Designated Survivor 2×07: Legami di famiglia – Recensione

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Designated Survivor mette a dura prova la famiglia Kirkman, coinvolgendo il giovane Leo in una complicata macchinazione

Se pensate che sia dura essere il Presidente della più grande nazione del mondo, provate ad immaginare come debba pesare essere il figlio dell’uomo che guida gli Stati Uniti. Questo interrogativo deve aver stuzzicato gli sceneggiatori di Designated Survivor, che hanno deciso di mettere a dura prova anche Leo Kirkman, il first son del serial di Netflix. Personaggio poco sfruttato, Leo è l’ago della bilancia di un complicato passaggio politico dell’amministrazione Kirkman. Fin dai primi episodi, Leo si è dimostrato abbastanza ribelle, poco incline a seguire i dettami dei genitori, incarnando al meglio i complicati passaggi dell’età adolescenziale.

In Legami di famiglia, il primo amore da first son di Leo sembra esser la tematica secondaria della puntata, che si focalizza su una tensione diplomatica con la Turchia. Il paese mediorientale sta attraversando una complicata situazione interna, in cui un fallito colpe contro il regime dispostico del presidente Turan ha reso difficili i rapporti con gli USA, rei, secondo il governo turco, di aver dato asilo politico ad uno dei fomentatori del tentato golpe.

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Questa problematica si inserisce all’interno dell’attualità con cui Designated Survivor tenta di attrarre lo spettatore. Specialmente in questa seconda stagione, dopo che la story line del complotto è stata messa in secondo piano, gli sceneggiatori cercano sovente di ispirarsi a fatti reali, dall’immigrazione clandestina alle tensioni razziali, tentando di dare spessore alla serie appoggiandosi a eventi rilevanti quotidiani, concreti. Il regime turco negli ultimi anni è stato spesso protagonista di rivolte e biasimo da parte della comunità internazionale, e questo espediente viene sfruttato in Legami di famiglia.

Il povero Leo diventa una pedina di una macchinazione ordita dal presidente Turan, un piano che definire machiavellico è ancora poco. Quella che inizialmente sembra una tensione credibile, legato all’utilizzo di basi militari NATO e alla sfera di influenza russa in espansione, viene però minimizzata proprio a causa di questa farsa inscenata sfruttando Leo. Inserito all’interno della narrazione, questo piano turco per mettere in difficoltà gli Stati Uniti sembra credibile, ma come finisce l’episodio e siamo fuori dalla frenesia con cui veniamo stimolati dalla narrazione, iniziano degli interrogativi che ci fanno rivalutare questo espediente.

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La spiegazione della macchinazione turca in Legami di famiglia ha potuto mostrare un minimo di solidità solo per la recitazione convincente di Sutherland, del suo modo di porsi come Presidente e come padre, ma privata di questa base crolla. Designated Survivor sembra perdere lentamente quella credibilità politica che ha cercato di rendere la sua colonna portante in questa seconda stagione, arco narrativo prioritario rispetta all’indagine cospiratoria.

Il paragone che viene quasi spontaneo fare non è con House of Cards, ma con West Wing, in cui l’aspetto politico era visto in modo più netto, per quanto comunque romanzato. La sensazione di questi ultimi episodi di Designated Survivor è che come si esce dall’atmosfera spionistica, quando si abbandona l’intrigante indagine sulla cospirazione che ora coinvolge direttamente la famiglia Kirkman, il serial perda di intensità, manchi di carisma.

Quando l’indagine dell’FBI sulla famiglia della fist lady entra in scena, ecco che Designated Survivor sembra aver un guizzo, come ritrovasse la giusta spinta per mostrare la capacità degli sceneggiatori di emozionare e stuzzicare la nostra curiosità. L’atmosfera di duplicità, il senso dell’inganno e la sorpresa si sposano alla perfezione, intrecciati con un’indagine che coinvolge l’ex presidente ora mentore di Kirkman, facendoci pensare ad un suo tradimento, salvo poi stupirci con un ribaltamento finale credibile e d’effetto. Perché allora rovinare tutto con questo testardaggine sulla morale politica?

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Questa voglia di attualità avrebbe potuto essere un ottimo spunto narrativo per Designated Survivor, ma ora si sta rivelando un freno per la potenzialità del serial. Forse gli sceneggiatori dovrebbero privilegiare l’aspetto della spy story, l’origine stessa della serie, lasciando la politica e gli affari internazionali ad altri prodotti, sicuramente più preparati a riguardo

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