Valerian: l’epopea spaziotemporale che ha conquistato Luc Besson

Attorno alla metà degli anni ’60, il giornalista Pierre Christin, amante dei viaggi e sempre in cerca di nuovi stimoli, ha trovato un momento di stabilità nell’insegnamento della lingua e della letteratura francese presso l’università di Salt Lake City, nello Utah, e laggiù riesce anche a tenere uno dei primi corsi universitari sulla Nouvelle Vague del cinema francese. Anche il suo amico d’infanzia Jean-Claude Mézières si trova negli Stati Uniti; il suo animo inquieto lo ha spinto a lasciare un promettente posto di vignettista su un settimanale per andare a fare il cowboy, come ha sempre sognato. Forse questo repentino cambio di carriera gli procura qualche guaio con il permesso di soggiorno, sul quale c’è scritto che dovrebbe fare l’operaio in un’acciaieria. Decide perciò di chiedere aiuto al più stabile amico di un tempo, e i due si ritrovano. Quando il Paese delle Opportunità non ha più niente da offrire a questi due innamorati dell’epopea del vecchio West, un po’ troppo imbevuti di idee socialiste per apprezzare del tutto la nazione più capitalista al mondo, Christin e Mézières decidono di tornare insieme in Francia, e di mettersi a fare i fumetti.

I due provengono dal milieu giusto, e quindi trovano da subito ogni genere di porta aperta. A una condizione: che non facciano storie di Cowboy e Indiani, perché – come avrebbero detto i loro amici americani, più avvezzi a un certo linguaggio – il ʺmercato è saturoʺ. Dopotutto, sono gli anni d’oro di Blueberry di Moebius e di Jerry Spring di Jijé, tanto per dirne due. Christin decide allora di fare fantascienza, un genere che in America lo ha colpito molto e là sembra andare alla grande, mentre Mézières, fumettista umoristico per vocazione, si trova un po’ spiazzato ma accetta la novità. Nel 1967 inizia così sulla rivista antologica “Pilote” la saga di Valerian, agente spazio-temporale, che per lo stupore dei suoi stessi autori avrà una vita lunghissima, fino al 2013, anno della prima edizione dell’undicesimo volume dell’edizione monografica.

Un viaggio nel tempo alla scoperta di Valerian, il fumetto fantascientifico francese che ha stregato Luc Besson

Nel corso di questo lunghissimo ciclo vitale, lo stile dei due autori matura e si consolida, ma fin da subito si nota che Mézières non è così fuori luogo come temeva di essere. Per la varietà delle ambientazioni e delle situazioni, l’avventura di Valerian si presta a essere raccontata per giustapposizione di campi lunghi, e nelle vignette il disegnatore riesce a stipare una quantità di dettagli straordinaria, in modo da rendere le epoche e i mondi visitati dagli agenti spazio-temporali immediatamente credibili e realistici. Anzi, la matrice umoristica del suo tratto lo aiuta a sintetizzare in poche linee questi particolari, in modo da non risultare mai eccessivamente complesso o barocco. Anche le figure viventi sono la somma di pochi tratti indovinati, perciò emergono subito per un elemento distintivo : Valerian, l’eroe eponimo, con il suo fisico snello e nervoso è subito riconoscibile come un personaggio d’azione (parola che ricorre spesso nel suo stesso lessico) e Laureline, la sua compagna in tutte le avventure, riesce a essere a un tempo sensuale e amorevole, curiosa e decisa.

Questo stile, talvolta, finisce per trasformare i comprimari minori in caricature, specialmente quando si tratta di terrestri di cui Mézières vuole enfatizzare i tratti etnici.

Fin dal primo volume, “La città delle acque mobili“, si afferma da subito una delle caratteristiche più sorprendenti della scrittura di Christin, perfettamente servita da quei campi lunghi così importanti per il disegno di Mézières: la capacità di cambiare contesto ogni tre-quattro pagine. Anche se la prima avventura di Valerian e Laureline è ambientata prevalentemente in una futura New York, ricoperta dalle acque dopo lo scioglimento dei ghiacci polari, una turbinante sequenza di eventi catastrofici, viaggi superveloci e ogni genere d’avventura consente al fumetto di cambiare ambientazione con un ritmo vertiginoso, facendo attraversare ai nostri oltre alla metropoli in rovina anche lande ghiacciate, giungle, e deserti assolati.

