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Il robot Fabio: un licenziamento che fa storia

Chissà come avrebbe reagito Asimov, il padre putativo della robotica moderna, entrando in un negozio in cui a servirlo fosse stato Fabio. Sicuramente sarebbe stato stupito, quasi incredulo, ma quanto avrebbe saputo resistere alla scarsa capacità di Fabio di saperlo seguire nei suoi acquisti? Chissà, forse lui avrebbe un po’ di pazienza in più nel farsi servire da R. Fabio, un insolito dipendente di un supermercato di Edinmburgo. Dimenticavo, la R sta per Robot Fabio, proprio come nei racconti di Asimov.

Il robot Fabio, infatti, è il caso del giorno. Progetto della Heriot-Watt University all’interno dell’esperimento Six robot & Us della BBC, questo simpatico robottino, che sembra il fratello maggiore del celebre Emilio che ha fatto impazzire noi figli degli anni ’80, era stato ‘assunto’ da un negozio della città scozzese all’interno di una sperimentazione in cui mettere a diretto contatto un robot e la clientela umana. Al centro dello studio c’era l’interazione tra le due forme di intelligenza, all’interno della quale il robot Fabio avrebbe dovuto agire come un aiuto agli acquirenti, dando informazioni utili e svolgendo piccole mansioni che alleggerivano il carico di lavoro dei dipendenti umani.

Il robot Fabio è la prima IA licenziata da un negozio. Ma la colpa è solo sua?

Il nostro Fabio ha il suo lavoro, quindi. Ma oggi arriva la notizia che il piccolo robot è stato licenziato anzitempo dal negozio. Motivazione: non all’altezza. La difficoltà di Fabio è stata nell’interagire con la clientela, mostrando una ridotta capacità di riconoscere gli acquirenti o nel fornire le informazioni richieste. Anche se impegnato in altri compiti, le reazioni degli avventori del supermarket non erano particolarmente soddisfacenti. Quindi, a malincuore, il robot Fabio verrà ricordato come il primo robot della storia a venire licenziato.

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Tralasciando il lato ironico di questa vicenda, possiamo fare una piccola analisi sulla disavventura del robot Fabio. Lo sfortunato robottino viene prodotto dalla Softbank, che ha battezzato il suo modello come Pepper. Si tratta di una classica visione del robot, faccia buffa, un grosso schermo sul torace, ruote per muoversi, capacità prensili ed una programmazione base per ispirare un rudimentale senso di fiducia negli umani. Presentato così, sembra difficile comprendere perché il robot Fabio non abbia incontrato la simpatia dei clienti. Forse la risposta è una: non è pronto nessuno a questa convivenza, nè i robot né gli umani.

Siamo onesti, siamo ancora vincolati ad una visione spesso troppo stereotipata dei robot, dopo anni di fantascienza in cui ci vengono presentati come macchine perfette. O androdi assassini, a seconda dei casi. La realtà è che il progresso tecnologico che consideriamo sempre più rapido, in certi campi, non è così celere. Il lavoro sulle intelligenze artificali è ancora piuttosto grezzo, per quanto stia compiendo dei progressi notevoli, ma la componente di cui dobbiamo tenere conto è sempre una: l’interazione sociale.

La storia del robot Fabio è, a bene vedere, una storia di integrazione. Il progetto cui aderiva il robottino era un passo essenziale per creare una certa affinità tra umani e robot, un processo che passa tra posizioni intermedie di comprensione e sostegno. Per fare progredire le IA e svilupparle in modo da esser sempre più responsive serve il continuo confronto, un’interazione profonda che inizialmente è tutta in salita. Provo a mettermi nei panni del signore di mezz’età scozzese che cerca una zuppa di piselli e si trova un commesso robotico che in via sperimentale sta lavorando nel suo negozio di fiducia. Ma non si può avere un umano competente? Spesso siamo già sul piede di guerra con dei ragazzi che nel periodo estivo raccimolano due soldi facendo la stagione, vi immaginate la reazione contro un oggetto?

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Onestamente, non siamo pronti. La generazione di coloro che vivono la tecnologia in modo assiduo è ancora giovane, e spesso anche loro considerano l’utilizzo mirato al social, allo smartphone. Alcuni nemmeno sanno usare al meglio questi device, figuriamoci interagire con un robot! Non aiuta il fatto che siamo ancora soggetti, in alcuni casi, a quella sindrome di Frankenstein con cui Asimov ha lottato a lungo, cercando di presentare i robot non come un pericolo ma come una possibilità. Ma è un percorso lungo e ancora complicato, in cui è necessario anzitutto esser di larghe vedute, accettando di confrontarci con questa realtà. Con tanta pazienza. Se negli occhi abbiamo il terrore robotico incarnato da Terminator, oggi possiamo anche iniziare a pensare che esiste una realtà in cui il robot Fabio vuole interagire con noi, imparando e migliorando. Sta a noi decidere se lanciarci verso un futuro, già immaginato da chi propone nel Parlamento Europeo una legge sulla regolamentazione delle IA, o se sostenere un futurista come Elon Musk che guarda con sospetto le intelligenze artificiali.

Quale che sia la vostra inclinazione, personalmente avrei dato una nuova possibilità al robot Fabio. Ma da bambino non mi hanno mai comprato Emilio, e potrebbe esser solo un desiderio rimasto lì da anni. Nel dubbio, mi rileggo Asimov, che con R. Daneel Olivaw e R. Giskard Reventlov aveva mostrato la possibilità di una bella amicizia tra umani e robot. Basta volerlo, o, più semplicemente, esser pronti emotivamente e mentalmente. E che il dio della robotica ci assista!

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