Star Trek Discovery: Si vis pacem, para bellum – Recensione

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Star Trek Discovery ha deciso di stupire gli spettatori di Netflix, scegliendo di puntare su una delle tematiche tipiche dell’universo di Star Trek: nuovi strani mondi.

Dallo scorso episodio, il trekker intransigente che è in me ha iniziato a guardare con una maggior apertura a Star Trek Discovery, cercando di accettare una maggior libertà rispetto al canone classico, comprendendo come un gusto ‘moderno‘ renda necessario un adeguamento stilistico, non solo visivo ma anche narrativo.

Una parte di me continuerà a storcere il naso per certe imprecisioni, come il restiling dei Kligon o certa tecnologia un po’ troppo avveneristica nel contesto temporale di Star Trek, ma non si può negare che Star Trek Discovery stia cercando di trovare un equilibrio tra l’anima trekkie e l’intenzione di raccontare un momento complicato della vita della Federazione, una guerra che abbiamo sempre solo sentito nominare nella serie classica e di cui conosciamo le conseguenze, senza notizie più precise. Questo periodo storico di Star Trek era già stato considerato dalla produzione del fan film Axanar, che avrebbe puntato maggiormente alla creazione del progetto Constitution, per legare maggiormente il serial alla serie classica, non solo cronologicamente ma anche esteticamente.

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Star Trek Discovery ha invece preferito distaccarsi maggiormente dal nome Enterprise, lavorando su una differente linea narrativa che condivida (previa rivisitazione) l’ambientazione tipica di Star Trek. Come già precisato, è stato necessario strizzare maggiormente l’occhio al nuovo gusto cinematografico degli spettatori, avvicinandosi all’estetica dei nuovi film della Kelvin-timeline. Le prime puntate di Star Trek Discovery, seguendo questa direttiva, hanno creato una spaccatura con i fan più accaniti delle vecchi serie, una frattura che sembrava insanabile (ed ero tra i più critici, lo confesso).

Con le nuove puntate, in particolare Toglie di senno fin anche i più saggi, si è cominciato a percepire un’intenzione di ritornare ad un contesto narrativo che sia più vicino alle aspettative anche dei trekkie intransigenti. Si vis pacem, para bellum è un episodio che cerca di mantenere questa intenzione, integrando l’esplorazione tipica del mito di Star Trek con la situazione dura della guerra contro i Kligon, la macrotrama di questa stagione di Star Trek Discovery.

L’inizio di Si vis pacem, para bellum ci porta direttamente in una battaglia, occasione spettacolare per vedere Lorca all’opera. Lo spettatore viene subito attirato nello scontro, grazie ad un spettacolare ingresso nel teatro di battaglia della Discovery, corsa in aiuta della USS Gagarin attaccato da un gruppo di navi Klingon.

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Il vero mattatore di questo inizio di episodio è, appunto Gabriel Lorca, che si dimostra nuovamente il personaggio più magnetico di questa serie. Il suo approccio alla battaglia è deciso, senza risparmiare nulla al proprio equipaggio e deciso a correre ogni rischio pur di proteggere la Gagarin. L’intensità dello sguardo di Jason Isaac, la sua presenza scenica e il modo in cui l’attore dona vigore al suo personaggio sono perfetti, esaltati da una buona risposta del cast che interpreta l’equipaggio del ponte di comando. Questi primi istanti dell’episodio ci ricordano che la Federazione è impegnata in una guerra spietata, in cui la situazione non sembra più essere particolarmente favorevole alla Flotta Stellare.

Il celebre dispositivo di occultamento Klingon sta diventando l’arma migliore del nemico. La sua installazione su un numero sempre maggiore di vascelli è anche indice di una decisa ascesa del casato di Kol, che, entrato in possesso della nave sarcofago e della tecnologia di occultamento, sta dotando i propri alleati di questa prodigiosa risorsa. I klingon tornano ad essere protagonisti attivi in questo episodio, occasione ottima per mostrare la prigionia della Cornwell e una strana relazione che si crea tra l’ammiraglio terrestre e L’Rell, la klingon subdola che ogni volta pare sorprenderci con i suoi criptici comportamenti.