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Nel corso della serie, questa capacità immaginifica viene amplificata dall’introduzione nel cosmo di Valerian di pianeti sempre più bizzarri. Ci sono quelli abitati all’interno invece che sulla superficie, le città aliene artificiali, e persino un pianeta dove abitano il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo (quest’ultimo somiglia inspiegabilmente a una vecchia radiolina rotta, ma anche gli altri due hanno un aspetto poco Divino). Valerian è infatti un fumetto con un certa vena dissacrante: Christin non perde occasione per fustigare ogni eccesso della società facendone la parodia, a volte trasfigurandola nelle vicende di qualche sperduto mondo alieno, altre volte facendo viaggiare gli agenti spazio-temporali nel suo presente. La satira sociale, condizionata da un certo retroterra ideologico, è forse l’unico elemento che, nel misurato equilibrio delle storie di Valerian, a volte sfugge un po’ di mano. Gli episodi ambientati nella Parigi e nella New York degli anni ’80 e pubblicati per la prima volta in quel periodo (da cui, diceva uno più saggio, non si esce vivi) guarda caso sono i meno ispirati della serie, e possono risultare un po’ pedanti nella loro critica alla ricerca sfrenata della ricchezza delle multinazionali e alla vita frenetica della città.

Nel procedere del loro corso, però, le avventure di Valerian e Laureline diventano sempre più soggette a una continuity, che sembra derivare dal desiderio di non abbandonare mai del tutto i personaggi di contorno, che per gli eroi e per i loro lettori sono diventati come vecchi amici. Infatti la serie converge in un finale corale, dove i comprimari riappaiono tutti almeno una volta per fermare una minaccia apparentemente inesorabile.

Questo finale di gruppo è perfettamente in linea con il desiderio, presente fin dalle prime pagine, di creare due eroi atipici. Nelle prime storie, Valerian e Laureline risultano quasi antipatici e saccenti, per il modo in cui la loro conoscenza universale della storia li mette in vantaggio sugli altri, ma, col tempo, Christin e Mézières si compiacciono sempre di più di mostrarne il lato vulnerabile e umano. Così Valerian diventa abbastanza imbranato da non risultare antipatico nella sua perfezione, mentre Laureline assume sempre più il ruolo di voce della sua coscienza, che lo aiuta a prendere la decisione giusta anche andando contro le regole.

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Valerian e Laureline infatti è anche una storia d’amore. Io che sono cresciuto con gli anime, in cui l’unico modo di raccontare le dinamiche interpersonali sembrava essere: “lui incontra lei, si innamorano a prima vista, e poi ci vogliono 100 puntate affinché trovino il coraggio per dirselo“, sono rimasto sorpreso da come i sentimenti di questi due eroi semplicemente siano lì, di sfondo alla vicenda, e crescano in maniera naturale senza mai essere gridati. All’inizio della serie, infatti, il maggior elemento di tensione fra i due agenti spazio-temporali non è il fatto di essere un uomo e una donna, ma il sapere di essere alla pari mentre, per ragioni di grado e anzianità di servizio, lei dovrebbe stare agli ordini di lui. Col tempo, però, il loro rapporto si evolve fino al punto che le criticità si verificano quando, per necessità – cioè più spesso di quanto vorrebbero – i due sono costretti a separarsi.

L’ultimo elemento con cui vorrei convincervi che vale davvero la pena di leggere questo fumetto, recentemente ripubblicato in abbinamento editoriale alla “Gazzetta dello Sport“, è l’importanza dell’ecologia. Attenzione, qui non stiamo parlando di fonti d’energia rinnovabili e di riciclo, anche se il tema rispetto del pianeta è comunque presente, ma della capacità di due autori di fantascienza ingenua ma solida di realizzare un mondo in cui la natura si armonizza con la tecnologia. In ogni pianeta che Valerian e Laureline visitano, si imbattono in specie le cui peculiarità possono rivelarsi utili, e i nostri usano continuamente bizzarri animaletti in modo strumentale: al posto del GPS, per rintracciarsi da un pianeta a un altro usano un uccello che ha un imprinting fortissimo a tornare da dove è partito; al posto del replicatore (à laStar Trek“), hanno un essere vivente chiamato trasmutatore, e c’è persino una buffa imitazione di Alien impiegato come arma per il suo tremendo sputo acido… Tranne quando la ghiandola che ha sulla testa viene bloccata: in quel caso diventa un guru dell’economia.

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Il mondo colorato, vertiginoso e immaginifico di Valerian, nel corso dei suoi lunghi anni di pubblicazione, ha stregato molti maestri del cinema; si dice che persino George Lucas ne abbia saccheggiato a piene mani per Star Wars. Ma il suo più grande ammiratore è senz’altro Luc Besson, che volle Mézières tra i concept artist de “Il Quinto Elemento“, e finì per prendere a prestito le corse urbane fra auto volanti dall’ottavo volume della saga. Nel 2017 si è finalmente deciso a portare sullo schermo proprio Valerian, con una lettera d’amore così appassionata da riprodurne fedelmente una quantità incredibile di personaggi e situazioni. Per troppo amore si può anche far male, è così da Valerian è venuto fuori un meraviglioso film sbagliato, dove le cose che non funzionano sono tante quante quelle buone.

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