambiente nerd conosce bene. Dai fumetti alla letteratura, il buon Neil ha ormai una bella gavetta dietro di sé, con dei picchi espressivi che lo hanno fatto amare particolarmente. Il mio affetto per Gaiman è rivolto principalmente alla sua identità di scrittore, dato che avrò letto e riletto non so quante volte American Gods.

Uscito al cambio del millennio, American Gods è un romanzo che, in una personalissima declinazione fantastica, analizza il rapporto con la religione e porta questa idea in un confronto con la società moderna, scrutandone pregi e difetti (e mi spiace, sembrano siano più i secondi). Un’opera come questa non era destinata a restare solo romanzo. Mentre Amazon Prime dava in pasto al suo pubblico una buona trasposizione televisiva, Dark Horse Comics si occupava di realizzare una versione a fumetti del romanzo.

American Gods, il romanzo capolavoro di Neil Gaiman, arriva nel mondo dei fumetti!

Questa possibilità nasce da una delle caratteristiche di Gaiman, il suo raccontare con una stupefacente naturalezza, che riesce ad aggirare i limiti di ogni media. American Gods, in tal senso, è perfetto per una simile operazione. La possibilità di vederlo come serie era una sfida unica, che credo sia stata superata alla perfezione, ma portarlo nel mondo dei comics era forse più complicato.

Se da un lato, infatti, gli showrunner della serie hanno potuto ( e forse anche dovuto) adeguare alcuni personaggi al gusto moderno, inevitabilmente mutato in quasi vent’anni dall’uscita di American Gods, Dark Horse ha lasciato che Philip Craig Russell lavorasse intorno ai testi di Gaiman cercando di mantenere quanto più possibile lo spirito originale del romanzo.

E la versione a fumetti di American Gods riesce a riproporre quell’affinità al romanzo che, in alcuni punti, sembrava mancare alla serie di Amazon. Arricchita di nuove suggestioni, la serie aveva inserito nuovi aspetti che non erano nelle idee di Gaiman all’epoca, mentre Russell ha preferito un approccio più fedele.

E lo ringrazierò a vita per questo. Leggere il primo volume di American Gods (che raccoglie i numeri da 1 a 9 della serie americana) è una goduria, specialmente per chi conosce il romanzo.

Lo sforzo di Russell di seguire in modo maniacale l’andamento degli eventi, a volte anche riproducendo in immagini le singole pagine del romanzo, è sublime. Gaiman cercava di accompagnare il lettore in quelli che erano lunghi dialoghi tra i personaggi, ma Russel trova il modo di creare tavole in cui la narrazione non perde di incisività e regge molto bene il paragone.

Certo, un conto è il narrare su pagina scritta e un altro in versione fumetto. Se Gaiman era padrone, anche come autore di comics, di privilegiare la parte testuale al disegno in una tavola, Russel non ha questa libertà, deve concentrare il tutto nello spazio offerto e limitato. Realizzare i layout della serie a fumetti di American Gods non deve esser stato semplice, nonostante un sodalizio con Gaiman che aveva già portato ad altri simili operazioni (come Coraline o Cacciatori di sogni), eppure la bravura di Russell nell’azzeccare la giusta alchimia tra storia narrata e storia ‘vista’ è l’arma vincente di questo volume.

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Russell mi ha convinto perché non vuole realizzare un semplice fumetto ‘ispirato a’, ma una quanto più fedele trasposizione di American Gods, anche arrivando al punto, in alcuni momenti, di creare quasi delle istantanee del romanzo. Se nella serie televisiva era imperante il bisogno di dare una nuova linfa, più dinamica anche, al romanzo, nei comics di Dark Horse era preferibile scegliere una narrazione che fosse più pacata, delicata, un equilibrio il più possibile misurato tra immagine e didascalia.

La prima cosa che ho voluto verificare era la voce narrante, che doveva esser puro Gaiman adagiato sulla pagina. Ed era lì, ad aspettarmi per raccontarmi ancora una volta di Shadow, Laura e Cernobog, con la sua semplicità che tradisce una ricchezza che emerge pian piano. Se devo fare un appunto a questo aspetto è che avrei lasciato che a curare la traduzione dei testi fosse Katia Bagnoli, che realizzò all’epoca la traduzione del romanzo. Sia chiaro, Rizzi è stato bravissimo, ha saputo mantenere il giusto tono ed impronta narrativa, ma in alcuni punti sembra mancare quel guizzo che ti aspetti.

Da questo passaggio era inevitabile cercare una corrispondenza, soprattutto emotiva, nei disegni. I layout di Russell sono stati rifiniti da Scott Hampton, più illustratore che fumettistica. Questa sua impostazione a volte risulta un po’ statica, non dando ai personaggi una fluidità che avrebbe sicuramente giovato, ma riesce comunque a risultare una spettacolare visualizzazione della narrazione di American Gods.

Russell, in uno slancio artistico , realizza alcune delle tavole in cui l’influsso onirico tipico di Gaiman è particolarmente libero. E si vede la differenza, compresa la scelta di inserire alcune libertà personali, come i ricordi di Shadow mentre parla al telefono con Laura, che mi pare fossero assenti nel libro, o di rappresentare la scena dell’adorazione di Bilquis con un’impostazione visiva perfetta (cosa non possibile per la serie Amazon, va detto). È una libertà creativa che ci può stare, non risulta invasiva e si inserisce al meglio nel resto del volume.

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Mondadori raccoglie questi primi episodi, che compongono l’arco narrativo Le ombre, in un elegante volume della sua collana Oscar Ink, che ha già presentato interessanti pubblicazioni come Shangri-La e March. La casa editrice milanese sta continuando nella sua linea editoriale che vede la presenza di titoli di alta caratura, presentati in edizioni ricche anche di appassionanti extra.

Nel caso di American Gods sono stati inseriti disegni preparatori, l’evoluzione delle tavole ed alcune delle copertine, uno sguardo d’insieme all’iter di creazione di questa interessante visione del romanzo di Gaiman.

Ora, però, Mondadori deve esser rapida a pubblicare gli altri volumi, che l’attesa è snervante…

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