Questa linea narrativa è sviluppata molto bene, riesce ad approfondire sia il contesto bellico della serie che a dipingere una certa tensione sul ponte durante gli scontri. Da questo punto di vista, Star Trek Discovery non ha nulla da temere, la solidità narrativa, aiutata da una macrotrama che lega in modo netto i singoli episodi, è un punto di forza del serial, capace di creare una suspence tale da legare lo spettatore.

Tocca però a Burnham, Tyler e Saru dare a questo episodio di Star Trek Discovery l’ottica trekkie. I tre sono inviati sul pianeta Pahvo per prendere contatto con gli abitanti, una razza che si scopre essere di pura energia, in modo da poter sfruttare un loro particolare manufatto, che collegato ad un trasmettitore della Flotta potrebbe aiutare a superare l’ostacolo dell’occultamento Klingon.

L’occasione di questo primo contatto consente agli showrunner di riprendere il discorso sull’Ordine Generale Uno (la futura Prima Direttiva) , nominata in Star Trek Enterprise e nel primo episodio di Star Trek Discovery. Da sempre una delle norme più ostiche di Star Trek, spesso viene affrontata in base alle esigenze, comportando un serio confronto sulla natura etica di questa linea guida. Vista la situazione, Burnham vorrebbe attenersi il più possibile alla disciplina di questa legge, mentre Tyler vede le necessità della guerra come più impellenti, quindi sufficiente motivo per addolcire la rigidità di questa normativa.

La relazione che si è formata tra Tyler e Burnham è uno degli spunti narrativi più interessanti della serie, ed anche in Si vis pacem, para bellum viene gestita in modo oculato. Non è solo la differenza di vedute sull’Ordine Generale Uno a renderli appassionanti, ma anche il modo in cui affrontano la loro vita come coppia, tra dubbi sul futuro e ferite personali che si insinuano, inevitabilmente, nel loro vissuto.

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In tutto questo, Saru diventa un involontario strumento. La sua sensibilità lo aiuta ad integrarsi con i pahvani, ma l’influsso degli alieni pare avere un esito inatteso. In alcune scene, la visione pahavana della vita diventa un tramite con cui Saru sembra elaborare il suo rapporto altalenante con la Burnham. Si vis pacem, para bellum ha il merito di tentare e riuscire a dare un tono più preciso e ben ritmato della situazione della Federazione, tra spinta esplorativa e necessità di fronteggiare una guerra. Questo non viene raccontato solo con le battaglie, ma anche con il peso che il conflitto esercita sull’umore dell’equipaggio, ponendo l’attenzione in modo ragionato sui singoli personaggi (come nel caso di Stamets) e sul loro relazionarsi con gli altri.

Già in precedenza ho apprezzato la cura con cui viene costruita la rete delle relazioni tra i diversi protagonisti, che siano umani o klingon. Gli showrunner di Star Trek Discovery sembrano valorizzare molto questo aspetto, intrecciandolo con perizia alla macrotrama, che si lanci da un episodio al seguente con cliffhanger (come in questo caso) o con una serie di linee narrative che tornano in modo da offrire un senso di completezza, diluita nell’intero corso degli episodi. Contrariamene alle precedenti serie di Star Trek, Discovery valorizza maggiormente la consequenzialità degli episodi, valorizzando molto il legame tra i singoli episodi.

Pur mantenendo alcuni piccoli angoli da smussare, spesso legati più alla percezione dello spettatore che non a demeriti della produzione, Star Trek Discovery inizia ad assumere un tono più trekkie, arricchito da un tono bellico che, pur presente in serie precedenti (in particolare, Deep Space Nine), non è mai stato dipinto in modo così acceso e complesso. Siamo sicuramente di fronte ad un prodotto interessante, che alza l’asticella della qualità e dello spessore narrativo ad ogni episodio, con un cast di tutto rispetto, ma il senso trekkie sta iniziando ora a farsi sentire davvero.

Tai nasha no karosha!

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